Dalla mirabolante manovra del popolo alla manovra del tartufo

                Annunciata a fine settembre -sopra e sotto il balcone di Palazzo Chigi-  come “la manovra del popolo”, quella uscita nella notte scorsa dall’aula del Senato con 167 voti favorevoli di fiducia, 78 contrari e 3 astensioni su un emendamento di 270 pagine arrivato in maxi-ritardo si può definire “la manovra del tartufo”. I cui raccoglitori -non so quanti esattamente in Italia- non sono stati risparmiati dalla spremuta fiscale in extremis, al pari dei disperati che giocano al lotto e di tanti altri chiamati a contribuire alla copertura delle troppe spese sopravvissute anche ai tagli concordati con la Commissione Europea.

              A quei tagli si è proceduto con una trattativa seguita alle sfide di settembre e ottobre: quando i due vice presidenti del Consiglio, il grillino Luigi Di Maio e il leghista Matteo Salvini, fungevano da paracarri IlFatto.jpglungo un percorso in cui il governo non si sarebbe mai fermato, e tanto meno sarebbe arretrato “di un millimetro”. Dal canto suo, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, professore di diritto, avvocato civilista “del popolo” pure lui, parlava seraficamente di una procedura europea d’infrazione come di qualcosa con cui il suo esecutivo gialloverde avrebbe potuto tranquillamente  “convivere”.

            Che cosa abbia poi indotto Conte e i suoi due vice a cambiare idea e a passare dalla sfida ad un mezzo accattonaggio politico, come alla fine è apparsa a torto o a ragione la trattativa con Bruxelles, per non parlare dell’appendice costituita dalla lunga elaborazione del maxi-emendamento al bilancio condotta negli uffici romani del Ministero dell’Economia, si saprà solo se e quando il presidente della Repubblica vorrà rivelare l’opera di “persuasione morale” svolta dietro le quinte sul governo. Cui poi egli ha voluto generosamente riconoscere, nella cerimonia degli auguri di fine anno sotto le volte affrescate del Quirinale, il merito o il coraggio, come preferite, di essere passato dalla sfida al negoziato nei rapporti con l’Unione Europea.

            In attesa di vedere gli effetti economici e sociali del bilancio che il Senato ha appena trasmesso alla Camera perché lo approvi in via definitiva entro il 31 dicembre, anche a costo di fermare l’orologio nell’aula di Montecitorio;  ma forse anche in attesa di vederne gli effetti giuridici, visto cheRolli.jpg alcune misure e persino modalità di approvazione saranno contestate davanti alla Corte Costituzionale, qualche giudizio politico si può ben esprimere già adesso. E non può che essere desolante, come dimostra d’altronde il disagio mostrato dagli stessi presidenti delle Camere. I quali hanno chiesto al governo, pur con giri di parole e tonalità di voce a dir poco prudenti, maggiore rispetto per il Parlamento, sempre che questo esecutivo dovesse avere naturalmente un’altra occasione di proporre una legge di bilancio.

            Ciò sembra improbabile, a dispetto dell’ottimismo ostentato in pubblico sia da Conte, sia da Di Maio, sia da Salvini. Il quale ultimo, peraltro, rivelatosi così refrattario a certi appuntamenti istituzionali, Salvini.jpgsino a disertare sedute parlamentari e cerimonie al Quirinale, ha voluto  -chissà perché-  assistere stoicamente nell’aula del Senato il ministro grillino  dei rapporti col Parlamento che poneva la fiducia sul maxi-emendamento presentato, ripeto, con un maxi-ritardo. E a cui poi , fra comprensibili proteste e zuffe, sono state apportate ulteriori modifiche a voce, tra commissione e aula, non essendovi più il tempo per proporle per iscritto.

            Mentre si accingeva proprio nella ormai ex “bomboniera” di Palazzo Madama ad esprimere un’astensione equivalente a voto contrario allaMonti.jpg fiducia al governo, il senatore a vita ed ex presidente del Consiglio Mario Monti ha scritto per il Corriere della Sera un editoriale dal titolo più che significativo: Bivacco in aula. Un bivacco -ha cercato di frenare Monti per non confondere il suo commento con la celebre liquidazione del Parlamento fatta da Benito Mussolini nel suo esordio come presidente del Consiglio nel 1922- “finora né sordo né grigio, ma di senatori esautorati”. Così aveva già denunciato nella stessa aula del Senato il giorno prima la senatrice Emma Bonino senza lasciarsi intimidire né dalle proteste dei parlamentari più esagitati della maggioranza né da un richiamo a dir poco infelice, almeno per i tempi e le circostanze, del presidente di turno della seduta: il leghista Roberto Calderoli.

 

 

 

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Di scuse al Parlamento, umiliato dai ritardi, neppure a parlarne

            Di scuse, per quanto reclamate implicitamente dalla stessa presidente del Senato con un richiamo al governo Casellati.jpgall’obbligo di “un percorso più regolare” sulla strada della manovra finanziaria e del bilancio, piena di buche più delle strade romane, neppure a parlarne. Dopo l’ennesimo rinvio del “maxiemendamento”  sostitutivo del bilancio già approvato alla Camera, e inutilmente discusso nell’aula di Palazzo Madama, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha saputo esprimere solo un incolpevole “dispiacere”. Incolpevole, perché dipendente, secondo lui, solo dalla complessità e multilateralità del negoziato con la Commissione Europea, di cui si è assunto orgogliosamente il merito, forse incoraggiato anche dal generoso apprezzamento ricevuto pubblicamente dal capo dello Stato al Quirinale in occasione dello scambio degli auguri di fine anno.

