Romano Prodi ha spento il sorriso di Pietro Grasso

            Pietro Grasso, presidente terminale del Senato, dove il 23 marzo nulla sarà più come adesso perché subentrerà l’assemblea degli eletti di 19 giorni prima, ha smesso di sorridere. O, meglio, continua a sorridere perché così è configurato il suo volto dalla nascita, ma di un sorriso spento, diciamo così: un sorriso triste. Quello sereno e promettente rimarrà solo sui manifesti elettori dei Liberi e uguali che troneggiano particolarmente numerosi alle fermate romane dell’Atac, affollate di gente non per ammirare il leader di Leu, acronimo del nuovo movimento, ma semplicemente per l’abituale disservizio del trasporto pubblico della Capitale. Che obbliga gli aspiranti passeggeri a lunghe attese.

            A guastare l’umore di Grasso è stato l’ex presidente del Consiglio Romano Prodi. Che, pur avendo arrotolato qualche tempo fa  la sua tenda per prendere le distanze dal Pd, ha annunciato che il 4 marzo lo voterà lo stesso, magari turandosi il naso come la buonanima di Indro Montanelli faceva e raccomandava ai suoi lettori di fare a favore della Democrazia Cristiana. O voterà per una delle liste collegate al Pd, visiti i suoi noti, eccellenti rapporti con Emma Bonino, che nella coalizione con Renzi chiede più Europa: l’Europa della cui Commissione, a Bruxelles, Prodi è stato presidente, e l’esponente radicale componente assai conosciuta e apprezzata.

            Con la sua storia legata al centrosinistra e all’Ulivo il professore emiliano ha detto di non avere altra scelta a disposizione per le urne del 4 marzo, visto il carattere “divisivo” del movimento in cui pur tanti suoi amici ed estimatori sono confluiti affidandosi alla leadership di Grasso.

            Divisivi a noi ?, ha protestato il presidente terminale del Senato, attribuendo al solito Matteo Renzi tutte, ma proprio tutte le responsabilità della divisione del centrosinistra lamentata da Prodi. E dimenticando che, per quanto cattivo, malvagio e quant’altro, Renzi dal Pd non ha cacciato né Grasso né, prima di lui, i vari Pier Luigi Bersani, Massimo D’Alema e Miguel Gotor, in ordine rigorosamente alfabetico dei loro cognomi. Se ne sono andati via dal Pd tutti di loro volontà, col proposito neppure tanto nascosto di far perdere a Renzi tutte le elezioni possibili e immaginabili, di ogni ordine e grado.

              Grasso si è peraltro unito agli scissionisti non solo per ultimo, ma tenendosi  ben stretta la carica di presidente del Senato, per quanto terminale, ottenuta a suo tempo per l’appartenenza al Pd, e rifiutandosi di pagare un debito di un’ottantina di migliaia di euro: l’equivalente dei contributi dovuti al partito per regole interne. Il buon Bersani invece il suo debito l’aveva saldato con un assegno uscendo da quella che non sentiva più come la sua “ditta”.

            L’annuncio elettorale di Prodi a favore del Pd costituisce indubbiamente il fatto politico più rilevante di almeno le ultime ventiquattro ore, tanto è vero che si è trovato su tutte le prime pagine dei giornali, ad eccezione però del Fatto Quotidiano diretto da Marco Travaglio. Che se ne sarà forse occupato all’interno, ma in prima pagina no. Lì il fatto di Prodi è stato ignorato, diciamo pure censurato, dal Fatto: questione di minuscolo e maiuscolo, evidentemente. O di buono e cattivo umore.

Dal Corriere della Sera al Corriere dello spirito, con la minuscola

            Al netto, molto al netto, della comprensione o tolleranza che spetta alla satira, e degli elogi che merita Giannelli per l’efficacia con la quale sa rappresentare con la matita in pochi tratti e in poche battute dei suoi personaggi situazioni e questioni su cui gli editorialisti fanno abuso di spazio, il Corriere della Sera questa volta è riuscito a scavalcare nella corsa all’antipolitica l’ex e il nuovo blog di Beppe Grillo. E anche  Il Fatto Quotidiano di Marco Travaglio.

