Riabilitato sul campo, Tria tratta a oltranza a Bruxelles sui conti italiani

            Pur disturbata dalle resistenze francesi del solito Pierre Moscovici, che peraltro non guastano perché questa volta non sono trainanti ma difformi dalla disponibilità di altri paesi dell’Unione Europea all’accordo, le trattative a Bruxelles sui conti italiani proseguono dunque ad oltranza. E a condurle il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha lasciato sul posto, girandogli in qualche modo la procura ricevuta dai due vice presidenti, il ministro dell’Economia Giovanni Tria. Che ha così ottenuto sul campo una sostanziale riabilitazione all’esterno e all’interno del governo gialloverde, dove molti, soprattutto fra i grillini, sino a qualche giorno fa negavano a parole ma in realtà ne auspicavano le dimissioni.

            La sera settembrina dei festeggiamenti pentastellati per il deficit al 2,4 per cento sul pil finalmente imposto a Tria nel Consiglio dei Ministri il commiato dell’economista sembrò inevitabile. A impedirglielo  fu il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che con lungimiranza poi dimostrata dai fatti ritenne evidentemente la partita ancora aperta.

            Il viaggio è stato lungo e tortuoso, come se si fosse partiti da Roma per Bruxelles passando per Palermo, ma alla fine il capo dello Stato ha visto premiato il suo ottimismo sulla possibilità di un’intesa con la Commissione Europea. Egli si è speso dietro le quinte con la sua attività di persuasione “non soltanto con le autorità di casa nostra”, come ha scritto il quirinalista del Corriere della Sera Marzio Breda su informazioni sicuramente di prima mano.

            Non si sa di preciso chi dei due vice presidenti del Consiglio, il grillino Luigi Di Maio e il leghista Matteo Salvini, accomunati a lungo nei proclami di guerra, decisi  a non indietreggiare neppure di “un millimetro” da quel fatidico 2,4 per cento di deficit reclamato in nome del “popolo”, stia ora Gazzetta.jpgvivendo peggio questo percorso così diverso verso il compromesso necessario ad evitare la costosa procedura europea d’infrazione per debito eccessivo, messa in cantiere a Bruxelles con la bocciatura dei primi conti trasmessi dall’Italia. Ad occhio e croce, sentiti anche gli spifferi che provengono dai loro gruppi parlamentari, ad essere più a disagio sono i grillini. Che sono costretti in questi giorni, o in queste ore, a ingoiare anche altri rospi, come lo sblocco del cosiddetto Terzo Valico ferroviario fra Liguria, Piemonte e Lombardia, appena annunciato a malincuore, appunto, dal ministro pentastellato delle Infrastrutture Danilo Toninelli. Come per la Tap, il gasdotto con approdo pugliese, si sono volute evitare perdite miliardarie per penali e simili.

            Gli spifferi sembrano provenire anche direttamente dalle residenze del fondatore, garante e quant’altro del movimento delle cinque stelle. Del comico genovese forse bisognerà seguire adesso con maggiore attenzione gli spettacoli in programmazione: a Pescara questa sera, 14 dicembre, a San Benedetto del Tronto domani 15, a Rende, in Calabria, il 21, a Padova il 18 gennaio, a Brescia il 19, a Conegliano Veneto il 23, a Ferrara il 25, a Varese il 26. E il programma non finisce qui. Il titolo di tutti questi spettacoli è obiettivamente adeguato alla situazione in cui versa il movimento di Grillo: Insomnia.

 

 

 

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Giulio Andreotti compare in sogno a Giuseppe Conte e gli dice: ben fatto…

I paragoni con i predecessori sono un esercizio, chiamiamolo pure un gioco, al quale i politici esordienti non possono sottrarsi. E spesso neppure desiderano evitare. A volte lo gradiscono esplicitamente, come fece per interposta persona Matteo Renzi, ancora fresco di nomina a presidente del Consiglio, lasciandosi paragonare dalla fidata Maria Elena Boschi al compianto e conterraneo Amintore Fanfani: “il mezzo toscano”, come lo sfottevano fisicamente gli avversari, fuori ma anche dentro la Dc. L’epiteto si tradusse impietosamente in una feroce scheda annullata da Sandro Pertini quando gli capitò di leggerla in uno dei numerosi scrutini parlamentari del 1971 per l’elezione del successore di Giuseppe Saragat al Quirinale: “Nano maledetto, non sarai mai eletto”, vi era scritto.

Decisamente più gratificante, e accolto dallo stesso interessato con compiacimento, fu il soprannome di “Rieccolo” assegnato a Fanfani da un altro toscano di razza: Indro Montanelli. Un soprannome ben ereditato -credo- appunto da Renzi, morto e risorto politicamente nella sua pur non lunga e per niente finita carriera. Lo dimostra il ruolo che egli sta avendo nella preparazione del prossimo congresso del Pd, nonostante abbia rifiutato di candidarsi a segretario e rifiuti di appoggiare qualunque degli aspiranti in corsa, anche fra i suoi più o meno storici amici.