            Lui, Conte, l’avvocato “del popolo” e della sua manovra, oltre che capo del governo gialloverde uscito dalle urne elettorali del 4 marzo scorso come un coniglio dal cappello a cilindro di un prestigiatore, avrebbe voluto terminare ben prima la trattativa con la commissione europea per evitare la procedura d’infrazione innestata dalla bocciatura dei conti sventolati a settembre con la bandiera del deficit al 2,4 per cento del prodotto interno lordo. Ma la durata delle trattative “dipende dalle due parti, non da me”, ha spiegato con disinvoltura il presidente del Consiglio. Anzi, con grande disinvoltura, perché i ritardi più vistosi e umilianti rovesciatisi sul Senato, fra i sarcastici giudizi di Mario Monti, le lacrime di stupore e di protesta Bonino.jpgdi Emma Bonino, dichiaratamente condivise dopo l’intervento della storica esponente del mondo radicale dal presidente emerito della Repubblica Giorgio Napolitano,  le clamorose proteste di altri parlamentari, voltatisi dall’altra parte rispetto ai banchi del governo, sono arrivati dopo la conclusione del negoziato a e con Bruxelles.

           Il maxiemendamento -o maxiritardamento, suggerito dagli avvenimenti al vignettista della Gazzetta del Mezzogiorno- si è impantanato a Roma, fra gli uffici del Ministero dell’Economia e della Presidenza Gazzetta.jpgdel Consiglio, man mano che si riaprivano contrasti o se ne accendevano di nuovi  all’interno della maggioranza. E ciò nella definizione della quantità e della qualità politica delle misure da adottare in conformità con i tagli alle spese concordate con i commissari europei per ridurre il deficit dal 2,4 per cento, festeggiato  tre mesi fa dal vice presidente grillino del Consiglio Luigi Di Maio sul balcone di palazzo Chigi, e il 2,04 per cento strappato da Conte. Poi dicono che lo zero non vale niente: addirittura meno di quel proverbiale punto per il quale Martin perse la cappa.

           Il marasma nella maggioranza è moltiplicato e al tempo stesso contraddetto dai toni trionfalistici con i quali grillini e leghisti si attribuiscono vittorie e meriti, tutti da verificare quando dalle parole e dai numeri si passerà davvero ai fatti, che gli elettori potranno verificare nelle proprie tasche.

 

 

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Ecco un giovane e involontario imitatore di Silvio Berlusconi…..

              A furia di tagliare o rimodulare, come ha preferito dire il presidente del Consiglio Giuseppe Conte avviando, conducendo e concludendo il negoziato con la Commissione Europea sui conti italiani del 2019, nel governo gialloverde qualcuno ha perso anche la memoria della propria identità politica.  E ciò al punto da imitare il nemico di sempre, cui solo nella primavera scorsa negò persino una telefonata per non inquinare il proprio udito, anche a costo di rinunciare all’ambizione dichiarata in campagna elettorale di insediarsi a Palazzo Chigi come presidente del Consiglio.

            Sto naturalmente scrivendo di Luigi Di Maio, capo del movimento delle 5 stelle sotto l’alta vigilanza di Beppe Grillo, vice presidente del Consiglio e superministro degli auspicabili ma per ora minacciati Sviluppo Economico e Lavoro.

           Non basterebbe a Di Maio neppure tutta la disinvoltura dimostrata prima e dopo l’indubbio successo elettorale del 4 marzo scorso – e ciò che ne è conseguito a livello politico e persino istituzionale, con un Parlamento costretto a votare a scatola chiusa, e con tanto di fiducia, varie e contraddittorie edizioni della manovra finanziaria e del bilancio-  per negare “il fattaccio” contestatogli dal manifesto con un fotomontaggio che lo propone accanto alla lista delle cose promesse e già realizzate.

            In particolare, l’impertinente quotidiano nato nel 1969 dall’espulsione di un pezzo della sinistra dalle Botteghe Oscure, sopravvissuto a molte crisi editoriali ma mai minacciato di chiusura come in questa stagione di tagli al settore curata dal sottosegretario grillino all’editoria Vito Crimi, ha rinfacciato al trionfalistico annuncio delle realizzazioni di Di Maio “lo stile berlusconiano”.

           In effetti, pure a Berlusconi quando gli è capitato di governare sfuggiva il piede sull’acceleratore della propaganda, specialmente se assistito nel salotto televisivo di turno da un conduttore  tutto sommato amico, che furbescamente cercava di prendere le distanze dall’ospite con qualche sorriso di scuse implicite col pubblico per l’incapacità di contenere tanto entusiasmo più o meno in diretta.

           E’ inutile, nel circa quarto di secolo trascorso dai preparativi e poi dall’irruzione di Berlusconi nella politica italiana, e appendici estere, egli è stato dai suoi avversari di turno tanto odiato quanto imitato. E più facilmente nel male che nel bene perché di bene, anche volendolo, è stato materialmente permesso di farne poco al Cavaliere per le mine politiche e giudiziarie disseminate lungo i suoi percorsi, e non solo per i limiti di un centrodestra un po’ troppo eterogeneo. Altro non direi, visto quello che ha poi saputo diventare la Lega, per non parlare del politicamente compianto Gianfranco Fini.