            E’ uno schiaffo alla politica quell’inconfondibile sagoma di Adriano Galliani, destinato al Senato con le elezioni del 4 marzo, che già si propone al suo amico e datore di lavoro e di ricchezza, con l’esperienza a lungo maturata al vertice amministrativo del Milan ancora di un rossonero autentico, e non giallo-cinese, per le campagne acquisti di Forza Italia nel nuovo Parlamento.

            E’ uno schiaffo alla politica, con la minuscola, perché la maiuscola l’ha tolta Silvio Berlusconi in persona dicendo alla televisione qualche giorno fa che “i professionisti della politica” gli fanno letteralmente “schifo”. Come se anche lui, con 24 anni di politica sulle spalle, per non parlare di quelli trascorsi prima a sostenerla o combatterla attivamente secondo i protagonisti di turno, non fosse ormai diventato un professionista di quell’attività. A meno che l’ex presidente del Consiglio non si consideri e non voglia essere considerato un dilettante, che è il contrario del professionista. E viene voglia di dire che il suo dilettantismo ogni tanto si vede e si sente, come quando pretende che gli elettori davvero credano che il suo nuovo centrodestra sia compatto e affidabile, con tutte quelle stecche che si levano dal coro che lui cerca di dirigere col solito ottimismo.

            Questa corsa allo sberleffo, da qualunque parta provenga, è destinata a non produrre nulla di buono. Ha già fatto danni nella cosiddetta seconda Repubblica cominciata con la “gioiosa macchina da guerra” –ve la ricordate ?- allestita dall’allora segretario del Pds-ex Pci di Achille Occhetto e rottamata dal grido da stadio di Forza Italia improvvisato da Berlusconi. Poi arrivò la mortadella di Prodi, affettata dal suo amico e alleato Massimo D’Alema nel 1998, dieci anni prima di quella consumata nell’aula di Senato dai parlamentari di destra che salutarono la  seconda e definitiva caduta del professore emiliano.

            Infine sono arrivati i vaffa….del comico più celebre ormai d’Italia prestatosi alla politica.  Dopo avere abbattuto il bipolarismo egli si è talmente impressionato della confusione che è riuscito a moltiplicare da essersi un po’ defilato per assistere, non ho ancora ben capito se più compiaciuto o più spaventato, a quello che riusciranno a fare da soli i suoi ragazzi.

            Intanto godiamoci il Corriere della Sera in versione Corriere dello spirito, con la minuscola pure lui, come la politica rappresentata dal suo vignettista.  

Le amare sorprese della diaspora radicale

            Il clamore della formazione delle liste, da cui sono usciti male un po’ tutti i partiti o per la forza ostentata dai capi, come nel caso di Matteo Renzi, o per un verticismo neppure coperto dalle apparenze, come nel caso di Silvio Berlusconi e dei suoi alleati, che non hanno avuto bisogno del passaggio per uno straccio di direzione dei loro partiti, se ne hanno una, ha finito per silenziare la diaspora dei radicali. Che invece merita qualche riflessione, purtroppo amara per chi a lungo ha avuto simpatia per loro, pur non condividendone tutte le iniziative, e neppure votandoli, ma sempre riconoscendo loro la passione. O il profumo di bucato, come soleva dire e scrivere Indro Montanelli quando si occupava di Marco Pannella e affiliati.

            Il partito radicale trasnazionale eccetera eccetera ha tenuto a dissentire pubblicamente dalla decisione di Emma Bonino e amici, che hanno voluto candidarsi alle elezioni del 4 marzo, anche a costo di apparentarsi con quell’eterno democristiano che è Bruno Tabacci per sottrarsi all’onere della raccolta delle firme nei pochissimi giorni lasciati loro dalle procedure della legge elettorale. E con Bruno Tabacci apparentarsi poi al Pd di Renzi per una coalizione di possibile governo.

