Potrà essere la Befana a portare il decreto di fine della legislatura

Marzio Breda, del Corriere della Sera. è un giornalista da tempo di casa al Quirinale. I presidenti della Repubblica gli affidano spesso messaggi per i naviganti della politica, magari quando costoro hanno mostrato di non averli capiti o di non volerli accogliere nei contatti diretti o indiretti, formali e informali, avuti con lui nelle più diverse circostanze: al telefono, a colazione, in qualche incontro favorito da cerimonie pubbliche e via dicendo.

Ho visto, in particolare, un messaggio di Sergio Mattarella ai naviganti, in particolare a quelli che continuano a mettere carne al fuoco della legislatura ormai agli sgoccioli, nella parte della corrispondenza dal Quirinale in cui Marzio Breda ci ha fatto oggi sapere che il presidente “non intende tirarle per le lunghe” a sciogliere le Camere per esaurimento del loro mandato quinquennale. Il cui inizio -ha spiegato Breda- va fissato nel giorno dell’insediamento delle assemblee in carica: il 15 marzo 2013.

Calendario alla mano, Mattarella ha avvertito che “dal 4 gennaio” ogni giorno sarà utile per il  suo fischio di fine partita, in modo da rimandare gli italiani alle urne a marzo dell’anno prossimo.

Oltre al mondo politico, è avvertita anche la Befana. Potrebbe essere lei questa volta a portare il decreto di scioglimento delle Camere agli onorevoli deputati e senatori uscenti, e ai loro presidenti. Che in questi giorni -temo con una certa apprensione al Quirinale- appaiono indaffarati peraltro a caricare di adempimenti legislativi le loro assemblee e a scrutare anche quali e quante possibilità hanno di partecipare al concorso per la guida della nuova sinistra “alternativa” all’odiato Pd di Matteo Renzi.

Più i giorni passano e più aumentano le difficoltà palesi e occulte dell’ex sindaco di Milano Giuliano Pisapia, considerato dai più agitati troppo poco ostile all’ex presidente del Consiglio.

Quell’ultimo torto fatto a Bettino Craxi

Una dimostrazione del livello al quale è scaduta anche sul piano umano l’informazione in Italia si è avuta con le reazioni all’intervista di Massimo D’Alema pubblicata mercoledì scorso dal Corriere della Sera. E raccolta da Aldo Cazzullo con una diligenza elogiata dall’ex presidente del Consiglio in una letterina di critica solo al titolo che la riassumeva politicamente col rifiuto assoluto di un’alleanza elettorale col Pd guidato da Matteo Renzi.

Dell’intervista, al solito urticante, hanno fatto notizia solo i giudizi duri, e scontatissimi, su Renzi. Di cui D’Alema ha rifiutato con sdegno un paragone tentato o proposto, come preferite, dall’intervistatore con Bettino Craxi. Nel quale del resto Renzi ha sempre rifiutato di riconoscersi, condizionato evidentemente dalla damnatio memoriae decretata contro il leader socialista, come un novello Nerone, da una vecchia sinistra dalla quale pure il segretario del Pd ama differenziarsi, a dir poco.

Mi sembra di vederlo con le sue smorfie, oltre che di leggerlo, D’Alema a colloquio con Cazzullo mentre contrappone a un Renzi dilettante, pasticcione e di destra neppure tanto camuffata un Craxi statista e indubbiamente di sinistra, nonostante il suo ostentato anticomunismo. E pazienza se Claudio Martelli ha poi rinfacciato all’ex presidente del Consiglio i pesanti giudizi espressi quando definiva Craxi, nel 1992, “una tragedia” per la sinistra. Del resto -potrebbe obiettargli D’Alema- non sono mai mancati alla sinistra, come dimostrano le divisioni attuali, esponenti e partiti specializzati nelle autoreti, cioè nella propria rovina.