Vedetevela voi, dice praticamente Renzi a tutti, deciso tuttavia -ammonisce o minaccia- a guidare come semplice “senatore di Firenze” l’opposizione al governo gialloverde di Giuseppe Conte. Che peraltro sembra avere appena allontanato il pericolo di crisi avvertito dietro la bocciatura del bilancio, almeno quello già approvato alla Camera, da parte della Commissione Europea.

Giunto a Palazzo Chigi in maniera a dir poco inaspettata a chiusura dell’ultima crisi di governo, dopo una rinuncia impostagli dal presidente della Repubblica rifiutando la nomina di Paolo Savona a ministro dell’Economia, il professore e avvocato Conte si pose esplicitamente come modello il compianto e conterraneo Aldo Moro. Immaginai allora, e immagino ancora, la sorpresa e forse anche qualcosa in più di Beppe Grillo, fondatore ed “elevato” garante del movimento politico cui il presidente del Consiglio ora appartiene.

Moro, che pure -ve lo assicuro, avendo avuto la fortuna di conoscerlo e frequentarlo- sapeva apprezzare e persino praticare in privato l’ironia, per esempio con imperdibili imitazioni, avrebbe non riso ma pianto a uno spettacolo e/o comizio di Grillo: con quell’abitudine che ha il comico genovese di dire parolacce, di mandare a quel paese presenti e assenti, di scherzare sui disabili e di esprimere la voglia di “mangiare” i giornalisti per il solo gusto poi di “vomitarli”. Eppure Conte riesce a divertirsi ai raduni del suo partito e ad applaudire Grillo, come ha fatto di recente al Circo Massimo, a Roma.

Di moroteo c’è sicuramente qualcosa, lo riconosco, nell’attuale presidente del Consiglio: ad esempio, l’infinita pazienza nei riguardi dei  suoi due vice che, volenti o nolenti, ma direi più volenti che nolenti, gli rubano frequentemente la scena e gli complicano i rapporti politici, interni e internazionali. Ma oltre questa pazienza non andrei. Mai Moro avrebbe permesso al suo portavoce, Corrado Guerzoni, ciò che Conte ha permesso e permette al suo Rocco Casalino, con e senza l’uso del telefono, e tanto meno del telefonino inesistente negli anni morotei.

Piuttosto, senza volere offenderne la memoria, ma attenendomi solo a un certo stile di lavoro e di relazioni, almeno l’ultimo Conte, quello del negoziato col presidente della Commissione Europea Jean Claude Juncker sui conti italiani per cercare di evitare  all’ultimo momento la procedura d’infrazione e forse anche una crisi di governo, mi ricorda Giulio Andreotti. Che invece, chissà perché, qualche mese fa in un saggio il direttore del Corriere della Sera Luciano Fontana ha troppo generosamente intravisto nel giovane pentastellato Luigi Di Maio, rimastone peraltro compiaciuto con  uno di quei sorrisi che riesce ad esprimere anche quando dice cose poco andreottiane come i “parassiti” gridati ai giornalisti della Rai assunti per raccomandazione, o ai percettori di pensioni da lui considerate “d’oro”, o agli ex parlamentari titolari dei famosi vitalizi. Che per molti di essi, abbastanza avanti negli anni, sono l’unica fonte di reddito ma non per questo sono stati sottratti a tagli anche drastici.

Di quel 2,04 per cento di deficit rispetto al prodotto interno lordo con cui Conte sembra riuscito a placare l’ira dei commissari europei contro il 2,4 imposto tre mesi fa da Di Maio e Matteo Salvini al ministro dell’Economia Giovanni Tria, dallo stesso Di Maio festeggiato sul balcone di Palazzo Chigi spingendo il suo “popolo” a brindare poi sui barconi lungo il Tevere; di quel 2,04 per cento, dicevo, Andreotti sarebbe stato fiero per i derivanti effetti politici, oltre che finanziari: lui, che una volta proprio da Palazzo Chigi ammonì il segretario del suo partito Ciriaco De Mita che “tirare a campare è sempre meglio che tirare le cuoia”.

L’Andreotti che ritrovo nel Conte di oggi è quello che solo qualche giorno fa mi ha riproposto Il Dubbio con quella foto del “divo Giulio” che mostra con compiaciuta ironia l’urticante vignetta nella quale Giorgio Forattini ha appena giocato fra la gobba del leader democristiano e la “schienadritta “, in una sola parola, da lui raccomandata agli altri.