           Sono di stile berlusconiano anche la gestione alternativamente anarchica e autoritaria dei partiti che lo hanno via via contrastato e la selezione di quella che una volta si chiamava la classe dirigente in politica. Dove durante la cosiddetta Prima Repubblica si faceva carriera guadagnandosi i voti di preferenza e facendo poi tutte le anticamere necessarie -da relatore di leggi a presidente di commissione e a  sottosegretario- prima di accedere alla guida di un Ministero, fosse pure senza portafoglio.

           Già con l’esordio di Berlusconi in Parlamento cambiò tutto all’improvviso. E i candidati alle Camere selezionati con fotografie, video, abbigliamento e accessori dettarono il nuovo stile. L’obiettivo principale di Berlusconi, imitato -ripeto- da tutti, ma proprio tutti i suoi avversari, oltre che alleati, fu dall’inizio quello di sorprendere, più che di riformare e stabilizzare coniugando preparazione e realismo. Per poco il Cavaliere non rifilò come ministri della Giustizia e dell’Interno, a quanti lo avevano votato perchè orfani dei leader decapitati con le inchieste sul finanziamento dei partiti, i due magistrati della Procura di Milano diventati famosi proprio per quella operazione: Pier Camillo Davigo e Antonio Di Pietro, in ordine rigorosamente alfabetico.

             Non dobbiamo poi meravigliarci più di tanto del ministro della Giustizia a 5 stelle che ha appena festeggiato l’innesco legislativo di quella bomba atomica -definita tale da una collega di governo come il giornale.jpgl’avvocato di  maggiore esperienza Giulia Bongiorno- che è la prescrizione valida dal 2020 solo sino alla prima sentenza, in modo che gli altri due gradi di giustizio potranno dilungarsi all’infinito. Così sarà buttato letteralmente nel cesso l’articolo della Costituzione che impone la “ragionevole durata” dei processi. Anche questo, a proposito, appartiene all’orgoglioso elenco dei fatti del governo gialloverde offerto agli italiani da Di Maio accanto all’albero di Natale allestitogli dal vignettista del Giornale della famiglia Berlusconi.

 

 

 

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Fotografati i cambiamenti politici intervenuti con i tagli alle spese

                Per capire che cosa è cambiato politicamente con l’accordo raggiunto fra Roma e Bruxelles sui conti italiani, in modo da evitare la costosa procedura d’infrazione,  potrebbe bastare e avanzare la foto del presidente del Consiglio Giuseppe Conte che ne riferisce al Senato. Egli ha alla sua sinistra il ministro dell’Economia, la cui posizione iniziale nella vicenda della manovra e del bilancio avrebbe evitato il lungo contenzioso con la Commissione Europea, e alla sua destra il ministro degli Esteri: i due esponenti “tecnici”, diciamo così, del governo gialloverde. Essi sono stati assegnati a lungo con una certa forzatura, di certo, ma con qualche fondo di ragione, al cosiddetto “partito di Mattarella”: il terzo della coalizione gialloverde.

            Conti 1 .jpg Per quanto generosamente considerati “assenti giustificati” dal presidente del Consiglio in una intervista al Corriere della Sera, dei due vice presidenti del Consiglio non c’era traccia al banco del governo nell’aula di Palazzo Madama mentre il Senato veniva finalmente informato della conclusione positiva del negoziato con l’Europa. La cui commissione presieduta da Jean Claude Juncher ha preso impietosamente il posto dell’aula senatoriale italiana nella fantasia di Emilio Giannelli sulla prima pagina, sempre del Corriere della Sera, per l’approvazione del bilancio.

             Al “sovranista” vice presidente e ministro leghista dell’Interno Matteo Salvini, fotografato altrove insieme al cantante Al Bano, non è rimasta che una ritorsione verbale, l’ennesima del suo repertorio nei rapporti con Bruxelles. Giannelli.jpgAl cui proposito di tenere ancora sotto controllo i conti italiani, pur avendoli per ora risparmiati ad una procedura d’infrazione, egli ha reagito annunciando, minacciando e quant’altro il no dell’Italia all’approvazione del bilancio dell’Unione, quando esso verrà al pettine.

             Evidentemente è stata solo una tregua quella che Conte ha ottenuto, almeno Conte 2.jpgda Salvini, quando -ha raccontato al Corriere della Sera-  ha  dovuto intervenire ad un certo punto della gestione della manovra sui suoi due vice presidenti per reclamare “una linea di comunicazione più attenta”, visti i danni che avevano procurato con le parole e le grandi difficoltà da lui incontrate per porvi rimedio, su sollecitazione peraltro di un capo dello Stato sempre più inquieto.

             Si può considerare una specie di controfaccia istituzionale della seduta del Senato il ricevimento al Quirinale per il tradizionale scambio degli auguri fra il presidente della Repubblica e le autorità dello Stato. Salvini ha ritenuto di disertare anche questo appuntamento, confermando così lSalvini e Albano.jpg’impressione, a torto o a ragione, di essere dei due vice presidenti del Consiglio il meno soddisfatto della situazione. L’altro, il grillino Luigi Di Maio, si è invece affrettato a raggiungere il salone del palazzo presidenziale e a sedere in prima fila fra gli ospiti, sorridente forse anche per la soddisfazione appena presa dal suo partito di far dimettere Roberto Garofoli, più volte attaccato sotto le cinque stelle,  da capo di Gabinetto del pur vincente ministro dell’Economia nella vicenda della manovra e del bilancio.