            Si può dissentire, per carità, da un’esponente pur così storica del movimento o dell’area radicale nella valutazione dell’opportunità o meno di cercare una rappresentanza parlamentare in questo passaggio della politica italiana. E preferire il disimpegno dal Parlamento, comunque motivato: o perché si preferisce restare comunque all’opposizione o perché si ritiene che agli elettori sia stato negato il diritto ad una sana e completa informazione, necessaria per votare con adeguata consapevolezza. Come se fossero state molto diverse le condizioni delle altre elezioni alle quali il partito radicale nella sua lunga storia ha invece partecipato.

            Quello che si capisce meno, e che appartiene soltanto e inutilmente solo al livore personale e non alla politica, è la decisione del partito radicale, o di quella parte che ritiene di essere l’unica legittimata a rappresentare una storia che porta anche il nome di Emma Bonino, di fare campagna elettorale contro di lei. E’ traducibile francamente solo così l’appello a ciò che resta della militanza radicale certificata da iscrizioni, mozioni congressuali e quant’altro a non votare. Che significa non votare nessuno per non votare Bonino, come se questa donna disonorasse la storia politica di cui ha fatto parte.

            Beh, questo gli eredi di Marco Pannella se lo potevano risparmiare. E soprattutto potevano risparmiarlo ad un’area di opinione più larga, ed anche più generosa, del loro recinto.

Trentacinque giorni per dimenticare e votare lo stesso….

            Il problema di Matteo Renzi, ma non solo suo, a dire la verità, è se basteranno i 35 giorni che ci separano dalle elezioni per dimenticare lo spettacolo che lui e gli altri leader di partito hanno dato nella confezione delle liste dei candidati al rinnovo delle Camere.

            Lo spettacolo di Renzi è quello che si è visto di più e ha fatto più scandalo, come ha gridato su tutta la prima pagina il Fatto Quotidiano del solito Marco Travaglio, ma paradossalmente per il merito o coraggio, come preferite, che il segretario del Pd  ha avuto più degli altri. Il merito o il coraggio di avere portato il pacco delle candidature, dopo avere usato le forbici, l’ago e il filo praticamente da solo, nella direzione del partito.  Un merito e coraggio che poi egli  ha scioccamente contraddetto negando l’ora –solo un’ora- di sospensione dei lavori notturni  chiesta dalle minoranze per vedere meglio le liste, e valutare non so se più le esclusioni o le inclusioni. Il massimo che poteva accadere contro Renzi era il voto contrario delle minoranze. Che praticamente egli  ha avuto lo stesso.

            Gli altri partiti, nessuno escluso, non sono passati neppure per le loro direzioni, se ne hanno una. Non è stato, per esempio, più gratificante lo spettacolo offerto dai grillini con le loro contestatissime e misteriose primarie elettroniche, né dai commensali di Berlusconi ad Arcore, in maniche di camicia e con i telefonini in mano per riprendersi a vicenda e informare gli amici, sorridenti e felici, senza un minimo di imbarazzo, per non dire di peggio. Né sono state gratificanti le trattative svoltesi rigorosamente sottotraccia fra gruppi e gruppetti dei cosiddetti Liberi e uguali  che si riconoscono solo nei manifesti del sempre sorridente Pietro Grasso. Manifesti che, almeno a Roma, troneggiano alle fermate dell’Atac affollate di pubblico solo per i ritardi con i quali viaggiano quei pochi mezzi usciti dai depositi e sopravvissuti ai guasti o agli incidenti lungo i loro percorsi.

            Il problema, ripeto, per gli elettori è di farsi bastare i 35 giorni che li separano dal voto per farsi tornare la voglia delle urne e non ingrossare invece il già forte partito degli astensionisti. Poi viene il problema di non lasciarsi incantare o stordire dalle promesse che tutti –indistintamente tutti, a destra, a sinistra e al centro-  fanno in sovrannumero rispetto alle capacità finanziarie del Paese.

