Giulio Andreotti compare in sogno a Giuseppe Conte e gli dice: ben fatto…

I paragoni con i predecessori sono un esercizio, chiamiamolo pure un gioco, al quale i politici esordienti non possono sottrarsi. E spesso neppure desiderano evitare. A volte lo gradiscono esplicitamente, come fece per interposta persona Matteo Renzi, ancora fresco di nomina a presidente del Consiglio, lasciandosi paragonare dalla fidata Maria Elena Boschi al compianto e conterraneo Amintore Fanfani: “il mezzo toscano”, come lo sfottevano fisicamente gli avversari, fuori ma anche dentro la Dc. L’epiteto si tradusse impietosamente in una feroce scheda annullata da Sandro Pertini quando gli capitò di leggerla in uno dei numerosi scrutini parlamentari del 1971 per l’elezione del successore di Giuseppe Saragat al Quirinale: “Nano maledetto, non sarai mai eletto”, vi era scritto.

Decisamente più gratificante, e accolto dallo stesso interessato con compiacimento, fu il soprannome di “Rieccolo” assegnato a Fanfani da un altro toscano di razza: Indro Montanelli. Un soprannome ben ereditato -credo- appunto da Renzi, morto e risorto politicamente nella sua pur non lunga e per niente finita carriera. Lo dimostra il ruolo che egli sta avendo nella preparazione del prossimo congresso del Pd, nonostante abbia rifiutato di candidarsi a segretario e rifiuti di appoggiare qualunque degli aspiranti in corsa, anche fra i suoi più o meno storici amici.

Vedetevela voi, dice praticamente Renzi a tutti, deciso tuttavia -ammonisce o minaccia- a guidare come semplice “senatore di Firenze” l’opposizione al governo gialloverde di Giuseppe Conte. Che peraltro sembra avere appena allontanato il pericolo di crisi avvertito dietro la bocciatura del bilancio, almeno quello già approvato alla Camera, da parte della Commissione Europea.

Giunto a Palazzo Chigi in maniera a dir poco inaspettata a chiusura dell’ultima crisi di governo, dopo una rinuncia impostagli dal presidente della Repubblica rifiutando la nomina di Paolo Savona a ministro dell’Economia, il professore e avvocato Conte si pose esplicitamente come modello il compianto e conterraneo Aldo Moro. Immaginai allora, e immagino ancora, la sorpresa e forse anche qualcosa in più di Beppe Grillo, fondatore ed “elevato” garante del movimento politico cui il presidente del Consiglio ora appartiene.

Moro, che pure -ve lo assicuro, avendo avuto la fortuna di conoscerlo e frequentarlo- sapeva apprezzare e persino praticare in privato l’ironia, per esempio con imperdibili imitazioni, avrebbe non riso ma pianto a uno spettacolo e/o comizio di Grillo: con quell’abitudine che ha il comico genovese di dire parolacce, di mandare a quel paese presenti e assenti, di scherzare sui disabili e di esprimere la voglia di “mangiare” i giornalisti per il solo gusto poi di “vomitarli”. Eppure Conte riesce a divertirsi ai raduni del suo partito e ad applaudire Grillo, come ha fatto di recente al Circo Massimo, a Roma.

Di moroteo c’è sicuramente qualcosa, lo riconosco, nell’attuale presidente del Consiglio: ad esempio, l’infinita pazienza nei riguardi dei  suoi due vice che, volenti o nolenti, ma direi più volenti che nolenti, gli rubano frequentemente la scena e gli complicano i rapporti politici, interni e internazionali. Ma oltre questa pazienza non andrei. Mai Moro avrebbe permesso al suo portavoce, Corrado Guerzoni, ciò che Conte ha permesso e permette al suo Rocco Casalino, con e senza l’uso del telefono, e tanto meno del telefonino inesistente negli anni morotei.

Piuttosto, senza volere offenderne la memoria, ma attenendomi solo a un certo stile di lavoro e di relazioni, almeno l’ultimo Conte, quello del negoziato col presidente della Commissione Europea Jean Claude Juncker sui conti italiani per cercare di evitare  all’ultimo momento la procedura d’infrazione e forse anche una crisi di governo, mi ricorda Giulio Andreotti. Che invece, chissà perché, qualche mese fa in un saggio il direttore del Corriere della Sera Luciano Fontana ha troppo generosamente intravisto nel giovane pentastellato Luigi Di Maio, rimastone peraltro compiaciuto con  uno di quei sorrisi che riesce ad esprimere anche quando dice cose poco andreottiane come i “parassiti” gridati ai giornalisti della Rai assunti per raccomandazione, o ai percettori di pensioni da lui considerate “d’oro”, o agli ex parlamentari titolari dei famosi vitalizi. Che per molti di essi, abbastanza avanti negli anni, sono l’unica fonte di reddito ma non per questo sono stati sottratti a tagli anche drastici.

Di quel 2,04 per cento di deficit rispetto al prodotto interno lordo con cui Conte sembra riuscito a placare l’ira dei commissari europei contro il 2,4 imposto tre mesi fa da Di Maio e Matteo Salvini al ministro dell’Economia Giovanni Tria, dallo stesso Di Maio festeggiato sul balcone di Palazzo Chigi spingendo il suo “popolo” a brindare poi sui barconi lungo il Tevere; di quel 2,04 per cento, dicevo, Andreotti sarebbe stato fiero per i derivanti effetti politici, oltre che finanziari: lui, che una volta proprio da Palazzo Chigi ammonì il segretario del suo partito Ciriaco De Mita che “tirare a campare è sempre meglio che tirare le cuoia”.

L’Andreotti che ritrovo nel Conte di oggi è quello che solo qualche giorno fa mi ha riproposto Il Dubbio con quella foto del “divo Giulio” che mostra con compiaciuta ironia l’urticante vignetta nella quale Giorgio Forattini ha appena giocato fra la gobba del leader democristiano e la “schienadritta “, in una sola parola, da lui raccomandata agli altri.

Quel difetto fisico Andreotti se lo portava appresso con stoica indifferenza. Non è vero che se lo fosse procurato, come invece si fantasticava maliziosamente, rifugiandosi con troppo impeto  sotto un banco nell’aula del Senato, quando era sottosegretario di Alcide De Gasperi alla Presidenza del Consiglio, mentre i parlamentari comunisti dell’assemblea tavolette, calamai, penne, matite, libri, accendini e altro ancora per protesta contro l’approvazione della cosiddetta legge truffa. Il cui premio di maggioranza, destinato a chi nelle urne avesse ottenuto un voto in più del 50 per cento, non scattò per poco nelle elezioni politiche del 1953. E segnò davvero la fine politica, e l’anno dopo anche fisica, di quello che è  rimasto il più storico dei capi di governo della Repubblica d’Italia.

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

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