Quel difetto fisico Andreotti se lo portava appresso con stoica indifferenza. Non è vero che se lo fosse procurato, come invece si fantasticava maliziosamente, rifugiandosi con troppo impeto  sotto un banco nell’aula del Senato, quando era sottosegretario di Alcide De Gasperi alla Presidenza del Consiglio, mentre i parlamentari comunisti dell’assemblea tavolette, calamai, penne, matite, libri, accendini e altro ancora per protesta contro l’approvazione della cosiddetta legge truffa. Il cui premio di maggioranza, destinato a chi nelle urne avesse ottenuto un voto in più del 50 per cento, non scattò per poco nelle elezioni politiche del 1953. E segnò davvero la fine politica, e l’anno dopo anche fisica, di quello che è  rimasto il più storico dei capi di governo della Repubblica d’Italia.

 

 

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Quello zero provvidenziale per Conte e il suo governo gialloverde

            Pur di cultura e ispirazione dichiaratamente morotee, non foss’altro per onorare le comuni origini pugliesi con lo statista italiano ucciso 40 anni fa dalle brigate rosse, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha mostrato una scaltrezza di stampo un po’ andreottiano nella trattativa con la Commissione Europea per scampare alla procedura d’infrazione rischiata col deficit al 2,4 per cento del prodotto interno lordo: quello festeggiato con imprudente spavalderia sul balcone di Palazzo Chigi dal vice presidente grillino dello stesso Consiglio, Luigi Di Maio. Seguirono feste pentastellate, quella sera di settembre, anche sui barconi lungo il Tevere per la cosiddetta “manovra del popolo”.

            Evoco il compianto Giulio Andreotti in questa complessa vicenda politica ricordando una vignetta che gli dedicò Giorgio Forattini negli anni d’oro del suo potere. E che il leader democristiano, contraccambiando l’ironia, esibì in un incontro pubblico per tradurre in una schienadritta -tuttaAndreotti di Forattini.jpg una parola- la sua famosissima, inconfondibile gobba. Che una leggenda attribuiva a un danno procuratosi dall’ancora giovanissimo sottosegretario di Alcide De Gasperi infilandosi con troppa forza, o paura, sotto un banco parlamentare, al Senato, durante i tumulti provocati dai comunisti contro la legge elettorale passata alla storia come “truffa”. Tale fu considerato un premio di maggioranza -pensate un po’- a favore di chi  avesse raccolto nelle urne un voto in più del cinquanta per cento. Avrebbe dovuto beneficiarne nelle elezioni del 1953 la coalizione centrista, ma il premio non scattò per qualche decina di migliaia di voti. E il presidente democristiano del Consiglio De Gasperi, per evitare ulteriori tensioni politiche, si oppose ad una verifica in un vasto campione di seggi propostagli dal ministro dell’Interno e collega di partito  Mario Scelba, straconvinto che fossero stati i brogli a determinare il fallimento della nuova legge.

              La “schienadritta” di Conte è quella che, trattenendosi a stento dal lamentarsene in pubblico, debbono avere avvertito i suoi due vice di fronte allo sconto sul deficit offerto dal capo del governo italiano al presidente della Commissione Europea Jean Claude Juncker: dal 2,4 della festa di Di Maio al 2,04, pari a qualcosa fra i 7 e gli 8 miliardi di euro. Che si tradurranno in tagli e diluizioni ai trofei, formalmente salvati, del cosiddetto reddito di cittadinanza e della quota 100 per l’accesso alla pensione, sommando l’età agli anni di contributi versati. La verità sulla consistenza delle rinunce verrà fuori quando si appronteranno i provvedimenti di attuazione delle due misure, che sono state le bandiere della campagna elettorale, rispettivamente, dei grillini e dei leghisti.

              A favorire, visto l’ottimismo avvertito a Bruxelles, il negoziato di Conte -condotto con una delega, o “procura”, come ha preferito chiamarla l’interessato, concessagli nei giorni scorsi con un comunicato congiunto dei suoi due vice-  ha sicuramente contribuito l’evoluzione imprevista della situazione sociale e politica in Francia. Dove il presidente della Repubblica  Emmanuel Macron di fronte alle proteste durissime dei cosiddetti giubbotti gialli ha dovuto allargare la borsa prenotando uno sforamento dei limiti e delle regole comunitarie tale da non giustificare la severità inizialmente chiesta all’Italia con la bocciatura del suo 2,4 di deficit rispetto al prodotto interno lordo.

             Così, pur essendo il debito pubblico dei due Paesi molto Pininn.jpgdiverso a vantaggio della Francia,  quello zero premesso al 4 per fare scendere il deficit italiano quasi al 2, pur sempre superiore all’1,6 o all’1,9 per cento del pil originariamente chiesto al ministro dell’Economia Giovanni Tria, dev’essere apparso a Juncker un salvagente utile a Conte e al suo governo, ma in fondo anche alla Commissione Europea. Mai uno zero, anche a costo di scatenare adesso i vignettisti, è stato sinora più fortunato in Italia per un presidente del Consiglio e per la sua compagine ministeriale, a dir poco, inquieta e problematica.