              Di Maio, si sa, è almeno nelle forme più articolato di Salvini, anche se la sera ormai famosa e infausta del 27 settembre scorso fu lui, e non il vice presidente leghista del Consiglio, a uscire sul balcone di Palazzo Chigi per festeggiare il 2,4 per cento di deficit imposto al bilancio e proclamare addirittura la fine della povertà. Poi ha dovuto accontentarsi del 2,04 per cento, con tutti i tagli e i rinvii conseguenti, non del tutto ancora ben recepiti per l’applicazione del cosiddetto reddito di cittadinanza e dell’accesso alla pensione a 62 anni con 38 di contributi.  Di quello zero prima del 4 -si consolano sotto le cinque stelle- “il popolo” festante del movimento grillino può non essersi reso neppure conto, almeno per ora.

              Del ricevimento al Quirinale per gli auguri a Mattarella non sono sfuggiti, oltre all’assenza di Salvini, e naturalmente ai richiami del presidente della Repubblica ai valori della Costituzione, e agli obblighi che ne derivano, anche per chi governa, una certa cordialità nei rapporti fra il presidente del Consiglio, il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco e il senatore a vita ed ex presidente del Consiglio Mario Monti. Che aveva già salutato col proprio voto favorevole nell’aula di Palazzo Madama nei  giorni scorsi i primi segnali di riavvicinamento fra il governo e la Commissione di Bruxelles. Di pessimo umore con Conte è stato invece visto Silvio Berlusconi, sino a sottrarsi ad un suo approccio augurale. Eppure, senza il consenso del Cavaliere al suo ancora alleato leghista, dietro le quinte di una dichiarata opposizione, Salvini non avrebbe consentito la nascita del governo attuale, entrandovi con tutta la voracità mediatica che poi ha dimostrato.

 

 

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L’indietro tutta della manovra finanziaria e del bilancio gialloverde

               Neppure l’annuncio dell’accordo con Bruxelles, fatto da un ormai spazientito Giovanni Tria, il ministro dell’Economia costretto per tre mesi a ingoiare rospi nel governo gialloverde come un tapino, ha potuto sottrarsi alle stranezze, a dir poco, del lungo negoziato con la Commissione Europea per sottrarre la cosiddetta manovra finanziaria alla costosa procedura comunitaria d’infrazione per debito eccessivo. Ha avuto da eccepire, sui tempi e forse anche sulla paternità di questo annuncio, il presidente del Consiglio in persona Giuseppe Conte, già infastidito di suo per l’ultima sofferenza impostagli dal vicolo cieco in cui era finito il negoziato: una telefonata di chiarimento e altro ancora non più col suo pari grado, diciamo così, presidente della Commissione Europea Jean Claude Juncker, ma col vice presidente lettone il lettone.jpgValdis Dombrovskis. Il quale dall’alto delle sue competenze, e dal basso di una diffidenza mai nascosta verso i governi italiani di turno nell’esercizio delle sue funzioni di commissario per la stabilità finanziaria, i servizi finanziari, il mercato unico dei capitali, l’euro e il dialogo sociale, ha preteso e ottenuto quello che si potrebbe definire il bacio della pantofola. Del resto, come ci insegna la pubblicità di una grande azienda del settore, una telefonata può allungare la vita. E Dio solo sa, al punto in cui sono giunti i rapporti nella maggioranza e il resto, di quanta protezione abbia bisogno il governo Conte.

               Anche nella parte finale, quindi, il lungo negoziato di Roma con Bruxelles si è svolto all’insegna del titolo di una brillante trasmissione televisiva di Renzo Arbore, ma di una meno brillante vicenda politica: Indietro tutta. Indietro, in particolare, dal 2,4 per cento di deficit festeggiato dal Gazzetta.jpgvice presidente grillino del Consiglio Luigi Di Maio dal balcone di Palazzo Chigi, in una farsesca serata di settembre, al 2,04 per cento finale. E ulteriormente assottigliato nei fatti da una serie di dettagli non ancora del tutto noti o chiariti, fra l’altro riguardanti tempi, modi e costi reali del cosiddetto reddito di cittadinanza e della “quota cento” di accesso alla pensione: le due bandiere elettorali, rispettivamente, dei grillini e dei leghisti. Ancora bandiere, a questo punto, o brandelli ?

             Ospite del salotto televisivo del martedì di Giovanni Floris, a la 7, il felicemente senatore a vita ed ex presidente del Consiglio Mario Monti ha avuto gioco facilissimo non a sorridere ma a ridere del “sovranismo” rivendicato, in particolare, dal vice presidente leghista del Consiglio Matteo Salvini nel confronto con la Commissione Europea. Che fu originariamente sfidata dal Viminale a diffidare del suo presidente lussemburghese non sempre “sobrio” e a provare a mettersi di traverso sulla strada della manovra appena approvata dal governo ed enfaticamente definita “del popolo” dall’altro vice presidente del Consiglio, il pentastellato Di Maio.

              In effetti, mai manovra finanziaria e/o bilancio di un governo italiano sono stati così chiaramente condizionati da Bruxelles, e dintorni. Dove non erano riusciti a tanto neppure ai tempi, appunto, di Monti. Che subentrò a Palazzo Chigi a Silvio Berlusconi nell’autunno del 2011 in un’atmosfera politica e finanziaria a dir poco drammatica, portatovi certo dalla sua lunga esperienza di commissario europeo per conto sia del centrodestra sia del centrosinistra, ma alla fine soprattutto dal suo loden di gusto bavarese e dalla leggenda di essere considerato dalla stampa tedesca “il genero ideale” delle famiglie d’oltr’Alpe.

