Addio a Rosilde Craxi, donna di forte temperamento e spietata franchezza

Sorella di Bettino e di Antonio e moglie di Paolo Pillitteri, è morta a Milano all’età di 77 anni Rosilde Craxi. “Ha finito di soffrire”, mi ha appena detto Paolo al telefonino cercando di consolarsi dopo avermi raccontate delle sofferenze procuratele dalla lunga malattia che l’ha ricongiunta ai fratelli.

Ma prima ancora e forse ancor più della malattia, aveva procurato sofferenze a Rosilde, donna pur forte di intelligenza e di temperamento, la tragedia abbattutasi sulla sua famiglia col ciclone giudiziario di Mani Pulite, come fu enfaticamente chiamata nel 1992 l’inchiesta della Procura di Milano sul finanziamento illegale della politica.

Di quella tragedia Rosilde attribuì la colpa  maggiore alla magistratura per la “durezza senza uguali” praticata soprattuto contro il fratello, per ripetere un’espressione adoperata dall’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, fra le proteste dei soliti giustizialisti, in un messaggio alla vedova nel decimo anniversario della morte, ad Hammamet, di Bettino Craxi.

Ma con la franchezza che le era abituale, e che non risparmiava neppure il fratello, Rosilde diede la colpa di quella tragedia anche alle leggi incautamente approvate negli anni e mesi precedenti col concorso dei socialisti, nel governo e nella maggioranza. Fu proprio in quelle leggi, dettate dalle emergenze prima del terrorismo e poi della mafia, che i magistrati trovarono le pieghe, secondo Rosilde, fra le quali abusare delle loro funzioni.

La sorella di Bettino fu la prima, anche in famiglia, ad avvertire i venti dell’antipolitica, esplosi nel 1991 col referendum, sottovalutato dal fratello, contro le preferenze plurime consentite dalla legge elettorale della Camera. E, franca come sempre, si dolse dello spazio lasciato ai sentimenti dell’antipolitica anche dall’amico di famiglia Silvio Berlusconi. Disse in dialetto strettamente milanese “Ofelè fa el to mesté” – a ciascuno il proprio lavoro- quando parole e gesti dell’allora presidente della Fininvest si prestarono, a torto o a ragione, ad essere interpretati come disponibilità a candidarsi a sindaco di Milano, mentre Pillitteri era insidiato dalle polemiche sulla cosiddetta Duomo Connection.

Rosilde non poteva immaginare che Berlusconi fosse destinato a sostituire non il marito a Palazzo Marino, ma nel 1994 il fratello Bettino a Palazzo Chigi. Dove il leader socialista aveva contato di tornare nel 1992, dopo le elezioni politiche e l’eccellente prova data alla guida del governo fra il 1983 e il 1987, sino a quando l’allora segretario della Dc Ciriaco De Mita non decise di interromperne l’esperienza ricorrendo addirittura alle elezioni anticipate, neppure alla fantomatica staffetta fra il segretario socialista e un esponente democristiano.

Addio, Rosilde carissima. O arrivederci, se davvero c’è un posto o un modo dove o con cui incontrarci e consolarci anche dopo la morte.

Il flop del tentativo di rianimare con Berlusca il processo della “trattativa”

Una rondine non fa primavera, ha forse pensato qualche pessimista reagendo all’ottimismo di quanti hanno sottolineato la differenza fra il giustizialismo degli anni di Mani Pulite, quando la Procura di Milano veniva incoraggiata dai cortei per le strade anche di altre città a far sognare gli italiani con i suoi avvisi di garanzia, con gli arresti davanti alle telecamere allertate di giorno e di notte e con la compiaciuta demolizione dei partiti di governo, e il pur pallido garantismo di questo 2017. Che è fortunatamente contrassegnato dall’interesse mediatico che si stanno guadagnando non tanto le indagini sulla vicenda Consip, partite stavolta da Napoli e sviluppatesi tra gli applausi e lo spasmodico interesse degli avversari di Matteo Renzi, convinti di poterlo abbattere dopo averlo ferito col referendum del 4 dicembre sulla riforma costituzionale, quanto le indagini sulle indagini.

Condotte tra la Procura di Roma e il Consiglio Superiore della Magistratura, per non parlare del  lavoro meno rumoroso ma pur sempre vigile della Procura Generale della Corte di Cassazione, le indagini sulle indagini Consip stanno svelando troppe stranezze, quanto meno, dell’accusa e della polizia giudiziaria per poter volgere lo sguardo dall’altra parte, o mettere la testa sotto la sabbia, come gli struzzi.

L’ultimo tentativo di smontare le accuse contro l’accusa è stato compiuto con l’annuncio di un’imminente e scontata archiviazione dell’indagine romana per fuga di notizie ed altro a carico del pm anglo-napoletano Henry John Voodcock, ma la Procura capitolina, che peraltro indaga su quel magistrato anche per falso, ha avvertito che una richiesta di archiviazione non è né scontata né imminente. Qualcuno ha fatto finta di non sentire e di non capire, ma non fa niente.