Più di tutto ciò che D’Alema pensa e dice nel dibattito che si svolge a sinistra, e che si è ritrovato nell’intervista al Corriere della Sera, mi hanno impressionato quelle poche parole pronunciate per spiegare finalmente in che cosa fosse consistito l’aiuto ch’egli si è più volte vantato di avere fornito a Craxi negli anni della disgrazia. E che potrebbe riservare -deduco dal suo ragionamento- anche a Renzi se il giovanotto di Rignano si decidesse a togliere il disturbo, senza necessariamente morire, per carità. Come invece sognano nella redazione del Fatto Quotidiano, dove hanno deciso di pubblicare senza alcun imbarazzo, ben in vista in prima pagina, una vignetta di Mannelli in cui il segretario del Pd è caricato sul treno elettorale che sta allestendo, e che partirà il 17 ottobre, come una salma da mummificare dopo il viaggio ed esporre in un mausoleo, alla maniera di Lenin. Torno a questo punto ad immaginare le smorfie di D’Alema di fronte a un simile paragone, vista l’impossibilità di classificare a destra pure il protagonista della rivoluzione comunista di cento anni fa.

Quand’era premier -gli ha chiesto Cazzullo, non credo, in verità, così per caso- tentò di fare rientrare Craxi in Italia? “Si, per curarsi”, ha risposto D’Alema. Che ha spiegato, confermando voci diffusesi già nelle ultime settimane di vita del leader socialista, ad Hammamet, ma mai confermate in modo così esplicito e clamoroso: “Negoziai con la Procura di Milano perché non lo arrestassero. Non fu possibile”.

La brevità della risposta sembra presa in prestito da Tacito. E toglie ogni velo ad una pagina che ritengo tra le più inquietanti dell’amministrazione della giustizia-rigorosamente al minuscolo- in Italia.

Il fatto che D’Alema si sia deciso a parlarne in modo così chiaro lo trovo lodevole, sia pure tardivo, quando sono passati ormai più di 17 anni dai fatti, il protagonista giudiziario di quella vicenda sta in pensione, alcuni dei suoi collaboratori morti e altri magari in grado di potersi ora difendere dicendo di non essersi accorti di nulla. E quando comunque credo che manchino anche gli strumenti per promuovere qualche azione utile a bollare l’accaduto con sanzioni.

D’altronde, è forse anche a quel passaggio evocato da D’Alema, e a lui noto, che si riferì l’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, nel decimo anniversario della morte di Craxi, lamentando in una lettera alla vedova, fra le proteste dei soliti giustizialisti, la “durezza senza uguali” praticata dalla magistratura contro il leader socialista nelle indagini, nei processi e nei dopo-processi sul fenomeno generalizzato del finanziamento illegale dei partiti, e più in generale della politica.

D’Alema mi consentirà tuttavia di contestargli un verbo da lui usato per spiegare l’intervento sicuramente inusuale, per un presidente del Consiglio, su una Procura della Repubblica a favore del rientro in Italia, senza essere arrestato o piantonato in un ospedale, di un condannato in via definitiva, sprezzantemente definito dagli avversari “latitante”. Eppure, oltre ad essere arcinoto il suo recapito, Craxi si era allontanato dall’Italia in modo regolare, quando era provvisto del passaporto, come ha cercato inutilmente di dimostrare in sede giudiziaria il suo difensore Nicolò Amato. Gli ordini di arresto arrivarono dopo. E le autorità tunisine si avvalsero delle loro prerogative rifiutando le richieste di consegnare il non comune ospite a chi lo reclamava.

Il verbo, a mio avviso, improprio usato da D’Alema con Cazzullo è “curarsi”. In realtà, come Francesco Cossiga mi confidò di avere riferito proprio a D’Alema al ritorno dalla sua ultima visita a Craxi, dopo che l’amico era stato operato nell’ospedale militare di Tunisi per un tumore renale, il leader socialista era ormai un malato terminale. Che non a caso si era accomiatato da lui, nel salotto di casa ad Hammamet, avvertendolo che non si sarebbero potuti più incontrare di nuovo. Craxi morì il 19 gennaio del 2000 per arresto cardiaco, debilitato dal tumore e dal diabete, che gli aveva procurato piaghe liquidate in un processo dall’allora pubblico ministero Antonio Di Pietro come “un foruncolone”. E chissà quanto tempo si dovrà ancora aspettare perché l’ex magistrato se ne penta, e se ne scusi, visto che ha cominciato a riconoscere qualche errore.