               Monti, d’altronde, è tra i senatori che, non potendo discutere del bilancio dello Stato per il 2019 già approvato dalla Camera per il continuo rinvio delle modifiche in corso di negoziato con Bruxelles, ha dovuto accontentarsi nei giorni scorsi del pur tradizionale concerto di Natale nell’aula di Palazzo Madama, alla solita presenza del capo dello Stato. E spettacolo analogo Concerto a Montecitorio.jpgsi è concessa, con un’altra orchestra, la Camera dei Deputati. Ebbene, dai presidenti né dell’uno né dell’altro ramo del Parlamento è giunta, almeno sinora, una parola non dico di preoccupazione ma di rammarico per l’anticamera -scusate il bisticcio di parole- imposta dal governo alle Camere con la presentazione di documenti essenziali per la vita del Paese così frettolosamente e malamente predisposti, viste le prove che li attendevano a livello europeo in base non a capricci ma a trattati regolarmente sottoscritti e ratificati.

              E’ stato ed è uno spettacolo, francamente, mai visto da chi scrive in più di cinquant’anni ormai di giornalismo parlamentare: spero anche non gli ultimi in assoluto delle nostre Camere, vista la smania grillina di sostituirle con la cosiddetta democrazia digitale. Che naturalmente, e a quel punto anche giustamente, non sottrarrebbe alla riforma abrogativa neppure i concerti parlamentari di fine anno, e presepi annessi in prossimità delle aule.  

 

 

 

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I giornali vittime della manovra fiscale gialloverde negoziata con Bruxelles

              Ai margini, ma non troppo, delle lunghissime manovre sulla manovra finanziaria -scusate il bisticcio di parole- che il governo gialloverde sta modificando per cercare di sottrarsi alla procedura europea d’infrazione, si sta consumando il dramma di alcuni giornali.  Che per quanto di limitata, anzi limitatissima diffusione, sono riusciti con la loro storia, fantasia, cultura e quant’altro a conquistarsi un’eco, e forse anche un peso, ben superiore alle copie che mandano nelle edicole, o emettono per connessione. Ne cito due fra tutti: il manifesto, rigorosamente al minuscolo come la sovratestatina in rosso con cui rivendica orgogliosamente di essere sempre un quotidiano comunista, e Il Foglio.

             Essi,  al pari di Radioradicale, tutta una parola, rischiano la chiusura  per un codicillo, diciamo così, della manovra, voluto soprattutto dai grillini e subìto dai leghisti. Esso ne riduce progressivamente ma consistentemente il finanziamento pubblico, di cui godono  da tempo sotto varia forma in nome della difesa del pluralismo e altre apprezzabili cose.

             I grillini, convinti -come ha detto il sottosegretario all’editoria Vito Crimi partecipando di recente alla festa dei cento anni della stampa parlamentare- che quando la stampa “fa politica” deve aggiungerne i rischi a quelli del mercato, hanno resistito anche ai ripetuti appelli, espliciti o allusivi, del presidente della Repubblica Sergio Mattarella a desistere dai loro propositi. Il capo dello Stato ha, fra l’altro, rivelato ad una scolaresca che lui la mattina nella lettura dei giornali dà la precedenza a quelli che lo criticano, giusto per fare allenamento di democrazia, e anche di intelligenzaa.

             Al Foglio, nato all’alba del berlusconismo grazie ai soldi della famiglia dello stesso Berlusconi, poi passato ad un altro editore portandogli in dote come cooperativa un insufficiente ma comunqueIl Foglio.jpg sostanzioso finanziamento pubblico, procuratosi ai primi tempi come quotidiano di un partito che era stato creato apposta da una coppia di parlamentari amici ed estimatori, hanno reagito al rischio incombente di chiusura come solo loro sanno fare nei giorni migliori, bisogna riconoscerlo: con astuzia e cultura. Che è la miscela adoperata dal fondatore Giuliano Ferrara- chi non lo conosce ormai?- in un necrologio sotto forma di editoriale, o viceversa, per la scomparsa ormai anche digitale di un settimanale americano coetaneo e sotto molti aspetti anche politicamente affine: il conservatore Wekly Standard, anti-Trump.

            Giulianone, come io lo chiamo affettuosamente da sempre, anche se abbiamo smesso da qualche tempo di frequentarci, sospetta forse che il suo nuovo editore, Valter Mainetti, già espressosi sullo stesso Foglio criticamente sulla sua linea di forte opposizione al governo e alla maggioranza gialloverde, colga l’occasione dell’assottigliamento progressivo della quota di finanziamento pubblico per ritirarsi dall’avventura e magari anche chiudere il giornale. Previsioni di questo tipo, d’altronde,  sono state infelicemente formulate di recente da Rocco Casalino, portavoce del presidente del Consiglio. E così, parlando -diciamo così- a nuora perché suocera intenda, il fondatore del Foglio ha voluto riportare il commento alla chiusura del settimanale americano raccolto presso l’ex collaboratore e suo amico David Brooks, ora editorialista del New York Times.

            Più che con Trump e con lo zampino vendicativo che l’intemperante presidente degli Stati Uniti ha messo nella chiusura di Wekley Standard, il collega e amico di Ferrara se l’è presa con l’editore scrivendo così: “Questo succede quando capitali aziendali si impossessano di un giornale d’opinione, cercano di abbassarlo al loro livello e poi si arrabbiano e si risentono quando la gente che ci lavora cerca di mantenere una misura accettabile di qualità intellettuale. E’ quello che accade quando gente con un assetto mentale populista decide che un’opinione ignorante ha lo stesso valore di un’opinione istruita, che l’ignoranza vende meglio della mente educata”.  

