Giuseppe Conte in versione ora morotea guardando alle primarie

       In una combinazione che deve avere considerato felice fra il 48.mo anniversario della orribile morte di Aldo Moro, dopo 55 anni di prigionia in un covo delle brigate rosse, e la propria uscita dalla clinica per la rimozione di una neoplasia fortunatamente benigna ai primi esami di laboratorio, Giuseppe Conte ha deciso di proporsi nella sua ultima edizione, o versione. Che sarebbe appunto morotea, con tanto di titolo assegnato ad un suo articolo in prima pagina dal Messaggero: “La lezione di Moro e i tempi nuovi”. Un titolo e un articolo risparmiati alla prima pagima della propaggine meridionale dell’editoria di Francesco Gaetano Caltagirone in un sussulto, spero, di rispetto per la memoria dello scomparso presidente della Dc, che in comune con Conte, e viceversa,  ha solo la regione pugliese di provenienza.

       Anche questa riscoperta morotea di Conte, come quella precedente di Fiorentino Sullo in un teatro campano alla presenza di un incredulo e ancor vivo Ciriaco De Mita, quando l’attuale presidente del Movimento 5 Stelle era ancora presidente del Consiglio e si offriva alle commemorazioni dei democristiani defunti; anche questa riscoperta morotea di Conte, dicevo, sa di convenienza, più che di opportunità, politica considerando l’assenza forzata e sanitaria dell’ex premier, qualche giorno fa, ad un raduno di ex dc all’Istituto romano Luigi Sturzo per la presentazione di un libro fresco di stampa su Moro, appunto. Raduno con la partecipazione della segretaria  del Pd Elly Schlein, pur  impossibilitata almeno per ragioni d’età a iscriversi al partito sommerso dei democristiani sopravvissuto allo scioglimento del partito  dello scudo crociato.

       Nell’inseguimento, attivo o passivo, della segretaria del Pd sulla strada delle primarie per la scelta del candidato del cosiddetto campo largo dell’alternativa al centrodestra Conte non ha voluto risparmiarsi neppure l’inconsapevole, incolpevole e quant’altro Aldo Moro. Indifeso, nella sua tomba a Torrita Tiberina, dai tentativi più bizzarri di appropriazione della sua eredità politica.

I limiti della missione compiuta a Roma dal (sotto) segretario di Stato americano

       Anche a chi avrebbe voluto ignorarli, non foss’altro per cortesia d’ospitalità, il Segretario di Stato americano Marco Antonio Rubio ha tenuto quasi ad ostentare i liniti della sua missione in Italia.  Più ancora che in Vaticano, donando al Papa connazionale un fermacarte di cristallo e ricevendone una penna di legno d’ulivo, è a Palazzo Chigi, nell’incontro con la premier Giorgia Meloni, che Rubio ha ridotto il suo ruolo a livello personale. Lo ha fatto, in particolare, sottraendosi praticamente al problema di una riduzione delle truppe americane anche in Italia, come in Germania, minacciata da un Trump deluso da alleati non compiacenti con le sue guerre. “Decide il presidente”, ha detto il Segretario di Stato, come se fosse un sottosegretario, alla Meloni curiosa, credo, di saperne di più da posizioni dichiaratamente di dissenso, come altre assunte di recente scioccando, testualmente, l’amico -o ex- di oltre Oceano.

       Calato in Italia, e ripartitone con pochi sorrisi, Rubio è sembrato a non pochi osservatori e analisti politici, oltre che ai suoi interlocutori, compreso naturalmente il vice presidente del Consiglio e ministro degli Esteri Antonio Tajani, alla Farnesina, interessato soprattutto a coltivare l’ambizione a succedere a Trump alla Casa Bianca alla fine del suo secondo mandato. Sorpassando nella corsa il vice Vance preferito dal presidente degli Stati Uniti perché più allineato.

       Quella di Rubio a Roma è stata insomma una missione all’estero finalizzata a obiettivi interni, per quanto importanti, per carità. Anche sotto questo aspetto tanto il Papa quanto il governo italiano, estraneo sia questo in carica sia quello successivo al congresso o simile del partito repubblicano degli Stati Uniti, meritavano francamente di più.

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