I limiti della missione compiuta a Roma dal (sotto) segretario di Stato americano

       Anche a chi avrebbe voluto ignorarli, non foss’altro per cortesia d’ospitalità, il Segretario di Stato americano Marco Antonio Rubio ha tenuto quasi ad ostentare i liniti della sua missione in Italia.  Più ancora che in Vaticano, donando al Papa connazionale un fermacarte di cristallo e ricevendone una penna di legno d’ulivo, è a Palazzo Chigi, nell’incontro con la premier Giorgia Meloni, che Rubio ha ridotto il suo ruolo a livello personale. Lo ha fatto, in particolare, sottraendosi praticamente al problema di una riduzione delle truppe americane anche in Italia, come in Germania, minacciata da un Trump deluso da alleati non compiacenti con le sue guerre. “Decide il presidente”, ha detto il Segretario di Stato, come se fosse un sottosegretario, alla Meloni curiosa, credo, di saperne di più da posizioni dichiaratamente di dissenso, come altre assunte di recente scioccando, testualmente, l’amico -o ex- di oltre Oceano.

       Calato in Italia, e ripartitone con pochi sorrisi, Rubio è sembrato a non pochi osservatori e analisti politici, oltre che ai suoi interlocutori, compreso naturalmente il vice presidente del Consiglio e ministro degli Esteri Antonio Tajani, alla Farnesina, interessato soprattutto a coltivare l’ambizione a succedere a Trump alla Casa Bianca alla fine del suo secondo mandato. Sorpassando nella corsa il vice Vance preferito dal presidente degli Stati Uniti perché più allineato.

       Quella di Rubio a Roma è stata insomma una missione all’estero finalizzata a obiettivi interni, per quanto importanti, per carità. Anche sotto questo aspetto tanto il Papa quanto il governo italiano, estraneo sia questo in carica sia quello successivo al congresso o simile del partito repubblicano degli Stati Uniti, meritavano francamente di più.

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