            Infine viene il problema di rassegnarsi alla scomposizione, dopo il voto, delle coalizioni che sembrano più unite e persino in vantaggio, come quella di centrodestra. Dove la mattina si fa colazione con le brioches di Giorgia Meloni, a pranzo con le pietanze del cuoco di Berlusconi e a cena con gli schiaffi di Salvini.

            Dietro l’angolo del 4 marzo ci eravamo abituati in tanti a immaginare il cosiddetto “governo del Presidente”, e delle più o meno larghe intese fra spezzoni dei vari cartelli elettorali allestiti in questi giorni. Ma il presidente emerito della Repubblica Giorgio Napolitano ha deciso di guastarci la festa con una intervista al Corriere della Sera in cui ha liquidato come “fantasticherie” i governi del Presidente, senza riguardo –ahimè- per quelli che lui ha confezionato al Quirinale, a cominciare da quello affidato nel 2011 a Mario Monti gratificandolo anche di un ben remunerato laticlavio.

La Giustizia festeggia nonostante il processo sulla trattativa a Palermo

            Il caso, non so francamente se più diabolico o comico, ha voluto che sull’asse Roma-Palermo si svolgessero contemporaneamente la solita, solenne cerimonia dell’inaugurazione dell’anno giudiziaria, sotto i soffitti della Corte di Cassazione, e la duecentodecima udienza –credo- del processo in corso in Corte d’Assise da quattro anni e otto mesi sulla presunta trattativa fra pezzi dello Stato e della mafia nella cosiddetta stagione delle stragi. Di cui i mafiosi disseminarono l’Italia fra il 1992 e il 1993, mentre la cosiddetta prima Repubblica tirava le cuoia già per conto suo, affetta da un morbo- Tangentopoli- che i magistrati avevano deciso di curare a modo loro, anche a costo di amputare il sistema e di capovolgere gli equilibri nei rapporti fra politica e giustizia sanciti nella Costituzione in vigore dal 1° gennaio del 1948.

           Quella Costituzione, del resto, fu modificata in tutta fretta proprio in quegli anni dal Parlamento, sotto minaccia di scioglimento anticipato da parte dell’allora capo dello Stato,  per formalizzare i nuovi equilibri, a tutto vantaggio delle Procure della Repubblica: una Repubblica che da parlamentare, come era stata voluta dai Costituenti, con la maiuscola, divenne così giudiziaria. E tale è rimasta, come dimostra la diabolica coincidenza ricordata all’inizio fra gli eventi giudiziari, appunto, di Roma e Palermo.

            Un processo di primo grado che dura –ripeto- da 4 anni e 8 mesi e da 210 udienze, delle quali le ultime dieci occupate interamente dagli interventi di quattro pubblici ministeri, è già di per sé uno spettacolo anomalo. Se poi ricordiamo che due degli imputati originari sono già stati assolti per gli stessi fatti, con altro rito o in altri processi, lo spettacolo da anomalo diventa semplicemente irragionevole, per non dire di peggio, almeno agli occhi della gente comune.

            Mentre a Palermo i rappresentanti della pubblica accusa formulavano le loro richieste per una novantina d’anni di carcere dicendo, fra l’altro, che essi hanno indagato e valutato, insieme a fatti più o meno verificati, anche “strategie” di natura inevitabilmente politiche, dati certi imputati, a Roma c’era ben poco da festeggiare –ripeto- sotto i soffitti della Cassazione. Eppure la festa c’è stata lo stesso.

            Fra le anomalie del processo di Palermo, preceduto –ricordiamolo-  da indagini sulle quali nel 2012, cioè sei anni fa, dovette intervenire la Corte Costituzionale perché non ne risultasse in qualche modo macchiato l’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, intercettato al telefono con l’amico Nicola Mancino, poi accusato di falsa testimonianza, va segnalata anche la presenza sostanziale fra gli imputati, negli interventi dei magistrati d’accusa, di due persone estranee al procedimento. Uno è l’ex presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, peraltro morto, l’altro è Silvio Berlusconi.