Ora le rondini sono diventate due. E vedremo se riusciranno a fare insieme almeno un po’ di primavera, anche se siamo appena entrati in autunno e dovremo superare ancora l’inverno. E che inverno, con la campagna elettorale per il rinnovo delle Camere.

L’altra rondine è il flop mediatico del tentativo del pubblico ministero Nino Di Matteo, che prosegue a Palermo l’opera avviata da Antonio Ingroia, di rianimare il lungo e anemico processo sulle presunte trattative fra lo Stato e la mafia nella stagione stragista del biennio 1992-93: lo stesso, peraltro, della demolizione giudiziaria della cosiddetta Prima Repubblica con le indagini sul finanziamento illegale dei partiti e sui reati più o meno connessi di concussione, corruzione e ricettazione.

Nino Di Matteo, aiutato anche con un’audizione dalla presidente della commissione parlamentare antimafia Rosy Bindi, ha cercato di infilare nella salsiccia del processo in corso a Palermo, indebolito dall’assoluzione di alcuni imputati usciti col rito abbreviato, come l’ex ministro Calogero Mannino, o sottoposti per gli stessi fatti ad altri procedimenti, come il generale Mario Mori, una intercettazione del boss mafioso Giuseppe Graviano. Che nel carcere di  massima sicurezza di Ascoli Piceno si è vantato col compagno di cortile Umberto Adinolfi di avere ricevuto a suo tempo da Silvio Berlusconi, chiamato più brevemente Berlusca, “la cortesia” di aggiungere al lavoro dei magistrati milanesi contro “i vecchi” governanti “una bella cosa” che potesse aiutarlo a fargli vincere le elezioni nel 1994. Un botto da strage, insomma, e via verso quello che Giuseppe Sottile, sul Foglio, ha efficacemente e polemicamente tradotto in “un deserto di sangue e di paure” utile a garantire il successo politico dell’allora Cavaliere.

E’ Berlusconi insomma che meriterebbe un processo come mandante delle stragi di mafia. Altro, quindi, che trattativa fra Stato e mafia, altro che gli imputati alla sbarra da anni, altro che Giorgio Napolitano, accusato continuamente da Ingroia di avergli boicottato dal Quirinale indagini e processo. E’ su Berlusconi, ripeto, che bisognerebbe mettere le mani, e precludergli così anche il ruolo di protagonista politico che, nonostante tutti i guai e la perdurante incandidabilità,  è riuscito a guadagnarsi in questa lunghissima vigilia elettorale in corso dal referendum del 4 dicembre perduto da Renzi, peraltro col contributo dello stesso Berlusconi.

Ma questa volta, diversamente da quanto sarebbe accaduto sino a qualche anno fa, quando Berlusconi era a Palazzo Chigi, fra un appuntamento e l’altro con le ragazze spiate dalla Procura di Milano, la polpetta ravvisabile nell’intercettazione ad Ascoli Piceno non ha funzionato. Neppure il Fatto Quotidiano di Marco Travaglio, che a Di Matteo ha già innalzato da tempo un monumento in vita, ha ritenuto di scaldarsi più di tanto, tenendo cautamente la bomba Graviano lontano quanto meno dalla prima pagina.

Nella Rimini di Beppe Grillo e Di Maio manca solo la nave di Fellini

A Rimini, la città -non dimentichiamolo- del grande Federico Fellini, manca soltanto la nave da lui inventata per segnare il passaggio di un’epoca. Se il fantasioso regista fosse ancora vivo, vi farebbe salire Beppe Grillo, accorso sul litorale romagnolo in veste ormai di “papà” dei suoi militanti a cinque stelle. Molti dei quali faticano però ad accettare il cambio appunto di un’epoca del movimento concepito dieci anni fa col vaffa..celebrato e gridato in un raduno a Bologna dal comico scopertosi leader politico.

Grillo si è scelto come primogenito, dietro il solito pannello digitale, il giovane Luigi Di Maio, pur affetto da congiuntivite, cioè da un rapporto difficile con i congiuntivi, e da una certa confusione geografica dimostrata confondendo Venezuela e Cile.  Furbo, il papà. Anzi, furbissimo. Se alle prossime elezioni politiche il primogenito riuscirà a fare bingo, e addirittura a trasferirsi dall’ufficio di vice presidente della Camera al limitrofo Palazzo Chigi, il papà ne potrà essere compiaciuto e orgoglioso. E attribuirsene il merito. Se il giovanotto di Pomigliano d’Arco non ci dovesse riuscire, com’è più probabile, il papà potrà rammaricarsene, e basta. La sconfitta avrà un altro titolare.

Grillo potrà fare allora come un altro illustre papà di fantasia: Eugenio Scalfari, anche lui con barba, ma molto più raffinata ed elegante di quella del comico. Scalfari fu subito soprannominato affettuosamente “Barpapà” nella redazione della Repubblica di carta da lui fondata nel 1976. E rimasta, sino a quando lui ne è stato direttore, più di vent’anni fa ormai, in competizione col Corriere della Sera per il primo posto nella graduatoria della diffusione e delle vendite dei giornali italiani. Poi è stata un’altra storia, specie quando alla direzione è arrivato, peraltro senza l’assenso preventivo di Scalfari, e tra le sue proteste pubbliche per la mancata consultazione, Mario Calabresi.

