L’abbraccio tossico, e in differita, di Donald Trump a Matteo Salvini

Forse è esagerato, come qualcuno invece ha fatto, attribuire direttamente al quel mefistofelico ingrassato del presidente Donald Trump il recupero e la diffusione di un’adorante intervista di Matteo Salvini di più di due mesi fa ad un sito americano. Due mesi non trascorsi invano perché nel frattempo i rapporti fra Trump e il governo italiano, di cui Salvini è uno dei due vice presidenti, sono alquanto cambiati. E non credo francamente che il Segretario di Stato americano Marco Antonio (addirittura) Rubio riuscirà a cambiarli di nuovo, in senso inverso, nella imminente missione a Roma, su entrambe le rive del Tevere. Anche col Papa, si sa, per quanto connazionale, Trump è riuscito a bisticciare in diretta televisiva e in differita dandogli zero in politica estera e altro ancora.

       La posizione ancora schiacciata su Trump “salvatore dell’Occidente”, compresa evidentemente l’Italia della distratta, ”scioccante”, pavida Meloni accorsa in difesa del Papa, dovrebbe avere messo in imbarazzo, dopo tutto quello che è successo, il capo della Lega, oltre che vice capo del governo. Almeno così spero personalmente, al netto di qualche punto decimale recuperabile di quel 3 per cento in meno che un sondaggio Ipsos ancora fresco di stampa sul Corriere della Sera gli ha attribuito rispetto alle elezioni politiche di tre anni e mezzo fa.  In meno, ripeto, e a vantaggio prevalentemente del generale Roberto Vannacci, quello del mondo sottosopra, che adesso, poveretto, non sa più a chi sentirsi più vicino sul piano internazionale fra lo stesso Trump e Putin. Sono gli imprevisti, o scherzi, della vita specie quando viene vissuta pericolosamente e politicamente.

       Ciò che in veste di ultratrumpiano, sia pure in differita, Salvini potrà recuperare sul Vannacci ormai perduto e concorrente nel centrodestra rischia di essere molto meno di quanto potrebbe perdere a beneficio dei fratelli d’Italia e anche della Forza Italia, sia di tendenza Marina Berlusconi, e fratello Pier Silvio, sia di tendenza Antonio Tajani, l’altro vice capo del governo, nonché ministro degli affari esteri. Ormai il sorpasso sondaggistico dei forzisti sui leghisti – i primi saliti al 9 per cento e i secondi scesi al 5,8- è stato certificato anch’esso da Ipsos. E Salvini farebbe male a sottovalutarlo considerando anche le sofferenze già procurate al suo partito con l’assunzione pur temporanea di Vannacci.

       Pensate un po’ quanti pasticci  Trump, da solo o con l’aiuto di consiglieri troppo zelanti e accondiscendenti, riesce a combinare nel mondo fra guerre che apre senza riuscire a chiuderle, tregue che concede paradossalmente con minacce e penultimatum, e intromissioni, volente o nolente, negli affari interni dei paesi ancora formalmente alleati, ma ornai appesi agli alberi come le foglie d’autunno, direbbe il compianto Giuseppe Ungaretti che le vide dalle trincee della prima guerra mondiale. E ne combinerà ancora, di pasticci, il presidente americano nel prosieguo del suo secondo mandato alla Casa Bianca.

Pubblicato sul Dubbio

Quel traffico in uscita dal Pd di Elly Schlein tendenza Conte

A quattro giorni dall’ennesimo e pur sempre doloroso anniversario -il 48.mo- di quella morte orribile e dolorosa, per dissanguamento, riservata dalle brigate rosse ad Aldo Moro dopo 55 giorni di prigionia si sono dati oggi appuntamento all’Istituto Luigi Sturzo, a Roma, la segretaria del Pd Elly Schlein, l’ex ministro Dario Franceschini, di provenienza democristiana, e il senatore quasi a vita Pier Ferdinando Casini, di provenienza democristiana pure lui e  ospite ormai fisso delle liste del Nazareno per conservare il seggio di Palazzo Madama, per celebrarne memoria e quant’altro con gli autori di un  libro appena uscito sullo statista scomparso.