Di Maio negli incontri con le imprese batte Salvini, che lo sorprende da Israele

              Luigi Di Maio è stato di parola nella sfida a Matteo Salvini sul numero di sigle imprenditoriali da convocare e accogliere per sentirne le ragioni nell’azione di governo. Pur senza la documentazione fotografica offerta da Salvini al Viminale, Di Maio è riuscito a raccogliere nel suo Ministero dello Sviluppo Economico, in via Veneto, peraltro a poca distanza dalla sede del Ministero dell’Interno, 27 o addirittura 33 sigle, secondo le varie versioni o i momenti degli incontri, contro le 14 vantate dal leader leghista. Insomma Di Maio ha battuto Salvini 33 a 14, concedendogli il massimo rivendicato dai suoi aedi.

               Questa intensa attività di ascolto e quant’altro ha impedito al vice presidente grillino del Consiglio di assistere nei banchi parlamentari alle attese comunicazioni del presidente Giuseppe Conte sugli imminenti appuntamenti europei per cercare di scansare la procedura d’infrazione per debito eccessivo, in cantiere dopo la bocciatura dei conti italiani per il 2019. Che nel frattempo sono passati dall’esame della Camera, dove sono stati approvati col ricorso alla fiducia, a quello del Senato, dove subiranno le modifiche eventualmente necessarie per un accordo con i commissari europei. Ma a queste comunicazioni al Parlamento, basate sulla contestazione del “rigorismo miope” coltivato a Bruxelles e dintorni, è mancato anche il vice presidente leghista del Consiglio, appunto Salvini, impegnato in tutt’altro versante, fisico e politico.

                 In particolare, il leader della Lega ha voluto fare un salto, diciamo così, in Israele per occuparsi in qualità di ministro dell’Interno, o della Sicurezza, come preferisce chiamarsi da qualche tempo, non Saòvono on Israele.jpgdi immigrati che potrebbero arrivare in Italia da quelle parti, ma del conflitto palestinese. E lo ha fatto, anche a costo di provocare le proteste dei suoi alleati di governo, a cominciare dalla ministra grillina della Difesa Elisabetta Trenta, per avere pubblicamente dato dei “terroristi” ai miliziani di Hezbollah. Che scavano gallerie sotto i confini israeliani anche per trasportare gli esplosivi necessari in superficie a bombardare il territorio del nemico.

                 Nella sua reazione, partecipe di preoccupazioni che Salvini, in verità, non sembra avare raccolto o avvertito sul posto, la ministra della Difesa ha denunciato il rischio di attentati cui il vice presidente leghista del Consiglio avrebbe esposto col suo attacco ad Herzbollah il contingente italiano del dispositivo militare internazionale di sicurezza operante in Libano sui confini israeliani.

                 Dalla terra di Israele Salvini ha dovuto seguire – e impartire ai suoi le necessarie direttive-  un’altra vertenza esplosa con gli alleati di governo, di carattere tutto domestico, diciamo così, riguardante i problemi giudiziari, vecchi ma anche nuovi, che la Lega ha per i conti ereditati da Umberto Bossi. E’ una vicenda assai scomoda sul piano mediatico, oltre che onerosa, tradottasi per ora in un accordo con la magistratura per rimborsare a rate in una settantina d’anni una cinquantina di milioni di euro di debiti con lo Stato. Su di essa anche Di Maio ha voluto dire la sua auspicando chiarezza, spiegazioni e altro cui Salvini non si sente invece obbligato.

                 Le istruzioni che il leader leghista ha mandato ai suoi da Israele sono di non cadere nelle “provocazioni” dei grillini. La materia, d’altronde, non fa parte del “contratto” di governo, come dicono i pentastellati ogni volta che si trovano di fronte a richieste o posizioni dei leghisti  che li mettono o li colgono in difficoltà.

 

 

 

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La gara del tavolo più lungo fra i due vice presidenti del Consiglio

             Luigi Di Maio, notoriamente vice presidente del Consiglio, superministro dello Sviluppo Economico e del Lavoro, nonchè capo del movimento delle cinque stelle a vigilanza “elevata” del fondatore Beppe Grillo, non ha retto alla foto dell’incontro avuto al Viminale dall’altro vice presidente del Consiglio, ministro dell’Interno e capo davvero della Lega, Matteo Salvini, con una rappresentanza del mondo imprenditoriale. Che è in apprensione, a dir poco, per le sorti delle aziende e, più in generale, dell’economia italiana dopo sei mesi di esecutivo gialloverde.

             Senza voler rompere col suo collega di governo, che da una crisi avrebbe tutto da guadagnare elettoralmente, specie se non provocata da lui ma dagli impazienti e divisi grillini, e bastandogli evidentemente il gusto di sfruculiarlo, Di Maio ha improvvisato una gara molto particolare: a chi, dei due, ha il tavolo più lungo.