Ma torniamo a Beppe Grillo e al suo movimento pentastellato, o pentastellare, come preferite. Senza voler guastare la festa a lui e a Di Maio, e al netto del ruolo tanto misterioso quanto incombente di Davide Casaleggio, figlio -anche lui, ma vero- di Gianroberto, forte è la tentazione di chiedersi quanti figli avrà l’occasione o la sventura di divorare questo nuovo Saturno che sembra diventato politicamente  il comico di Genova. E speriamo che non divori anche i figli, come gli odiati giornalisti, solo per il gusto di poterli poi vomitare.

D’altronde, anche l’insospettabile Marco Travaglio,non certamente ostile ai grillini, di solito indulgente con loro come uno zio buono, ha avuto da ridire sui modi, sui tempi e sul contenuto della svolta. Ed ha scomodato l’incolpevole Jacques Berl per ricordare a Di Maio e fratelli, e al loro papà, che si può anche “continuare a invecchiare senza diventare adulti”.

Alla lotteria dell’ultima riforma della legge elettorale

Più che un iter, come viene chiamato ricorrendo al solito latino il percorso parlamentare dell’ennesima riforma della legge elettorale cominciato alla Camera, quello del Rosatellum -traduzione anch’essa in latino, seppure maccheronico, della proposta che porta il nome del capogruppo del Pd Ettore Rosato- sembra un gioco al lotto. Dove si danno i numeri scommettendo che vengano estratti e premino chi li ha giocati.

Per cominciare, i tre numeri su cui si scommette di più sono, in ordine crescente, il 3, il 36 e il 64: il 3 come la percentuale di voti per l’accesso alla distribuzione dei seggi parlamentari, uguale per Camera e Senato, a quanto pare: il 36 pari alla percentuale dei seggi da distribuire col sistema maggioritario a collegio uninominale, che una lista o una coalizione propone stampandone il nome sulla scheda perché l’elettore lo possa riconoscere bene; il 64 pari alla percentuale dei seggi da distribuire invece col sistema proporzionale, cui le liste -anche quelle coalizzate- concorrono singolarmente con listini rigorosamente bloccati, non si sé ancora capito bene di quanti nomi esattamente, eletti nell’ordine in cui i partiti li hanno collocati, con la stessa discrezione o insindacabilità, come preferite, con cui gli stessi partiti, da soli o insieme, hanno proposto agli elettori, o imposto, come preferiscono dire altri, i candidati dei collegi uninominali.

Messe così le cose, i capi dei partiti -tutti indistintamente- dovrebbero essere contenti perché, da soli o in compagnia, a seconda dei casi e della loro volontà, candidano e fanno eleggere o bocciare chi vogliono loro. E invece non tutti i partiti, e i rispettivi capi, hanno esultato all’annuncio del Rosatellum.

Giorgia Meloni a nome dei suoi Fratelli d’Italia n’è rimasta addirittura schifata, dissociandosi una volta tanto dal segretario leghista Matteo Salvini, con cui di solito fa squadra per pestare i piedi a Berlusconi.

Beppe Grillo nei suoi ultimi giorni apparenti di dominio assoluto nel movimento delle 5 stelle, in attesa che ne prenda il posto, sempre apparente, l’aspirante a Palazzo Chigi Luigi Di Maio, vorrebbe fare del Rosatellum quello che ha detto del giornalismo italiano: mangiarlo, in questo caso berlo,  per poterlo poi vomitare.

Non vi parlo poi della reazione dei notissimi e collaudati signor No della sinistra guidati da Massimo D’Alema e Pier Luigi Bersani. Che reciterebbero alla perfezione la tragicommedia di Eduardo De Filippo del Presepe in casa Cupiello. “Non mi piace”, scriveva e faceva dire Eduardo all’impertinente bastian contrario..

I signor No di sinistra e di destra sono convinti che il Rosatellum, come ha osservato Giannelli nella solita divertente vignetta sul Corriere della Sera, sappia di tappo, ma di un tappo col volto di Silvio Berlusconi. Che altri però, come vedremo, potrebbero sostituire  con Matteo Renzi. I due, secondo costoro, avrebbero deciso di farsi una legge su misura per fingere di volere le coalizioni, come molti li spingono all’interno dei loro partiti o schieramenti, ma in realtà sapendo e agendo perché nessuno vinca le elezioni, e loro possano riprendere libertà piena d’azione dopo la proclamazione degli unitili risultati, sino ad accordarsi per l’ennesima edizione delle cosiddette larghe intese.

Eppure sul Giornale di famiglia Berlusconi lascia che si dubiti -titoletto in prima pagina con sigla misteriosa- della sua effettiva e convinta adesione alla nuova riforma, per la quale magari a scrutinio segreto egli disporrà che i suoi parlamentari votino rovinosamente  un po’ contro e un po’ a favore, magari solo per togliersi poi la soddisfazione di smentire il solito Marco Travaglio.