 

 

 

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I bollettini di resa nella guerra a Bruxelles sui conti italiani del 2019

            Dopo quattro ore di vertice a Palazzo Chigi significativamente disertate dall’importante sottosegretario leghista alla presidenza Giancarlo Giorgetti, dati i rapporti ormai interrotti col vice presidente grillino Luigi Di Maio, il governo gialloverde ha definito la nuova linea difensiva su cui si è attestato nella “guerra” a Bruxelles. Che fu praticamente dichiarata tre mesi fa, a settembre, quando esso decise di portare al 2,4 per cento il deficit del 2019 rispetto al prodotto interno lordo.

            L’attestazione su una nuova linea difensiva era la formula con la quale Benito Mussolini cercava di nascondere le tragiche ritirate italiane nell’ancor più tragica e scriteriata guerra mondiale abbracciata per inseguire la vittoria di Hitler, considerata inevitabile e addirittura imminente.

            Per non risalire a vicende cosi lontane e drammatiche, il clima di governo di questi giorni può ricordare quello delle edizioni di centrosinistra, a cavallo fra gli anni 60 e 70, gestite da Mariano Rumor per conto della Dc e da Francesco De Martino per conto del Psi, dopo il quinquennio del binomio Aldo Moro-Pietro Nenni. Allora di De Martino, vice presidente del Consiglio e segretario socialista, il compagno di partito e sindacalista Fernando Santi, spalleggiato dall’urticante Sandro Pertini, soleva dire a noi giornalisti, seduto sui divani del transatlantico di Montecitorio, che resisteva alla Dc “fermamente sino a un momento prima di cedere”.

            Chi abbia ceduto di più, fra i grillini e i leghisti, nella nuova linea difensiva definita nell’ultimo vertice tagliando ulteriormente le spese contestate dalla Commissione Europea, è obiettivamente difficile dire per il carattere evasivo delle dichiarazioni rilasciate dai protagonisti. Matteo Salvini, per esempio, invitato a spiegare meglio il rinnovato impegno a “non calare le brache” per evitare la procedura europea d’infrazione per debito eccessivo, ha avuto la disinvoltura di rispondere: “Non abbiamo parlato di numeri. Di questo ragiona il presidente del Consiglio Conte con Juncker”. Che è il presidente della Commissione Europea dallo stesso Salvini accusato, all’inizio delle ostilità sulla manovra finanziaria, di non essere “sobrio”, cioè di avere l’abitudine di ubriacarsi.

            Emilio Giannelli, il vignettista del Corriere della Sera, ha tuttavia trasmesso con la sua matita sulla prima pagina del giornale italiano più diffuso l’impressione che fra i due sia stato Salvini ad essere uscito meglio dal vertice, spingendo Di Maio a buttarsi giù dal balcone di Palazzo Chigi. Dove il giovane capo del movimento delle 5 stelle aveva festeggiato con i suoi compagni di partito la decisione appena imposta al governo di sforare il deficit di bilancio sino al 2,4 per cento del pil. In quella occasione, in effetti, Salvini evitò di partecipare alla festa prevedendo le difficoltà di quella scelta, ma senza per questo evitare di concorrere poi pure lui alla “guerra” con frasi più o meno truculente, come l’impegno di non arretrare “di un millimetro”.

            Anche al Fatto Quotidiano –peraltro reduci dall’infortunio di un ennesino attacco a Silvio Berlusconi “stragista” cavalcando rivelazioni giudiziarie di un suo incontro nel 1995 col mafioso Giuseppe Graviano, che Schermata 2018-12-17 alle 06.12.29.jpgera però finito in carcere già l’anno prima- debbono avere avvertito  gli affanni di Di Maio. Al quale hanno dedicato la “cattiveria” di giornata sulla prima pagina scrivendo che il vice presidente grillino del Consiglio “dimentica la virgola” del 2,04 per cento, cui il governo ha dovuto ripiegare dal 2,4 per cercare di evitare la procedura europea di infrazione, “e porta il deficit al 204 per cento”.

            Le cifre degli arretramenti, rinunce e quant’altro non potranno comunque rimanere a lungo nascoste o indefinite perché il governo è obbligato a presentare in brevissimo tempo le modifiche al bilancio inutilmente approvato dalla Camera e ora all’esame del Senato. Che si è in qualche modo consolato col tradizionale Concerto.jpgconcerto di fine anno nell’aula di Palazzo Madama, presente il capo dello Stato, dell’avvilente spettacolo di un documento così importante scritto e riscritto altrove, da ratificare infine col ricorso al voto di fiducia. Vale lo stesso discorso naturalmente per la Camera, dove il bilancio dovrà tornare, e sono ugualmente risuonate le note di un concerto natalizio. La musica, si sa, aiuta, almeno fuori dalle discoteche, vista la recente tragedia nelle Marche.