Più che “curarsi”, dopo tutti i tentativi falliti di tornare in Italia da uomo libero per esservi operato, al mio povero amico Bettino non restava altro che poter tornare in Italia per morirvi senza ulteriori umiliazioni. Ma neppure questo gli “fu possibile”, per ripetere le parole -questa volta appropriate- usate da D’Alema in una intervista che meritava ben altra accoglienza e ben altre reazioni, finita invece nel solito, ormai insopportabile pastone, come si chiamava una volta, il pezzo quotidiano della cronaca politica.

Peccato. E’ stata persa un’altra occasione dal giornalismo per riscattarsi da decenni di sostanziale disarmo morale di fronte a certi spettacoli che gridano semplicemente vendetta. Quel “non fu possibile” di D’Alema fa venire i brividi, pur a tanto tempo di distanza dall’accaduto, o forse proprio per il troppo tempo passato da allora. E per il troppo onore conferito a chi non lo meritava.

 

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

Ripreso da http://www.formiche.net col titolo: Che cosa (non) ha detto Massimo D’Alema su Bettino Craxi

Martelli rinfaccia a D’Alema l’anticraxismo dimenticato

Claudio Martelli nella sua nuova veste di giornalista ha avuto gioco sin troppo facile, con l’archivio di cui dispone sulla sua passata esperienza politica, per rinfacciare a Massimo D’Alema gli strumentali e troppo tardivi riconoscimenti delle qualità di sinistra di Bettino Craxi, in funzione antirenziana. E in risposta a una domanda non  casuale, in una intervista al Corriere della Sera, sulla possibilità di considerare il segretario del Pd in qualche modo erede dell’anticomunismo di sinistra, appunto, dello scomparso leader socialista.

“Si riconosce di essere di sinistra al nemico morto -ha scritto sul Quotidiano Nazionale l’ex vice segretario di Craxi al Psi- solo per negarlo più aspramente a quello vivo”. Un vivo di cui al solito Fatto Quotidiano diretto da Marco Travaglio già si celebrano i  funerali in una vignetta di Mannelli.

In particolare, Martelli ha rinfacciato a D’Alema di avere dichiarato all’Unità il 10 giugno 1992: “Un governo Craxi sarebbe una tragedia per la sinistra”. E poi, il 10 agosto dell’anno dopo a Repubblica, quando già Bettino non era più segretario del Psi: “L’unica grande passione di Craxi è l’odio per la sinistra”.  Un odio peraltro ricambiato, se lo stesso D’Alema traduceva così il problema dei rapporti fra Craxi e i magistrati che indagavano sul  fenomeno, peraltro diffusissimo, del finanziamento illegale della politica: “Se uno va rubare un orologio d’oro è chiaro che sarà messo in galera”. Nè Craxi avrebbe potuto pensare di fermare “il treno” avviato e condotto dalla magistratura e dintorni per travolgerlo “buttandosi  sui binari”. Ladro e pure scemo, quindi, il leader socialista rappresentato da D’Alema negli anni che si è deciso a rivisitare e riabilitare per usare Bettino come un bastone contro l’odiatissimo Renzi. Che un po’, peraltro, se l’è andata a cercare -direbbe la buonanima di Giulio Andreotti- avendo sempre partecipato alla demonizzazione dello scomparso leader socialista, preferendogli la memoria, per esempio, di Enrico Berlinguer. 

Il sogno funereo del giornale di Marco Travaglio

Un altro scoop del Fatto Quotidiano, dopo quello sul no della Procura di Roma alla richiesta della polizia giudiziaria da tempo a disposizione del pm Voodcoock di interrogare il segretario del Pd Matteo Renzi coinvolgendolo come teste nelle indagini sulla Consip, mentre il padre era già indagato per traffico d’influenze.

Questa volta lo scoop non è di cronaca giudiziaria, ma in qualche modo di arte. E’ una vignetta di Mannelli, rigorosamente in prima pagina, in cui è riprodotto il sogno del giornale diretto da Marco Travaglio: il segretario del Pd, sempre lui, morto e destinato, per soddisfare forse la sua vanità, ad un mausoleo. “Come Lenin”, ha scritto il vignettista facendo probabilmente trasecolare Massimo D’Alema, appena spesosi in una lunga intervista al Corriere della Sera per negare a Renzi la possibilità di considerarsi e di essere considerato di sinistra. A meno che nella redazione del Fatto Quotidiano e dintorni non sappiano di dubbi intervenuti in D’Alema sulla natura di sinistra del protagonista della Rivoluzione d’Ottobre del 1917, ancora custodito nel mausoleo davanti al Cremlino a distanza di un secolo dalle sue gesta. E nonostante a Mosca ora regni tale Vladmir Putin, amico di tale Silvio Berlusconi,   che peraltro  festeggiano il loro compleanno a distanza di pochi giorni. Il primo compirà 65 anni il 7 ottobre. Il secondo ne compie oggi 81. Auguri a entrambi, naturalmente.