Quest’ultimo sul Fatto Quotidiano, tanto per non cambiare avversari o bersagli, ha titolato e sentenziato: “Renzi fa una legge elettorale ad personam per Berlusconi”. E lo farebbe anche stupidamente perché, pensando di sbattere a destra l’ex presidente del Consiglio con i collegi uninominali da negoziare col vorace Salvini, e di insidiargli così un po’ di elettori moderati, non si renderebbe conto della sicura vittoria del centrodestra. All’interno del quale poi il potere metterebbe tutti d’accordo attorno ad un compromesso più o meno onorevole sul problema della cosiddetta premiership: un termine che prendiamo una  volta tanto dall’inglese e non dal latino.

Per la Consip ora è guerra ai “renziani del Csm”

Carica com’è di incombenze nella vicenda fantasmagorica della Consip, la Procura della Repubblica di Roma è stata alleggerita almeno di un’incombenza, che si era posta denunciando la fuga di notizie -l’ennesima nella storia di queste inchieste da scatole cinesi- sul verbale, appena trasmessole dal Consiglio Superiore della Magistratura, dell’interrogatorio del capo della Procura della Repubblica di Modena, Lucia Musti. Che il 17 luglio scorso raccontò alla prima commissione del Consiglio Superiore delle “esagitazioni” di due ufficiali dei Carabinieri al servizio, come polizia giudiziaria, del sostituto procuratore a Napoli Henry John Voodcock. Il quale aveva mandato a Modena documenti nei quali almeno uno dei due ufficiali aveva indicato alla Musti “una bomba”  che, se lei avesse voluto, sarebbe potuta esplodere. Ma la bomba sarebbe scoppiata solo dopo qualche tempo, non a Modena, a carico di Matteo Renzi e dintorni.

Il presidente della prima commissione del Consiglio Superiore della Magistratura ha rivelato la “desecretazione” disposta nel momento della spedizione del fascicolo.

La Procura romana a questo punto potrebbe anche continuare a indagare sulla fuga di notizie risoltasi questa volta a vantaggio non del solito Fatto Quotidiano ma del Corriere della Sera e di Repubblica, ma l’inchiesta di fatto è sgonfiata da quella “desecretazone” annunciata peraltro con la copertura del vice presidente del Consiglio Superiore Giovanni Legnini. E sgradita, naturalmente, agli avversari politici e mediatici di Renzi, che vi hanno visto la mano, manina o manona del segretario del Pd perché il desecratore, diciamo così, è l’ex deputato del suo partito Giuseppe Fanfani, presidente della prima commissione del Csm. Che tuttavia non ha preso la sua decisione da solo, o contro la maggioranza della commissione che presiede.

I giornali di solito tifano per le desecretazioni, ma il Fatto Quotidiano questa volta non ha gradito, sparando in prima pagina contro “i renziani al Csm”, saltati sulla “bomba” che essi avrebbero voluto fare esplodere invece contro Voodcock e i suoi collaboratori.

Nipote di Amintore, uno dei protagonisti della storia della Democrazia Cristiana, soprannominato “Rieccolo” da Indro Montanelli per la capacità che aveva di riprendersi da ogni caduta, Giuseppe Fanfani sembra geneticamente predisposto a superare la  bufera in cui si trova. E che, a mio avviso, non merita. Ne avrebbe invece meritata e ne meriterebbe un’altra per quei quasi due mesi che ha impiegato, pur con l’attenuante delle ferie estive e degli uffici a ranghi conseguentemente ridotti, per mandare alla Procura romana materiale ben più esplosivo di una supposta o reale fuga di notizie, almeno agli occhi di chi vuole capire i veri e ben più consistenti e inquietanti misteri della vicenda giudiziaria targata Consip. Che è notoriamente la centrale degli acquisti e delle forniture della pubblica amministrazione: forniture fra le quali non sono, o non dovrebbero essere compresi i veleni politici, se non li vogliamo chiamare complotti, prodotti o emersi dalle inchieste su appalti e quant’altro.

 

 

 

 

 

Ripreso da http://www.formiche.net col titolo: Vi racconto le ultime baruffe au Consip, Csm e Fatto Quotidiano

Le contraddizioni di Cantone su Consip e dintorni

Sergio Staino doveva avere ancora matite e colori in mano per confezionare la sua divertente e urticante vignetta, come sempre, per Il Dubbio, questa volta contro l’ormai notissimo magistrato Henry John Woodcock  auspicando la separazione, se non delle carriere fra giudici e pubblici ministeri, almeno della figura dello stesso Woodcock da tutti gli altri “veri” magistrati, quando agenzie di stampa, telegiornali e quant’altro hanno diffuso questo giudizio di Raffaele Cantone: “Woodcock ha grande intuito investigativo. Non fa complotti e non fa pasticci”.

L’obiettivo di Staino è notoriamente quello di divertire strappando al lettore un sorriso. Raffaele Cantone è invece un magistrato, per quanto in aspettativa, presidente dell’Autorità Anticorruzione, con le maiuscole naturalmente, del tutto consapevole del dovere di pensare e di dire cose serie.