 

 

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Il solito petardo giudiziario in attesa del miracolo sulla manovra finanziaria

            Giusto per non perdere l’abitudine di mescolare cronache politiche e giudiziarie nei passaggi cruciali del governo e della maggioranza di turno, o anche delle opposizioni, vale la pena distogliere per un attimo lo sguardo dall’ultimo miglio del negoziato in corso con la Commissione Europea sulla controversa manovra finanziaria gialloverde e occuparsi dell’ultimo Silvio Berlusconi. Che è quello “sparato” sulla prima pagina del Fatto Quotidiano: il Berlusconi 2, lo ha chiamato il direttore Marco Travaglio nel suo editoriale per distinguerlo e poi confonderlo, naturalmente, col Berlusconi di sempre, numero 1. E’ quello che sta spingendo Matteo Salvini a rompere l’alleanza di governo con i grillini, pur da lui autorizzata sei mesi fa, e starebbe reclutando alla sua maniera un po’ di parlamentari, persino o soprattutto pentastellati, per realizzare un’edizione straordinaria di centrodestra, capace di evitare che una crisi porti ad elezioni anticipate, osteggiate dal presidente della Repubblica. Ma non è detto -fra parentesi- che Sergio Mattarella non sia contrario anche ad un centrodestra raffazzonato, vista la smentita opposta di recente proprio a intenzioni attribuitegli in questa direzione dallo stesso Berlusconi dopo una visita al Quirinale.

            Tenetevi forte perché lo scoop del Fatto Quotidiano è grosso. E anche doppio. E’ uno scoop mancato a La Stampa, il giornale di Torino, per insipienza professionale del suo direttore Maurizio Molinari, che l’aveva relegato in 22 righe in fondo, a destra, alla pagina 9 e si è rimediato perciò da Travaglio un esame supplementare di giornalismo, con relativa e inappellabile bocciatura.

            Meno male che il giornalismo italiano, per quanto malmesso, ha ancora le risorse del Fatto Quotidiano, appunto, che ha raccolto, sviluppato, spiegato e riproposto quelle 22 righe in una storia di copertina che ripropone il Berlusconi sostanzialmente stragista, oltre che corruttore, frodatore Il Fatto su Berlusconi.jpgdel fisco e puttaniere. D’altronde -ha avvertito Travaglio- l’ex presidente del Consiglio è già indagato a Firenze per strage, per non parlare del suo amico Marcello Dell’Utri, pluricondannato per mafia, visto che nei mesi scorsi, sia pure in primo grado, si è beccato un’altra condanna, appunto, per la famosa “trattativa” fra pezzi dello Stato e la mafia nella stagione delle stragi.  Lo scoop che alla Stampa non hanno capito, o -peggio- non hanno voluto capire nascondendolo in 22 miserabili righe in fondo a una pagina interna, sarebbe il verbale di un racconto fatto il 16 ottobre scorso dal pregiudicato di mafia, e pentito, Giovanni Brusca -quello della strage di Capaci- al capo della Procura di Palermo Giuseppe Lo Voi. Che ha trasmesso il relativo verbale alla Procura Generale anche in vista -ha precisato Travaglio- del processo d’appello sulla già ricordata “trattativa”.

            In particolare, Busca ha raccontato di avere saputo dal capo latitante della mafia Messina Denaro della confidenza fattagli nel 1995 dal mafioso Giuseppe Graviano di avere appena incontrato Berlusconi notandogli al polso un orologio da 500 milioni di lire:  forse con la fascetta del prezzo ancora appesa al cinturino, debbo sospettare, essendo quel Graviano noto non come un gioielliere capace di valutare a vista un orologio.

            Quel Graviano, invece, è lo stesso che, intercettato una volta in carcere, disse che Berlusconi nel 1992, tentato di entrare in politica mentre crollava Tangentopoli, gli chiese “la cortesia” di qualche attentato che scuotesse ulteriormente il Paese e rimuovesse definitivamente i “vecchi” ancora al potere, fra i quali c’erano -sia detto fra di noi- anche amici suoi, cioè del Cavaliere di Arcore, che ne avevano sostenuto come potevano la scalata alle antenne, e ad altro.

            Arrivato al governo, come si sa, nel 1994 con i funerali elettorali della cosiddetta prima Repubblica, la cui agonia era stata gestita dal primo governo di Giuliano Amato e dal primo e unico governo di Carlo Azeglio Ciampi, il Cavaliere non si sarebbe dimenticato della “cortesia” -ripeto- chiesta e accordatagli da Graviano, tanto da incontrarlo nel 1995, peraltro quando già non era più presidente del Consiglio per via della crisi provocata dopo soli nove mesi dall’allora capo della Lega, e  ormai ex alleato, Umberto Bossi. Se ne sarebbe invece dimenticato dopo l’arresto di Graviano, non aiutandolo ad uscire dai guai, insieme col resto dell’organizzazione mafiosa. Ed ora che, guarda caso, Berlusconi cerca ancora una volta di rimanere sulla scena politica, pur col suo partito ridotto ai minimi termini dall’avanzata che sembra irresistibile della nuova Lega di Salvini, si rimedia da Graviano quel che merita, secondo la lettura di quelle 22 righe della Stampa da parte di Travaglio. Si rimedia cioè la vendetta.

            E noi, poveri e comuni mortali, continuiamo a perdere il tempo appresso all’ultimo miglio della trattativa fra Roma e Bruxelles sui conti all’esame Giannelli.jpgdel Parlamento,  magari pregando per il miracolo che quell’impertinente di Emilio Giannelli, nella vignetta di prima pagina del Corriere della Sera, ha fatto chiedere al Papa dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Il quale è stato ricevuto davvero in Vaticano, non per finta, tra un volo e l’altro per la capitale belga, o tra un vertice e l’altro a Palazzo Chigi, visto che leghisti e grillini continuano a beccarsi come i polli di Renzo di manzoniana memoria, pur prigionieri entrambi delle troppo costose promesse fatte ai loro elettori e in via di forzato ridimensionamento, a dir poco.