              Se sono state poco più o poco meno di dieci le sigle imprenditoriali rappresentate dagli ospiti di Salvini, usciti soddisfatti dall’incontro ma con la riserva di verificare poi le buone parole del padrone di casa con i “fatti”, Di Maio ha rivelato che sono tre volte tanto -una trentina- le sigle da lui convocate nella sede del ben più competente e “fattivo” -da fatti, appunto- Ministero dello Sviluppo Economico. Che ha peraltro una sigla anch’esso per gli specialisti della materia: Mise. Il suo insomma sarà un tavolo ben più lungo di quello di Salvini: o più largo, se sarà tondo e non rettangolare, o quasi.

             Questa gara, che a chiamarla muscolare si rischierebbe anche di essere fraintesi per il doppio senso cui si presta l’immagine del muscolo, ha lasciato indifferente il presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Che ha preferito raccogliere attorno al tavolo di Palazzo Chigi le sigle dei sindacati dei lavoratori dipendenti e dei pensionati. I cui rappresentanti hanno naturalmente gradito, ma senza spingersi molto in avanti nei contenuti e nelle previsioni perché -ha spiegato la segretaria generale e uscente della Cgil, Susanna Camusso- il capo del governo si è speso più in “parole” che altro, cioè in fatti. E ciò anche perché i fatti più urgenti che attendono il capo del governo sono i tagli alle spese in bilancio reclamati dai commissari europei per bloccare o rallentare il conto alla rovescia verso la costosa procedura comunitaria d’infrazione per debito eccessivo.

             Fatti per fatti, è da segnalare l’apprensione con la quale le vicende del governo sono seguite e commentate dal Fatto Quotidiano diretto dal solerte e diffidente Marco Travaglio. Che, anche per dimostrare forse la sua indipendenza sempre contestata da chi lo considera troppo vicino ai grillini, non si è lasciato IlFatto.jpgincantare dal tavolo di Di Maio più lungo di quello di Salvini, che Travaglio chiama abitualmente “cazzaro verde”.  Egli ha rimproverato al vice presidente pentastellato del Consiglio e amici al governo, con tanto di titolo in prima pagina,  l’ingenuità, la dabbenaggine, l’imprudenza, insomma l’errore di avere “abboccato” con dichiarazioni di interesse o di apertura all’”esca avvelenata” del referendum prospettato da Salvini per sbloccare le decisioni sulla realizzazzione o sulla rinuncia alla linea di alta velocità ferroviaria per le merci sul percorso Lione-Torino: la famosa Tav.

           E’ sorprendente, a dir poco, la liquidazione di un referendum come “esca avvelenata” da parte dei fanatici, e non solo sostenitori, della democrazia “diretta”, tradizionale o digitale che sia. Davvero sorprendente.

 

 

 

 

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Lo scorpione che potrebbe pungere il sovranismo di Matteo Salvini

Il “sovranismo psichico” diagnosticato dal Censis di Giuseppe De Rita, nel suo conquantaduesimo rapporto, a un’Italia “incattivita” è in qualche modo un ossimoro, per quanto felice, come dimostra il successo mediatico che ha ottenuto.

E’ un ossimoro perché quell’aggettivo –psichico- riporta in qualche modo ad una dimensione individuale il sovranismo, che ha invece in sé una dimensione collettiva, di una comunità nazionale cioè che si chiude nei propri confini, o ne riduce il più possibile l’apertura, temendo di perdere identità, sicurezza e ricchezza, per quanto spesso, quest’ultima, sia spesso più percepita che reale. E’ il sovranismo a dimensione collettiva che cavalca con crescente successo elettorale la Lega di Matteo Salvini, a scapito delle altre componenti del centrodestra, cui essa continua ad appartenere nominalmente, e non solo a livello locale, ma da qualche tempo anche a scapito dei temporanei alleati di governo.

Penso naturalmente ai grillini, dei quali il sovranismo, a dire la verità, non è la matrice principale ma è pur sempre una componente, coltivata con maggiore evidenza o disinvoltura prima di andare al governo e di mettere in sordina, o di dimenticare, e persino smentire, la stagione euroscettica in cui i pentastellati sognavano o reclamavano un referendum per uscire dalla gabbia quale veniva generalmente avvertita l’Europa dei trattati di Maastricht. E ancora più quella gestita anche da noi italiani quando a presiedere la Commissione di Bruxelles fu Romano Prodi. Che vi fu spinto da Massimo D’Alema anche o soprattutto a titolo riparatorio, dopo averlo sostituito a Palazzo Chigi nell’autunno del 1998.

Ridotto alla dimensione individuale della psiche, il sovranismo cessa di essere tale e diventa un’altra cosa, almeno sul piano logico. Esso diventa anarchia, o qualcosa di assai simile. E’ l’individuo che sente di dovere e poter disporre di sé in un’autosufficienza che può anche incontrarsi e addirittura fondersi con quella di altri e generare un fenomeno sociale ancora più perverso del sovranismo e, peggio ancora, del nazionalismo.