Si deve perciò presumere che Cantone si  sia espresso come si è espresso su Woodcock col proposito di difenderne immagine e operato da tutte le accuse che gli cadono addosso da tempo, già prima che finisse indagato per falso e altro ancora nella Procura di Roma e nel Consiglio Superiore della Magistratura.

Eppure lo stesso Cantone, e nella medesima circostanza, parlando in una intervista al Circo Massimo di Massimo -appunto- Giannini, vice direttore di Repubblica, anche delle indagini e, più in generale, della vicenda giudiziaria nota come Consip, ha detto che essa “sta facendo male all’immagine della magistratura”. La quale “alla fine pagherà il prezzo più alto”.

C’è quanto meno una differenza fra il giudizio sulla vicenda giudiziaria, e quindi anche sulle indagini, e quello espresso dallo stesso Cantone sulle capacità del magistrato che a Napoli le ha cominciate e le conduce ancora, per la parte non passata per competenza alla Procura di Roma. Cui francamente penso che Cantone non volesse e non voglia attribuire la colpa dei danni che la vicenda sta procurando -parole sue- alla magistratura. Da cui -sono sempre parole e concetti del presidente dell’Autorità Anticorruzione- si ha la sensazione, a torto o a ragione, che escano più fuochi d’artificio che reati veri e propri.

Non so se anche Sergio Staino abbia fatto queste osservazioni leggendo i dispacci o sentendo in viva voce commenti e considerazioni di Cantone. So però che egli ha preferito concludere o confermare la sua vignetta, regolarmente pubblicata. Chissà quale delle due -la vignetta- e l’intervista di Cantone- sarà riuscita e riuscirà a convincere di più il pubblico. O “il popolo”, direbbe il colonnello dei Carabinieri Sergio De Caprio, noto come Ultimo ed entrato pure lui nel set mediatico della vicenda Consip con l’annuncio di volere chiarire appunto davanti al popolo, non bastando evidentemente le autorità giudiziarie e militari che se ne stanno occupando, il ruolo da lui avuto.

Quella sera di D’Alema a cena con Filippo Mancuso da Alfio Marchini

Gli avversari di Massimo D’Alema fanno male a sorprendersi e a diffidare, alcuni anche sarcasticamente, della sua partecipazione alle critiche appena espresse alle “forzature” emerse dalle indagini sulla Consip, e dalle indagini sulle indagini, come in un gioco di scatole cinesi. Forzature che l’ex presidente del Consiglio ha attribuito a certi magistrati, e collaboratori, che esagerano il loro già inopportuno protagonismo quando capitano sotto tiro i politici: o quando, aggiungerei, li cercano con ostinazione degna di miglior causa, per esempio gestendo con una certa disinvoltura l’arma micidiale e ormai abusatissima delle intercettazioni.

Sbagliano gli avversari di D’Alema, o gli entusiasti del suo antirenzismo, specie a destra, a diffidare anche dell’autenticità o sincerità dei suoi richiami a un consolidato e vecchio rifiuto di certi metodi in uso nelle Procure della Repubblica e dintorni, intendendosi per tali naturalmente anche i giornali. Che degli scoop giudiziari hanno ormai fatto una lotteria, da qualche tempo senza neppure ricavare grandi risultati nella diffusione.

Posso testimoniare, sia pure indirettamente, ma fidando anche nella memoria di un testimone questa volta diretto e felicemente in vita, Alfio Marchini, della vecchia abitudine di D’Alema di diffidare della disinvoltura di certe indagini e dei loro protagonisti o romanzieri.

 

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Siamo ai primi mesi del 1995. Il mio amico Filippo Mancuso, già procuratore generale della Corte d’Appello di Roma, è fresco di nomina a ministro della Giustizia del governo di Lamberto Dini: nomina voluta personalmente dal presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro. Il nuovo guardasigilli, succeduto ad Alfredo Biondi, partecipe del primo governo di Silvio Berlusconi, viene invitato da Alfio Marchini a cena, nella sua abitazione a pochi passi da Montecitorio, con Massimo D’Alema e qualche altro ospite.

La conversazione cade ad un certo punto sui temi della giustizia e sulle inchieste in corso da tre anni a Milano e altrove sul finanziamento illegale della politica e sui reati connessi, o viceversa: concussione, corruzione, ricettazione e quant’altro. Si parla anche di certi spifferi, diciamo così, sul possibile coinvolgimento dello stesso D’Alema, succeduto alla segreteria del Pds-ex Pci ad Achille Occhetto nel 1994, in qualche filone d’indagine per via dei suoi trascorsi rapporti, come dirigente di partito, con le cooperative rosse. Che avevano anch’esse partecipato agli appalti su cui i partiti -chi più e chi meno- si erano abituati a fare la tresca con le tangenti.

Mancuso rimane impressionato dalla già nota abitudine di D’Alema di stringere all’occorrenza i pugni mostrando la durezza delle loro nocche. E’ una cosa che l’ospite di Marchini fa parlando proprio di certa magistratura abituata alle forzature e del suo fermo proposito di non lasciarsene intimidire.