Lo scoop autorete del Fatto Quotidiano su Consip

Se non è un infortunio, poco ci manca perché conferma quella traccia politica sotterranea che da quelle parti si è sempre negato.

Lo scoop del giornale diretto da Marco Travaglio conferma, in particolare, che la polizia giudiziaria di cui disponeva Voodcock a Napoli chiese il 25 febbraio scorso alla Procura di Roma di interrogare Renzi per la vicenda Consip: ma Renzi figlio, non Renzi padre, indagato per traffico d’influenze.

I giornali avrebbero così potuto “sparare” la notizia di un qualche coinvolgimento del segretario del Pd, per cominciare come teste:  la famosa “bomba” di cui sentì parlare molto tempo prima la capa della Procura di Modena da “esagitati” di quella stessa polizia giudiziaria, secondo una deposizione resa il 17 luglio scorso alla prima commissione del Consiglio Superiore della Magistratura. La Procura della Repubblica di Roma disse no.

Carlo Minniti secondo Massimo D’Alema

Alcune considerazioni a parte, diciamo così, oltre cioè il destino del centrosinistra alquanto infausto insito nella previsione, o auspicio, di un altro “governo del Presidente” dopo le elezioni dell’anno prossimo, merita l’intervista di Massimo D’Alema al Corriere della Sera per ciò che l’ex presidente del Consiglio ha voluto dire del suo ex compagno di partito e di corrente Marco Minniti. Che ha avuto la sventura di essere diventato ministro dell’Interno nel governo “alla fine” di Paolo Gentiloni, e col consenso naturalmente del segretario del Pd Matteo Renzi, ancora più “in difficoltà ” di Gentiloni.

Già accusato da lui di fare le stesse cose di Berlusconi e dalle frange estreme della sinistra di praticare nella gestione del fenomeno dell’immigrazione una politica di destra, tanto da essersi guadagnato i riconoscimenti dei leghisti e dei post-missini, Minniti si è sentito dire da D’Alema che le sue misure di contenimento “hanno lasciato i migranti nelle mani delle milizie libiche, in campi di detenzione dove avviene ogni genere di violazione dei diritti umani: stupri, torture, assassini”. Di cui pertanto il ministro dell’Interno e, più in generale, il governo italiano dovrebbero sentirsi complici col “voltafaccia” fatto negli ultimi mesi. “Minniti è stato efficace, ma mi chiedo quale sia il prezzo della sua efficacia”, ha detto severamente D’Alema.

Ma la dose politicamente più tossica dei giudizi dell’ex presidente del Consiglio, anche in veste di ex presidente del Comitato parlamentare di sicurezza, cioè di controllo dei servizi segreti, sta in queste parole: “Minniti conosce molto bene gli apparati dello Stato, e ne  è stimato. Il che è importante perché questi apparati sono bravi a raggirare la politica, facendo credere al ministro di guidare mentre alla guida sono loro”. Risulta così una gara  alquanto inquietante, in cui francamente non si sa se si debba rimanere scandalizzati più  per la disinvoltura dei servizi segreti, o apparati, come li chiama D’Alema, o per la dabbenaggine del ministro o del sottosegretario di turno.

Scrivo anche di sottosegretario perché Minniti lo è stato alla Presidenza del Consiglio, con delega proprio ai servizi segreti, dal 2013 al 2016 con Enrico Letta e poi con Matteo Renzi a Palazzo Chigi. Dove peraltro il primo a portarlo fu proprio D’Alema nel 1998, quando subentrò  a Romano Prodi “uccidendo l’Ulivo”. E’ ciò che Matteo Renzi usa contestare al suo ormai irriducibile rivale alludendo al diserbante fornito a D’Alema dalla buonanima di Francesco Cossiga con un partitino improvvisato – “gli straccioni di Valmy”, scherzò lo stesso Cossiga- per sostituire il fuoriuscito dalla maggioranza Fausto Bertinotti. 