So che i leghisti, almeno quando li sento parlare, e ne leggo dichiarazioni o interviste sulla loro evoluzione politica, continuano a venerare nel loro Pantheon la buonanima di Gianfranco Miglio. Nel cui orto ogni tanto lo raggiungeva Umberto Bossi sentendo la moglie del professore che contava in tedesco le sue galline. Ma non riesco francamente a immaginare, neppure nei momenti di maggiore tensione, preoccupazione, allarme e quant’altro provocato dal fenomeno dell’immigrazione clandestina, un Miglio sovranista, e tanto meno anarchico. Glielo avrebbe impedito quanto meno la moglie, se il professore fosse stato abbandonato dalla sua cultura e formazione federalista: ma di un federalismo che superava i confini nazionali.

Se il sovranismo è diventato psichico, come hanno avvertito i sensori del Censis, comincio a chiedermi quanto potrà durare ancora la speranza di Salvini di cavalcarlo indenne, senza rimetterci le penne politiche: lui, poi, che di recente si è un po’ allargato nella concezione delle sue funzioni di governo, sino a definirsi in una intervista televisiva “ministro della Sicurezza”, credo con la maiuscola,  non bastandogli evidentemente di essere il ministro dell’Interno.

La sicurezza è la chiave che permette al leader leghista di sostituirsi a volte al ministro degli Esteri nei contatti internazionali finalizzati a contenere l’immigrazione, e persino al ministro della Difesa nella definizione delle intese utili a garantire i confini.

Gratta gratta, la sicurezza si scorge anche in quel “mandato” che Salvini ha chiesto al “popolo” accorso nell’omonima piazza romana di trattare con l’Unione Europea a nome e per conto -ha detto- di “60 milioni di italiani”. Forse egli pensava alla riforma della stessa Unione, visto che per il negoziato sui conti italiani bocciati dalla Commissione lui stesso e l’altro vice presidente del Consiglio, il grillino Luigi Di Maio, hanno concordato e conferito al presidente del Consiglio quella che Giuseppe Conte ha definito con competenza forense “una procura”.

Se dietro o sotto la richiesta così pressante di ordine e sicurezza, che Salvini cerca di raccogliere e rappresentare indossando maglie e felpe della Polizia anche quando salta sui palchi dei comizi, cova una spinta anarchica all’autosufficienza individuale, che alcuni a torto o a ragione hanno intravisto anche nella imminente riforma della disciplina della legittima difesa, il ministro dell’Interno potrà prima o dopo trovarsi in difficoltà.  L’arroccamento nella difesa del proprio benessere, quando c’è, o nel risentimento per le proprie condizioni di indigenza preclude alla solidarietà e incattivisce.

Il sovranismo psichico è un po’ il mostro che , volente o nolente, consapevolmente o a sua insaputa, Salvini rischia di coltivare. E potrebbe moltiplicarne le contraddizioni col ruolo di ministro dell’Interno. Può accadere come nella favola dello scorpione. Che per attraversare il fiume salta sulla rana ministeriale e poi la punge, affogando con essa, perché non può sfuggire al suo istinto.

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

Al netto delle comparse, la partita che si gioca fra Grillo e Salvini…..

              Sceso a Roma dalla sua Liguria per partecipare, col solito codazzo di fotografi alla fiera di “più libri più liberi”, avendone peraltro uno in particolare da presentare sulla mafia, Beppe Grillo ha trovato la voglia e il tempo di un incontro riservato con Luigi Di Maio. Che da capo politico del movimento e vice presidente del Consiglio lo rappresenta nel governo gialloverde di Giuseppe Conte.

            Di questo incontro, chiamiamolo pure vertice,  si è saputa solo la durata: un’ora e mezza, che è il tempo abituale di un pranzo più o meno di lavoro. Ma quello che doveva dire sul governo, sul Corriere.jpgmovimento di cui lui è il garante, l’elevato e quant’altro, sulla convivenza difficile con i leghisti, sulla trattativa con l’Europa per evitare la procedura d’infrazione per debito eccessivo e, più in generale, sulle prospettive politiche, Grillo lo aveva già gridato a modo suo ad un giovanotto che all’appuntamento libraio nella Nuvola di Massimiliano Fuksas gli aveva rimproverato di non essere in quel momento a Torino. Dove si manifestava contro la Tav e le “madonnine” che ne avevano invece sostenuto il mese scorso nella stessa piazza la realizzazione, insieme con altre infrastrutture invise ai grillini.

             In particolare, Grillo aveva apostrofato lo sconosciuto, forse confondendolo lì per lì per qualcuno dei “giornalisti malvagi” dai quali si sente sempre circondato e perseguitato, concedendogli tuttavia alla fine una primizia. O, se preferite, esprimendogli un oracolo, come ai tempi d’oro a Delfi: “La Tav non si farà. Te lo garantisco io”.