Di quei pugni probabilmente dopo qualche settimana Mancuso si ricorda occupandosi nel suo ufficio di ministro della Giustizia delle notizie provenienti dal tribunale di Milano, dove s’intrecciano processi e indagini che hanno già affossato la cosiddetta prima Repubblica e minacciano la seconda. E se ne sente un po’ incoraggiato -mi racconterà negli anni successivi- a ripercorrere la strada difficile, già tentata dal suo predecessore Bondi, delle ispezioni ministeriali nel tribunale ambrosiano.

Scoppia naturalmente un putiferio giudiziario, mediatico e politico conclusosi con la destituzione di Mancuso da ministro, dopo l’approvazione di una mozione di sfiducia individuale presentata dal gruppo parlamentare del partito di D’Alema al Senato. E’ la prima mozione di questo tipo nella storia della Repubblica, impugnata da Mancuso davanti alla Corte Costituzionale, che gli dà però torto aprendo le classiche cateratte a questo istituto o questa pratica parlamentare, non necessariamente d’opposizione, visto che a farne uso per prima è stata proprio una maggioranza.

Mancuso rimarrà comunque sulla scena politica, portato in Parlamento da Forza Italia, da cui però uscirà sbattendo porte e finestre, in un turbinio di eventi in cui mi capiterà di raccoglierne sfoghi e confidenze.

 

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Debbo dire tuttavia che a proposito della sua destituzione da ministro per avere osato occuparsi di quella che lui chiamava “la casamatta” della Procura milanese, sentii sì Mancuso lamentarsi di D’Alema, e dell’aiuto che si aspettava ma si tradusse in una offensiva di partito, ma sempre trattenuto da qualcosa di simile ad una comprensione, o ad un’attenuante. Alla fine gli strappai la verità: la sua verità, naturalmente.

D’Alema, secondo Mancuso, una mano gliel’avrebbe pure data se non fosse stato messo nell’angolo o scavalcato da Oscar Luigi Scalfaro. Che al Quirinale ricevette e assecondò le proteste dei magistrati di Milano, o direttamente dalla succitata “casamatta”. Del resto, proprio Scalfaro nel 1992 aveva inusualmente esteso le consultazioni per la formazione del primo governo della legislatura, avviata peraltro con la sua elezione a capo dello Stato, convocando a Roma il capo della Procura milanese e ricavandone l’impressione che non fosse proprio il caso di conferire l’incarico di presidente del Consiglio a Bettino Craxi. Che dopo qualche mese sarebbe stato coinvolto nell’inchiesta Mani pulite, finendone travolto.

In quegli anni chiunque si avvicinasse criticamente nell’ambito del mondo giudiziario al lavoro degli inquirenti milanesi faceva una brutta fine. Per dirne soltanto un’altra, dopo l’esperienza di Mancuso, mi basterà citare l’allora procuratore generale della Corte d’Appello di Milano, Giulio Catelani, subentrato nel 1991 ad Adolfo Beria d’Argentine.

Per l’insediamento a Milano di Catelani, proveniente da Firenze, si era scomodato il presidente del Consiglio in persona, Giulio Andreotti, cui era stato attributo, a torto o a ragione, un intervento cosiddetto di persuasione sui socialisti perché al Consiglio Superiore della Magistratura la sua candidatura prevalesse all’ultimo momento su quella di Francesco Saverio Borrelli, capo della Procura di prima istanza del tribunale ambrosiano.

Ebbene, non appena Catelani osò affacciarsi metaforicamente agli uffici della Procura guidata da Borrelli provò tali e tante delusioni, incontrò tali e tanti ostacoli che nel 1995, lo stesso anno infausto per Mancuso, preferì anticipare volontariamente di ventiquattro mesi il proprio pensionamento.

Da allora, visti gli sviluppi della vicenda Consip, bisogna riconoscere che la situazione, una volta tanto, è migliorata. Le indagini sulle indagini targate Consip, e da più parti, con un intreccio anche da capogiro fra le Procure di Roma e di Napoli, il Consiglio Superiore della Magistratura e la Procura generale della Cassazione, per non parlare di quel che accade nell’Arma dei Carabinieri per il coinvolgimento di generali, colonnelli, maggiori, capitani e chissà chi altro nell’inchiesta originaria e poi nel trattamento quanto meno opinabile di carte e fascicoli, sarebbero state inimmaginabili venticinque anni fa per quella che a molti sembrò l’epopea di Mani Pulite.

