Vi sono grazie e grazie, reali e virtuali, ma non meno importanti o significative. Reali come quella concessa a Nicole Minetti dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, tentato poi di revocarla per una inchiesta giornalistica che, su suo input pubblico, ne ha provocata una giudiziaria dall’andamento e forse anche dall’esito inferiore al clamore mediatico. Le grazie virtuali sono quelle, in qualche modo correlate a quella presidenziale alla Minetti, concesse o negate dal ministro della Giustizia Carlo Nordio per le polemiche che lo hanno convolto nella clemenza accordata da Mattarella all’ex igienista dentale e amica del compianto Silvio Berlusconi.
Il Guardasigilli ha generosamente graziato il giornalista….inquirente della Rai Sigfrido Ranucci cosparsosi di cenere quaresimale fuori stagione per avere insinuato, ospite della collega Bianca Berlinguer in un salotto televisivo di Mediaset, con una notizia “da verificare” suoi rapporti a dir poco imbarazzanti con la Minetti e il compagno veneziano Giuseppe Cipriani in una tenuta sudamericana dalle frequentazioni e usi sospetti, a dir poco.
La grazia di Nordio a Ranucci, consistente nella rinuncia alla querela, è stata in qualche modo compensativa di quella negatagli dalla Rai con la negazione della copertura legale. Che avrebbe lasciato il dipendente solo alle prese con le spese, che fanno pure rima, della causa e relativa, scontata condanna.
Il ministro non ha invece graziato Bianca Berlinguer, responsabile con Mediaset della diffusione arbitraria di notizie false su di lui permessa all’ospite Ranucci. Ma la notizia, almeno per un malizioso di scuola andreottiana come me, non è tanto nella grazia di Nordio negata alla Berlinguer, accanitasi col rifiuto di scusarsi pure lei incenerendosi i capelli, quanto nella grazia negata a Mediaset, che coprirà la sua giornalista nella causa, a tutti gli effetti, pagando cioè i prevedibili danni al ministro, oltre alle spese legali.
Con una fava il Guardasigilli ha catturato due piccioni, dei quali uno -Mediaset- è decisamente più importante, significativo dell’altro, essendosi la televisione berlusconiana ficcata, volente o nolente, in una guerra di carta e di etere al governo. Ma, più in particolare, alla premier Giorgia Meloni che dipende in Parlamento dall’appoggio di un partito –Foza Italia– di cui la famiglia Berlusconi reclama ormai pubblicamente un’azione più incisiva e coraggiosa. Così si diceva alla fine degli anni Sessanta anche dell’edizione del centrosinistra promessa e concessa ai socialisti dal segretario “doroteo” della Dc Mariano Rumor per sfrattare da Palazzo Chigi addirittura Aldo Moro.
L’azione -ripeto- più incisiva e coraggiosa di Forza Italia potrebbe tradursi, nella prospettiva naturalmente indesiderata e indesiderabile dalla Meloni di un pareggio elettorale, in un “riposizionamento strategico” del partito dei Berlusconi, e di Tajani, auspicato sul Riformista dal direttore Claudio Velardi. Ma, prima che da lui, all’interno del Pd dal regista di tutte le sue maggioranze interne Dario Franceschini, in qualche modo invidioso dell’”azione d’oro” -come la definì l’ex ministro- in possesso inconsapevole di Forza Italia nel mercato politico.
Pubblicato sul Dubbio
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