Il colpo di grazia di D’Alema alla sinistra, in odio al solito Renzi

Puntuale come un treno nella Svizzera, Massimo D’Alema all’indomani dell’ennesima debacle della sinistra in Europa, visti i risultati delle elezioni tedesche, si è lasciato intervistare dal Corriere della Sera per spargere un bel po’ del suo sale sulle ferite della sinistra italiana. Di cui ha praticamente liquidato ogni possibilità di ricomposizione e di successo elettorale prospettando, anzi auspicando dopo il rinnovo delle Camere con un sistema proporzionale, essendo una “indecenza” il cosiddetto Rosatellum che arriverà nell’aula di Montecitorio il 10 ottobre, un altro “governo del Presidente”. Un governo, cioè, praticamente imposto dal capo dello Stato ad un Parlamento e  a un mondo politico incapaci di provvedervi da soli.

Ciò è già accaduto nella cosiddetta seconda Repubblica con i governi di Lamberto Dini, nel 1995, di Mario Monti nel 2011 e di Enrico Letta nel 2013. Una quarta edizione sarebbe forse il definitivo commissariamento della Repubblica parlamentare voluta dai famosi e tanto traditi padri costituenti, ma D’Alema evidentemente non ne sarebbe preoccupato, o non più di tanto.

Pur convinto di essere ormai “arrivato a una certa serenità”, che sembra però assomigliare molto a quella che lui stesso ha rinfacciato a Matteo Renzi di avere garantito ad Enrico Letta poco prima di disarcionarlo a Palazzo Chigi, D’Alema ha bollato il segretario del Pd come un uomo tanto finito da dover essere solo soccorso da un uomo generoso come si è autodefinito lui. Che ritiene di avere dato una mano a suo tempo anche al povero Bettino Craxi, tentando  -ha raccontato- un negoziato però fallito con la Procura di Milano per farlo tornare da Hammamet in Italia senza essere arrestato, e piantonato in un ospedale per esservi curato, ha detto sempre D’Alema. Che dovrebbe sapere bene che a Craxi restava solo poco tempo per morire, e basta. E se non lo sapeva, glielo dico io che gli ero amico, per cui penso che quella sua ora vantata trattativa con la Procura di Milano andava rivelata, anzi denunciata pubblicamente, quando egli avverti le insuperabili resistenze dei magistrati. Dei quali andava gridata la responsabilità ai quattro venti, e non contenuta nel solito sinedrio.

Ora, a distanza di più di diciassette anni dalla morte, e solo in funzione antirenziana, per sbattere cioè Renzi sempre più a destra, D’Alema ha riconosciuto che Craxi era un uomo di sinistra, per quanto provvisto di una “forte carica anticomunista”, per niente paragonabile al giovanotto di Rignano sull’Arno. Che, d’altronde, avventatamente si è sempre rifiutato di sentirsene erede. 

Dio mio, non poteva D’Alema accorgersi della natura di sinistra di Craxi negli anni in cui da giovane dirigente del Pci assecondava il furioso anticraxismo di Enrico Berlinguer? Non attendo naturalmente risposta.

La solita caccia giudiziaria a Berlusconi per le stragi di mafia

In un altro momento certe notizie relative al processo in corso a Palermo dal 27 maggio di quattro anni fa sulla presunta trattativa fra lo Stato e la mafia, nella lontana stagione delle stragi del 1992-93 avrebbero fatto un rumore enorme. Non sarebbero cadute nel sostanziale vuoto di questa volta.

Le notizie, in particolare, sono queste: la trascrizione, disposta a Palermo nello scorso mese di giugno e appena terminata, delle registrazioni delle conversazioni intercettate nel carcere di Ascoli Piceno tra l’ergastolano di mafia Giuseppe Graviano e il compagno d’aria Umberto Adinolfi, ergastolano di camorra, e il loro invio, da parte del pubblico ministero Nino Di Matteo, anche alle Procure di Firenze e di Caltanisetta. Che dovrebbero pertanto valutare se è il caso di riaprire le indagini sulle stragi di mafia di venticinque anni fa di loro competenza.