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

Le scatole cinesi della vicenda giudiziaria targata Consip

Scusate la franchezza, di cui sono malato incurabile, ma pensate davvero che a questo punto interessino davvero a qualcuno le indagini sugli appalti, gli affari, le frequentazioni, le influenze e quant’altro di casa per un certo tempo alla Consip, cioè alla centrale degli acquisti e delle forniture per la pubblica amministrazione? Via, non prendiamoci in giro. Non interessano più neppure a chi le ha reclamizzate allo spasimo per tanto tempo, neppure al  giornale -naturalmente Il Fatto Quotidiano di Marco Travaglio- che ha avuto la fortuna o il privilegio o l’abilità, poco importa, di collezionare scoop e di rinfacciarli in ogni occasione ad una concorrenza pur provvista di maggiori mezzi. Ho addirittura il sospetto che ormai esse -le indagini Consip vere e proprie- non interessino più di tanto neppure ai magistrati che le hanno condotte e che le conducono tuttora, fra le Procure di Napoli e di Roma, fra i quali c’è forse qualcuno che maledice il giorno in cui le ha cercate o gli sono cadute addosso.

Più delle indagini sulla Consip e di chi vi è già rimasto in qualche modo impigliato, facendosi persino un po’ di carcere cosiddetto cautelare, che in questo Paese non si nega a nessuno, quasi come gli avvisi di garanzia, interessano alla “gente”, come si dice in gergo popolare, e persino agli stessi inquirenti, le inchieste sulle inchieste, sempre a livello giudiziario o para-giudiziario, penali o disciplinari che siano. Esse sono distribuite, in particolare, fra la Procura di Roma, che oltre ad essere investita di una parte dell’affare Consip, è competente ad occuparsi dei magistrati di Napoli sospettati di avere abusato delle loro funzioni, il Consiglio Superiore della Magistratura, la Procura generale della Corte di Cassazione e l’Arma dei Carabinieri, cui appartengono due ufficiali della polizia giudiziaria, ma forse anche di più, che hanno redatto brogliacci ascoltando le intercettazioni, e alcuni ancora più in alto, compreso il comandante generale, sospettati di avere avere praticamente sabotato le inchieste originarie informando gli indagati di essere sotto controllo.

Curiosamente l’unico che non indaga, o quello che indaga di meno, e si tiene più lontano da tutti e da tutto, è il guardasigilli Andrea Orlando, titolare di un Ministero, quello della Giustizia, che dispone di un ispettorato per controllare il funzionamento degli uffici giudiziari. E sfido chiunque a dissipare i dubbi sul funzionamento dei vari uffici, appunto,  per i quali sono passate le carte dell’inchiesta targata Consip.

Non sono curiose solo le distanze che da questa complessa e inquietante vicenda giudiziaria ha preso il guardasigilli, molto presente invece nel dibattito all’interno e all’esterno del suo partito -il Pd- sulle prossime scadenze elettorali, sulle alleanze politiche da definire prima o dopo l’appuntamento con le urne e quant’altro.

Sono curiose anche le distanze che cominciano a prendere dalle indagini e dalle indagini sulle indagini i giornaloni, che stanno allontanando articoli e commenti sui fatti dalle prime pagine, quasi intimoriti dagli scoop realizzati, una volta tanto, in concorrenza col quotidiano di Travaglio.

Penso, in particolare, agli scoop recenti del Corriere della Sera e de la Repubblica sulla deposizione del capo -anzi capa- della Procura di Modena, il 17 luglio scorso, alla prima Commissione del Consiglio Superiore della Magistratura, che ne ha trasmesso la trascrizione alla Procura di Roma dopo quasi due mesi  provocando, prima ancora degli accertamenti a carico dei due ufficiali dei Carabinieri criticati dalla magistrata modenese -il maggiore Scafarto e il colonnello De Caprio, più noto come Ultimo- un’altra indagine  per fuga di notizie, finite appunto sul Corriere e su Repubblica.

A questa fuga peraltro ne sono seguite altre, come quelle su inediti scontri fra l’allora capitano Scafarto e il notissimo pubblico ministero di Napoli  Henry John Voodcock ai cui ordini lavorava indagando sulla Consip, o sul diritto singolare rivendicato dal colonnello Ultimo di chiarire davanti al “popolo” la sua posizione, o esasperata attenzione attribuitagli verso la famiglia di Matteo Renzi, non bastando evidentemente i chiarimenti chiestigli dalla Giustizia, con la maiuscola, e dall’Arma di appartenenza. E’ inoltre seguito il sorprendente annuncio della magistrata di Modena di non riconoscersi, o di non riconoscersi del tutto, nelle parole attribuitele a proposito della sua deposizione di luglio.

Già basta questa incursione sommaria nelle scatole cinesi dell’affare Consip, credo, per far venire il capogiro ad un lettore, diciamo così, comune. Figuriamoci che cosa lo aspetta ancora perché questa storia, anzi storiaccia, è solo agli inizi, per quanto le indagini targate Consip risalgano addirittura a quattro anni fa, essendo nate da alcune assunzioni ospedaliere in cui si avvertì a Napoli puzza di camorra. Che bastò ed avanzò a Voodcok, competente del ramo, per occuparsene e non mollare l’osso, pur chiestogli dai superiori, quando la camorra uscì di scena e subentrò tutt’altro.