             Parola di Grillo, insomma, su un tema che è diventato quasi dirimente nel governo. Tanto dovrebbe bastare anche per Di Maio. Non parliamo poi del ministro grillino delle infrastrutture, il ricciuto Danilo Toninelli, che ancora perde il suo tempo con le famose verifiche dei costi e dei benefici, procurandosi peraltro una sfottente vignetta di Vauro Senesi, per Il Fatto Quotidiano, che ha  rovinato i rapporti fra l’autore e il direttore Marco Travaglio.

             Contemporaneamente, o quasi,  e sempre a Roma, i rappresentanti di imprenditori, artigiani e quant’altri ricevuti con tutti i riguardi dal vice presidente del Consiglio, ministro dell’Interno e leader della Lega Matteo Salvini al Viminale, Viminale.jpgtornato perciò ad essere per qualche ora la sede della Presidenza del Consiglio, come ai tempi di Alcide Gasperi e di Mario Scelba, sentivano tutt’altra musica. Essi raccoglievano cioè l’impressione che Salvini fosse rimasto, col suo partito, favorevoleIl Fatto.jpg alla realizzazione della linea di traffico commerciale veloce sulle rotaie fra Lione e Torino. E che avrebbe fatto valere questa convinzione nel governo, insieme con altre questioni sollevate dai suoi ospiti.

           A questo punto, se e quando, e come, il presidente del Consiglio Conte, forte della “procura” ricevuta dai suoi due vice, riuscirà a sottrarre il governo e l’intero Paese alla procedura europea d’infrazione, modificando a dovere al Senato il bilancio appena approvato alla Camera con la fiducia, e soprattutto convincendo gli interlocutori di Bruxelles e dintorni, sarà quanto meno curioso verificare chi dei due -fra Salvini e Grillo- la spunterà sulla Tav. Quale dei due oracoli, o l’oracolo intero di Grillo e il mezzo oracolo di Salvini, risulterà vero. E, infine, nelle mani di quale dei due, sempre fra Salvini e Grillo, al netto del ruolo affidato da ques’ultimo a Conte e a Di Maio, in ordine alfabetico, sia davvero finita l’Italia, almeno per ora.  

 

 

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Matteo Savini si è un pò “allargato” nella piazza romana del popolo

                E pensare che Giuseppe Conte, con la mania che ha, come avvocato e professore di diritto prestato a Palazzo Chigi, di chiamare per nome o categoria giuridica tutto quello che gli capita di stendere o trattare, aveva tenuto a definire “procura” il mandato fiduciario affidatogli con un comunicato congiunto dai suoi due vice presidenti del Consiglio, Luigi Di Maio e Matteo Salvini, di trattare con la Commissione Europea manovra finanziaria, bilancio e quant’altro. Di cui le Camere si occupano aggiornandone via via il contenuto alle esigenze, vere o presunte, del negoziato del presidente del Consiglio.

                Quello smemorato, a dir poco, di Salvini si è fatto prendere la mano, la parola, la testa dalle decine di migliaia di tifosi personali, prima ancora della Lega, radunati in Piazza del Popolo, a Roma, per farsi dare un mandato a trattare lui per l’Italia con l’Europa. Il passaggio del discorso a questo proposito è stato di una chiarezza estrema.

                Gli interlocutori di Bruxelles e dintorni, da tempo ormai sul piede di guerra di una costosa procedura d’infrazione per debito eccessivo, già sconcertati dal fatto di doversi ogni tanto incontrare e confrontare con un ministro italiano dell’Economia praticamente svuotato di funzioni, si staranno chiedendo se e quali credenziali abbia ancora, e davvero, il pur presidente del Consiglio Conte. Che, poi, di credenziali non dovrebbe neppure avere bisogno perché in forza dell’articolo 95 della Costituzione “dirige la politica generale del Governo”, con la maiuscola, “e ne è responsabile”. Egli inoltre “mantiene l’unità di indirizzo politico ed amministrativo, promuovendo e coordinando l’attività dei ministri”, per cui francamente non si capisce -ripeto- con quale logica e per quali motivi i suoi vice e quanti altri nel Governo, sempre al maiuscolo, si sentano nel diritto di concedergli -e teoricamente anche di ritirargli in seguito- mandati, procure e altre diavolerie, col risultato di stendere attorno all’esecutivo un’aria di provvisorietà, di indeterminatezza, di confusione e, complessivamente, di inattendibilità.

                 Il ruolo di leader politico, quale sicuramente egli è come capo, peraltro indiscusso, di una Lega in costante crescita elettorale, tanto da sentirsi ormai più forte dell’altro partito di governo, il movimento delle cinque stelle, che pure ha quasi il doppio della rappresentanza parlamentare  del Carroccio, non dovrebbe conferire a Salvini il potere di indirizzo e altro ancora che di fatto sta esercitando come vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno.