Di quelle stragi, a sentire Graviano, dovrebbe essere sospettato come mandante, un Silvio Berlusconi smanioso di entrare in politica e di riempire il vuoto lasciato dai politici spazzati via o miracolosamente sopravvissuti all’uragano giudiziario di Tangentopoli.

Non è la prima volta che magistrati d’accusa e giornalisti al seguito hanno cercato di tirare in mezzo Berlusconi in quelle stragi, non bastando né avanzando i sospetti e il processo in corso -ripeto- da quattro anni sulla trattativa che pezzi dello Stato, quanto meno, e vertici di mafia avrebbero condotto per fermare la mattanza accompagnatasi agli sconvolgimenti delle inchieste sul finanziamento illegale della politica. Sarebbe stata una trattativa che, a sentire o a raccogliere quei sospetti, avrebbe dovuto essere estesa addirittura all’allora presidente della Fininvest, se veramente le stragi avessero dovuto servire non solo a intimidire i governi in carica ma pure a spianare la strada al suo movimento politico.

Tutte le volte che la fantasia degli inquirenti togati e mediatici ha provato a costruire un simile scenario è tutto finito in archiviazione. Ma Graviano, benedett’uomo, ha riacceso speranze, dubbi e quant’altro, secondo i gusti, dicendo testualmente al co-detenuto Adinolfi: “Berlusca –cioè Berlusconi, come noi giornalisti siamo soliti chiamarlo da tempo con una confidenza che il boss mafioso si vanta di avere acquisito ben prima- mi ha chiesto questa cortesia…per questo è stata l’urgenza. Lui voleva scendere in politica, però in quel periodo c’erano i vecchi. E lui mi ha detto: ci vorrebbe una bella cosa”. Cioè, un bel po’ di attentati, perché una cosa – a proposito di cose- è partecipare alle elezioni politiche con uno slogan e un movimento da sport come Forza Italia, altra è poter vincere più speditamente in quello che Giuseppe Sottile ha sarcasticamente chiamato sul Foglio qualche giorno fa “un deserto di sangue e di paure”, notando peraltro la inquietante coincidenza fra queste rappresentazioni della presunta origine criminosa dell’impegno politico di Berlusconi e il suo ritorno da protagonista sullo scenario in vista delle elezioni dell’anno prossimo.

Stavolta però, come dicevo all’inizio, per quanto ascolto, almeno fisico, possano avere trovato gli eventuali dubbi di De Matteo nella commissione parlamentare antimafia che ha voluto recentemente ascoltarlo, non è eplosa né una bomba né un petardo mediatico. Neppure il giornale di Marco Travaglio, abitualmente sensibilissimo a certi temi e a certi protagonisti del mondo giudiziario, ha ritenuto di spendersi per riaccendere il fuoco dell’antiberlusconismo.

E’ la seconda rondine che ho visto e sentito volare nel giornalismo solitamente fiancheggiatore del giustizialismo. E’ la seconda dopo quella della mancata mobilitazione contro le indagini sulle indagini targate Consip. Che venticinque anni fa, ai tempi di Mani pulite e dei cortei che incitavano la Procura di Milano a far sognare i manifestanti di giorno e di notte, più ancora di quanto i magistrati non avessero già fatto facendo riprendere gli arresti dalle solerti telecamere, sarebbero state semplicemente inimmaginabili.

Tanto tempo non è forse trascorso invano. Meglio tardi che mai.

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

Impietoso e forse autocritico giudizio di Napolitano sulla crisi della sinistra

Non so, francamente, se si possa ravvisare un elemento autocritico nel duro giudizio che il presidente emerito della Repubblica Giorgio Napolitano, alla fine di una intervista al Corriere della Sera sui risultati elettorali in Germania, guardando anche oltre in Europa, ha voluto esprimere sulla sinistra, cioè sul mondo dal quale egli proviene e di cui  si sente ancora parte.