 

 

 

 

Ripreso da http://www.formiche.net col titolo: Perché del caso Consip si capisce ormai ben poco

Una dura partita di calcoli tra Fiuggi e Pontida

Quella che si è appena giocata tra Fiuggi e Pontida è una partita di calcoli. La squadra azzurra di Fiuggi ha giocato in difesa, fortemente in difesa, visto che la cittadina termale del Lazio è nota per la prevenzione e l’espulsione dei calcoli. La squadra di Pontida, di un verde ormai tendente al blu scuro, ha giocato all’attacco, visto che sui prati del Bergamasco cari alla Lega i calcoli né si prevengono né si espellono, ma più semplicemente si coltivano. O si producono, come preferite.

Il calcolo più grosso di Matteo Salvini si trovava stampato sugli striscioni, sul frontespizio del palco dell’oratore e sulle magliette indossate o vendute ai militanti del Carroccio portati sul posto con più di cento pullman, a dispetto dei conti del partito bloccati in banca dall’autorità giudiziaria: il calcolo di diventare premier, cioè presidente del Consiglio di un centrodestra vittorioso nelle urne delle prossime elezioni politiche.

Già così per il segretario della Lega sarà però dura perché proprio da Fiuggi Silvio Berlusconi, per quanto incandidabile per il momento, a causa anche lui di problemi giudiziari, gli ha praticamente gridato che il centrodestra è suo, cioè di Forza Italia, pur promettendo rispetto ed amicizia ai leghisti. Cui l’ex presidente del Consiglio, pur considerandoli più “ribellisti” che “populisti” per il rispetto che ha tenuto a dichiarare per il popolo, ha d’altronde già concesso di guidare due regioni d’Italia così importanti come la Lombardia e il Veneto. E avrebbe loro lasciato anche il Piemonte se i leghisti non ne avessero malamente perduto la presidenza per un maledetto affare di mutandoni  verdi peraltro sgonfiatosi del tutto in tribunale, ma con i soliti ritardi della nostra cosiddetta giustizia. Ai post-missini invece, altra componente del centrodestra non meno ribellista ormai della Lega, Berlusconi ha concesso la candidatura del loro Nello Musumeci a governatore della Sicilia nelle elezioni regionali del 5 novembre.

E’ vero che l’ex presidente del Consiglio, almeno a parole, ha riconosciuto qualche  volta alla Lega il diritto, rivendicato da Salvini un giorno sì l’altro pure, di rivendicare la guida di  una rinnovata coalizione di centrodestra se uscisse dalle urne come il partito più votato della coalizione, ma è anche vero che il presidente di Forza Italia ritiene ottimisticamente per la propria parte politica questa probabilità irrealistica. D’altronde, per allontanarla ulteriormente egli è pronto a imbarcare nelle liste del suo movimento di tutto, persino -come è stato scritto da qualche parte- Denis Verdini. Al quale egli avrebbe telefonato di persona per cercare di riportarselo a casa dopo la licenza permessagli di andarsene via per coltivare, appoggiare, corteggiare e quant’altro Matteo Renzi. E chi l’ha detto, poi, che con Renzi non debba alla fine accordarsi pure lui, Berlusconi, se dalle prossime elezioni politiche non uscisse nessun vero vincitore ? Si, è bello per Berlusconi perseguire o sognare la vittoria del suo o “nostro” centrodestra, come ha detto a Fiuggi, ma notoriamente egli non vedrebbe come una disgrazia la necessità alternativa di trattare un governo col segretario del Pd.

In caso di sconfitta del centrodestra, per Salvini le cose si metterebbero decisamente peggio di Berlusconi. Il segretario della Lega, che diffida dell’ex presidente del Consiglio proprio sapendolo disponibile verso Renzi, potrebbe al massimo cercare un accordo con Beppe Grillo o con chi altro, vincendo le imminenti primarie per Palazzo Chigi, dovesse diventare il capo del Movimento delle cinque stelle. Cui, se dovesse capitare davvero il miracolo di risultare in testa alla classifica elettorale, il presidente della Repubblica difficilmente potrebbe negare il tentativo, quanto meno, di formare il nuovo governo, anche se il suo potere di nomina, già tassativo nella Costituzione, si è allargato ulteriormente col ritorno in corso al sistema elettorale proporzionale.

Ma in questo caso Salvini la maglietta di premier ostentata dai suoi militanti nel raduno  bergamasco la potrebbe pure buttare nei cassonetti. Se proprio dovessero servire i suoi voti parlamentari per la fiducia al governo e i grillini dovessero piegarsi alla necessità di negoziarli,  al segretario della Lega Palazzo Chigi sarebbe comunque concesso solo in cartolina, come Venezia nella lettera del generale Cadorna alla Regina. E come di Pontida è rimasta ormai solo la cartolina a Umberto Bossi, allontanatosi con un misto di rabbia e di mestizia dai prati di quella località a lui cari dopo che il successore gli ha fatto lo sgarbo politico e insieme fisico di negargli la parola, già strozzata di suo a causa delle notissime condizioni di salute, per non parlare degli altri guai dell’ex leader leghista.

 

 

 

 

Ripreso da http://www.formiche.net col titolo: Perché sono farlocchi i calcoli politici di Matteo Salvini

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