“Aldo Moro, le idee, il metodo, l’eredità”, è il titolo del volume scritto a quattro mani dagli avvocati e politici del Pd Tino Iannuzzi e Alberto Losacco, ai quali Casini ha fornito nella prefazione una testimonianza molto sentita, anche se nella sua lontana e lunga militanza democristiana non fu mai moroteo. Fu piuttosto doroteo, cioè della corrente che defenestrò Moro da Palazzo Chigi nel 1968, pur non avendo perduto le elezioni dopo quasi cinque anni di governo, e poi forlaniano. Di un Forlani però -lo ricordo con onestà di cronista e analista- che era stato il più moroteo dei fanfaniani, compiaciuto di un articolo nel quale lo avevo rappresentato –“smembrato”, mi disse scherzando- fra ”il cuore con Fanfani e il cervello con Moro”. Altri tempi, altri uomini, ahimè.

E’ strano che il Pd, nato dalla fusione pur “fredda” e “mal riuscita”, come la definì Massimo D’Alema alle dimissioni del suo primo segretario Walter Veltroni, fra i resti del Pci e della sinistra democristiana, ma non solo, non sia riuscito a ereditare da Moro l’arte della mediazione. Con la quale egli seppe tenere unita la Dc in tutti i passaggi della sua vita, anche quelli più difficili. “Meglio sbagliare insieme che avere ragione da soli”, disse strappando ai parlamentari democristiani, poco prima del suo tragico sequestro, il loro sofferto ma unitario consenso alla seconda e ultima edizione del governo monocolore democristiano di “solidarietà nazionale” condotto da Giulio Andreotti, sostenuto dal Pci di Enrico Berlinguer non più con l’astensione della prima volta ma con una fiducia concordata attorno a un programma ben definito.

La Schlein -benedetta ragazza. mi viene voglia di scrivere pensando ai suoi 41 anni compiuti ieri, per cui le faccio gli auguri- perde gente continuamente per strada, singoli o in piccoli gruppi, di provenienza generalmente democristiana e moderata. L’ultima uscita è quella della mia amica personale e carissima Marianna Madia, già ministra del governo di Matteo Renzi e poi di Paolo Gentiloni. Poveretta, non ne poteva più neppure lei di una gestione politica del partito “testardamente unitaria”, dice la Schlein pensando però solo all’obbiettivo dell’accordo, all’esterno, con Giuseppe Conte. E sperando magari di sconfiggerne la candidatura a Palazzo Chigi nelle primarie reclamate dallo stesso ex premier come “le più aperte possibili”, cioè più confuse. Simili a quelle che portarono la Schlein al Nazareno rovesciando la maggioranza congressuale degli iscritti raccolta da Stefano Bonaccini.

Marianna -complimenti alla nipote degnissima del migliore amico che ho avuto nella professione giornalistica, Normanno Messina, che per una battuta era capace di giocarsi anche il posto- è stata preceduta più recentemente dall’europarlamentare Elisabetta  Gualmini e meno di recente, fra gli altri, dall’ex ministro Giuseppe Fioroni, presidente dell’ultima commissione parlamentare d’indagine sul delitto Moro. Altri ancora mi risultano tentati dall’esodo, a questo punto, magari prima di maturare la certezza di essere esclusi dalle liste dei candidati alle prossime elezioni, attorno alle quali stanno già lavorando amici, consiglieri e subordinati della segretaria nella prospettiva dei soliti elenchi boccati, chiusi ai voti di preferenza che tutti, o quasi, dicono di volere ripristinare ma nessuno davvero. Scusate la solita malizia andreottiana.

Pubblicato su Libero

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