“Hanno smarrito la loro funzione”, ha commentato Napolitano alludendo ai partiti, insieme, della sinistra estrema tedesca, votatasi già da tempo all’opposizione, e della sinistra socialdemocratica, che è scesa domenica scorsa ai suoi minimi storici. E che, impaurita, è ora tentata anch’essa dall’opposizione, buttando a destra la cancelliera uscente Angela Merkel. Della quale l’ex presidente della Repubblica italiana, rammaricato degli otto punti e più perduti nelle urne a causa della sua “coraggiosa” politica europeistica, ha il “massimo rispetto”. Ma di cui sarebbe pur giusto chiedersi se non sia eccessiva la disinvoltura con la quale è disposta a passare da un alleato all’altro così diversi fra di loro quali sono in Germania i socialdemocratici e i liberali, per non parlare poi dei verdi, che sono a loro volta volta così diversi dai liberali su temi e problemi non secondari, come quello dell’immigrazione.

Ma oltre alla loro funzione, i partiti di sinistra in Germania e altrove soffrono -ha detto Napolitano- di “uno scadimento evidente nella qualità dei gruppi dirigenti”. Quando glielo tradurranno in tedesco, questo giudizio del presidente emerito italiano non farà sicuramente felice l’ex presidente del Parlamento europeo ed ora anche ex aspirante alla Cancelleria di Berlino Martin Schulz. Di cui forse Silvio Berlusconi riprenderà a dire con qualche ragione di averlo reso ingiustamente famoso dandogli del kapò in uno scontro a Strasburgo, dove l’allora capogruppo socialdemocratico non era stato tenero col governo italiano di centrodestra per via dello stesso Berlusconi, che lo guidava.

Trasferito lo sguardo dalla Germania agli altri paesi europei, fra i quali l’Italia, in cui la sinistra non gode di ottima salute, passando da una scissione all’altra, e da un arretramento elettorale all’altro, Napolitano non può sottrarsi a una domanda, per quanto imbarazzante: lui personalmente quale contributo ha voluto o potuto dare perché questo “scadimento nella qualità dei gruppi dirigenti” non si consumasse nella sinistra nostrana? E’ una domanda non peregrina- credo- considerando il ruolo svolto da Napolitano sia nella militanza di sinistra, sia al vertice della Camera, sia al vertice dello Stato e sia infine, adesso, nel ruolo di presidente emerito della Repubblica.

Bisogna riconoscere che al Quirinale egli seppe essere incisivo nell’azione di stimolo all’ammodernamento del partito di provenienza, e delle varie edizioni succedutesi sino alla formazione del Pd. Dove nascondevano a malapena il fastidio procurato dai moniti e dalle scelte dell’allora capo dello Stato, spintosi nel 2013 a togliere l’incarico o il pre-incarico di presidente del Consiglio al segretario Pier Luigi Bersani, che si ostinava a voler fare un governo di minoranza appeso agli umori di Beppe Grillo.

Sempre dal Quirinale, Napolitano incoraggiò l’ascesa nel Pd e nel governo di Matteo Renzi, consentendogli persino di sostituire Enrico Letta a Palazzo Chigi con rito abbreviato, essendogli bastato e avanzato un semplice pronunciamento della direzione del Pd per gestire la crisi.

Ma poi, sceso dal Quirinale per stanchezza non ho mai ben capito se più fisica o politica, Napolitano contribuì a segare le gambe di Renzi. Che, dal canto suo, aveva cominciato a sbarellare più inseguendo che contrastando la demagogia antipolitica dell’opposizione grillina nella campagna referendaria sulla riforma costituzionale.

Spaccatosi infine il Pd per la solita miscela di contrasti politici e personali, Napolitano ha avuto la saggezza e il buon gusto politico, sì, di disapprovare la scissione, ma ha scommesso, pur con tutta la discrezione di un presidente emerito, sull’ascesa del guardasigilli Andrea Orlando. Che non mi sembra proprio una grande alternativa al pur ammaccato Renzi, a dispetto delle speranze o illusioni che il giovane ministro della Giustizia poteva avere suscitato all’inizio, quando anche io lo scambiai per un emulo, addirittura, di Aldo Moro per l’esordio comune al governo da guardasigilli, sia pure a distanza di mezzo secolo.

 

 

 

 

 

Ripreso da http://www.formiche.net col titolo: Mosse e scudisciate di Giorgio Napolitano su sinistra e dintorni dopo il voto in Germania

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