             

Il governo gialloverde con le mani nel sacco delle improvvisazioni

              La coincidenza è tanto casuale quanto diabolica fra le vicende della manovra finanziaria, su cui si sta trattando convulsamente a Bruxelles, e della sostanziale fine della prescrizione inserita quasi per inciso nella legge contro la corruzione in dirittura di arrivo alla Camera, dopo l’approvazione al Senato in un clima di festa sui banchi del governo. Dove sedevano orgogliosamente accanto il vice presidente grillino del Consiglio e pluriministro Luigi Di Maio e il collega di partito Alfonso Bonafede: il guardasigilli succeduto nella storia della Repubblica, fra gli altri, a personalità come Palmiro Togliatti, Guido Gonella, Aldo Moro, Giuliano Vassalli e Claudio Martelli. Che fu travolto, è vero, da Tangentopoli nel 1993 ma si guadagnò lo stesso dal capo di quella terribile operazione giudiziaria a Milano, Francesco Saverio Borrelli, il riconoscimento di essere stato “il migliore ministro della Giustizia” fra tutti quelli da lui conosciuti e provati.

            L’elemento che accomuna le due vicende, pur così diverse fra loro, è l’improvvisazione in cui il governo gialloverde le ha gestite procurandosi un sacco di guai. Quelli della manovra finanziaria sono già evidenti, avendo procurato danni  in un trimestre di spread attorno ai 300 punti. Quelli della prescrizione decapitata con l’epilogo del primo dei tre gradi di giudizio sono stati preannunciati dall’insospettabile Consiglio Superiore della Magistratura. La cui commissione competente, la sesta, investita di un parere dallo stesso ministro della Giustizia, ha espresso un giudizio unanimemente negativo, destinato ad essere ripetuto dal plenum e ad aggiungersi a quello analogo degli avvocati: tutti concordi nel ritenere che mancano materialmente i tempi per fare scattare la nuova riforma del processo penale nell’anno di tempo che si è dato il governo, per cui senza prescrizione i procedimenti dureranno all’infinito, violando la “ragionevole durata” imposta dall’articolo 111 della Costituzione. E lasciandone la responsabilità tutta o prevalentemente ai magistrati, che ovviamente avvertono il pericolo e non ci stanno.

            D’altronde, già quando Bonafede annunciò la decisione di introdurre questa specie di supposta nella legge enfaticamente chiamata “spazzacorrotti” una sua collega di governo un po’ più esperta di processi, diciamo così, come la ministra  leghista della pubblica amministrazione e avvocato Giulia Bongiorno la definì “una bomba nucleare” contro l’amministrazione della giustizia. E ottenne solo che ne fosse spostata di un anno l’applicazione per farla coincidere con la riforma del processo penale, senza tuttavia riuscire a fare inserire esplicitamente nella norma questa correlazione per il rifiuto dei grillini. Che evidentemente i leghisti pensano di convertire in seguito, sotto la scadenza indicata dalla legge, quando il pericolo del disastro risulterà più evidente e gli elettori del  movimento delle cinque stelle saranno distratti da altro. O magari  i leghisti pensano che fra un anno loro staranno ancora al governo e i grillini no, per cui non sarà necessario lo sforzo di convincerli a cambiare posizione, essendo nel frattempo cambiata la maggioranza.

             Per ora il ministro Bonafede, sempre spalleggiato da Di Maio, ha fatto spallucce anche al Consiglio Superiore della Magistratura ed ha rivendicato il primato della politica, e delle sue decisioni, su magistrati, avvocati e quant’altri. E’ ciò che, con ben altri intenti, sul fronte del garantismo e non del giustizialismo, hanno rivendicato negli anni scorsi anche Silvio Berlusconi da destra e Matteo Renzi, a volte persino Massimo D’Alema, da sinistra con ben scarsi risultati. E per i garantisti sarebbe ora paradossale augurare la stessa sorte a Bonafede. Sono gli scherzi della politica, quando questa impazzisce.

             L’improvvisazione dimostrata dal governo nella preparazione e gestione della manovra finanziaria, persino superiore forse a quella in materia di prescrizione e di giustizia, sta tutta nella spiegazione che ha dato Di Maio della riduzione del deficit dal 2,4 per cento sul pil da lui festeggiato sul balcone di Palazzo Chigi a settembre, e sonoramente bocciato dalla Commissione Europea, al 2,04 tirato fuori in questi giorni dal cilindro del presidente del Consiglio Giuseppe Conte con possibilità concrete di evitare così la costosa procedura d’infrazione.

          Altan.jpg In particolare, per non ammettere, confessare e quant’altro retromarce e simili, con relativi rinvii e/o tagli alle mirabolanti promesse elettorali in materia di reddito di cittadinanza e accesso anticipato alla pensione, Di Maio ha detto che erano stati sbagliati i conti della manovra la sera dei festeggiamenti. Occorrevano in realtà meno miliardi e, quando lo si è scoperto, si è provveduto a mettere uno zero accanto al 4 per portare il deficit a un livello finalmente realistico e accettabile. Magari, i calcolatori dei ministri, vice ministri, tecnici grillini, ma un po’ anche quelli dei leghisti, avevano batterie usurate in quei giorni di grandissima eccitazione e di epiche sfide a Bruxelles. Forse ha ragione Altan a scherzarci  ancora di più sulla prima pagina di Repubblica.

 

 

 

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