                I panni pur larghi di ministro proprio dell’Interno vanno ormai sempre più stretti all’attuale inquilino del Viminale. Che in un empito di sincerità e insieme di audacia, intervistato qualche sera fa su canale 9 da due giornalisti, uno dei quali Andrea Scanzi, del Fatto Quotidiano, non ancora ripresosi dallo shock, si è autodefinito “ministro della Sicurezza”, non dell’Interno. Ed è proprio in nome della Sicurezza, al maiuscolo, che Salvini si sente evidentemente autorizzato a muoversi fuori e dentro i confini nazionali anche come ministro degli Esteri, della Difesa, dell’Economia, e persino come presidente del Consiglio incidentalmente costretto alla riduttiva funzione di vice.

            Rolli.jpg  Comunque il popolo, almeno quello raccoltosi nell’omonima piazza romana, che ha tuttavia preso il nome dalla Madonna cui è dedicata la Chiesa maggiore che vi si affaccia, oltre che dal boschetto di pioppi attribuito alla vecchia tomba di Nerone, pare abbia gradito l’invadenza e l’esuberanza politiche di Salvini. Non resta che vederne gli effetti.

 

 

 

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L’Italia che si nasconde anche dietro l’ovazione a Sergio Mattarella

           Declassata -giustamente- a notizia minore la fiducia della Camera al governo sul bilancio del 2019, destinato a tornare a Montecitorio con le modifiche che lo stesso governo sta faticosamente elaborando nel tentativo di scansare la costosaOvazione.jpg procedura europea d’infrazione, i giornali hanno diviso l’attenzione delle loro prime pagine fra la lunga ovazione a Sergio Mattarella, presente all’inaugurazione della nuova stagione operistica al teatro milanese della Scala, e il ritratto impietoso che ha fatto dell’Italia l’ormai storico Censis di Giuseppe De Rita.

            Le due cose -l’ovazione al presidente della Repubblica e l’Italia “incattivita” rappresentata dal Censis- sono fra loro in contrasto. Eppure convivono nella realtà del Paese, anche se a prima vista si potrebbe essere tentati di ridurre la portata dell’ovazione a Mattarella perché tributata da un campione assai elitario della società, accorso in ghingheri alla rappresentazione dell’Attila di Giuseppe Verdi. Un campione, cioè, di autorità di vario livello, poteri cosiddetti forti e borghesi molto ben messi. Che con una coincidenza significativa nel suo blog personale Beppe Grillo ha identificato nei sostenitori di tutte le grandi opere contestate dal suo movimento politico, a cominciare dalla Tav. E ha quindi bollato severamente come “una realtà fisica enorme, costosa e inquinante”.

            In soccorso, diciamo così, di Mattarella e dell’ovazione dei borghesi descritti così male da Grillo interviene la cronaca da Milano del quirinalista del Corriere della Sera, Marzio Breda. Dove si racconta degli applausi popolari che il presidente della Repubblica   aveva già ricevuto fuori dal teatro, arrivandovi: applausi di gente comune.

            Eppure il contrasto fra le due rappresentazioni -l’Italia incattivita di De Rita e il capo dello Stato applauditoCensis.jpg fuori e dentro il teatro La Scala- rimane. E’ come se si contrapponessero il Paese reale e quello legale: una contrapposizione non nuova, in verità, da quando la politica ha cominciato a perdere colpi, molti anni fa, e si è cominciato a sondare le ragioni per le quali il Parlamento, per esempio, già quello dei partiti forti e consolidati, com’erano la Dc, il Pci e il Psi, sembrava distinto e distante dagli elettori che pure lo eleggevano.

             Quel già vecchio contrasto, ora che non a caso di partiti forti e consolidati non c’è più traccia, o quasi, sembra aggravato e persino esploso. La chiave di lettura di questa realtà inquietante sta probabilmente nell’intuizione sociologica che ha portato De Rita ad avvertire e indicare, nel suo cinquantaduesimo rapporto sull’Italia, un “sovranismo psichico”. Che “si è installato nella testa e nel comportamento degli italiani”, e non solo in quella di Matteo Salvini e dei suoi crescenti elettori leghisti.

             Il sovranismo intuito e descritto dal sociologo De Rita altro non è, se ci riflettiamo un po’ sopra, che l’anarchia. E in effetti con le sue pulsioni egoistiche, con la sua concezione alterna della legalità, e persino dell’onestà, che pure i grillini hanno adottato come slogan, salvo disattenderla  pure loro quando capita l’occasione, l’Italia è più vicina all’anarchia che all’ordine, o alla sicurezza.

            Su questo stato di cose, aggravato da una nuova recessione incipiente, dovrebbe riflettere anche Salvini, che pure si considera il leader più attrezzato e quotato sui versanti proprio dell’ordine e della sicurezza, come gli riconoscono pure i grillini. Che al governo lasciano in questo campo al leader leghista l’ultima parola, anche a costo di perdere voti e di avvitarsi in crisi interne al loro movimento.

             Un’Italia incattivita e anarchica alla fine rifiuterà pure Salvini, nella logica della famosa favola dello scorpione che, non potendo resistere al suo istinto, punge la rana che lo trasporta nell’attraversamento dell’acqua e affoga con lei.

 

 

 

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