            I due non hanno notoriamente mai avuto simpatie l’uno per l’altro. Costretto dagli elettori nel 1994 a dargli l’incarico di presidente del Consiglio, Scalfaro cercò in una lettera di scrivere lui il programma di governo a Berlusconi. E non ebbe pace sino a quando, meno di nove mesi dopo, non ne raccolse le dimissioni coprendo di elogi l’uomo che le aveva provocate col ritiro dell’appoggio: l’allora segretario della Lega Umberto Bossi.

            Ebbene, stando alle famose “strategie” avvertite o scoperte dalla pubblica accusa a Palermo, Scalfaro e Berlusconi nel 1992-93 avevano entrambi scommesso praticamente sulla mafia: uno per convincerla a non demolire con le stragi quel che rimaneva della cosiddetta prima Repubblica e l’altro per convincerla invece a completare la demolizione per spianargli la strada di Palazzo Chigi. Ma, ripeto, l’uno è morto e non può neppure difendersi. L’altro è vivo ma non è neppure imputato. E se ne può anche fregare perché, pur non candidabile per altri motivi, guida nei sondaggi la graduatoria delle coalizioni in corsa per le elezioni politiche del 4 marzo.

Quando Silvio Berlusconi i guai se li va a cercare da solo….

            Per quanto enfatizzata da Repubblica col titolo dei “Candidati con sponsor”, la notizia è sinora passata inosservata. Ma mi risulta che quelli del movimento delle 5 stelle ci stanno già lavorando sopra per servirsene nella campagna elettorale contro chi si è proposto come l’antagonista principale del grillismo. Cioè contro Silvio Berlusconi. Che a volte i guai se li va a cercare da solo, o se li lascia procurare dai suoi collaboratori e simili,  senza bisogno che vi provvedano i numerosi nemici che lui ha ancora, anche se sembrano essersi ridotti di numero, specie all’estero. Dove persino l’ex direttore del settimanale britannico Economist Bill Emmott, quello che lo aveva bollato come inadattato a guidare l’Italia, gli ha recentemente restituito, diciamo così, la patente.

            I “candidati con sponsor”, per ripetere il titolo di Repubblica, sono quelli di Forza Italia obbligati, una volta risultati eletti, a versare al partito un contributo una tantum di 30 mila euro. Che però potranno anche non pagare di tasca propria perché il partito consente che a versarlo provveda direttamente, in tutto o in parte, qualcun altro, o altra se donna o società convinta di fare un buon affare investendo su un parlamentare. Un investimento tutto sommato modesto, peraltro anche detraibile fiscalmente se eseguito con le modalità indicate dal tesoriere di Forza Italia ai coordinatori regionali in una circolare riprodotta fotograficamente e diligentemente  da Repubblica.

I giornalisti che accedono al Parlamento per seguirne e raccontarne i cosiddetti lavori, e contorni, hanno obblighi di abbigliamento, diciamo così, da cui sono esentati gli onorevoli deputati e senatori. Che possono, per esempio, andare per i corridoi e per le aule anche in giacca e maglietta, mentre noi che ne scriviamo o parliamo dobbiamo indossare camicia e cravatta, all’occorrenza cortesemente fornita –quest’ultima- dal personale agli ingressi dei palazzi.

            Speriamo che a nessun investitore sulle centinaia di parlamentari che i sondaggi già attribuiscono a Forza Italia nella diciottesima legislatura venga in mente di condizionare la concessione del contributo di 30 mila euro all’impegno dell’interessato di turno a indossare una certa maglietta pubblicitaria stampata a dovere, secondo gli usi e i costumi delle squadre di calcio e di tanti altri attori e comparse di quel grande mondo dello sport di cui Berlusconi è espertissimo.

            Ve le immaginate le aule parlamentari riprese televisamente in diretta o in differita come campi da gioco? Ma soprattutto ve lo immaginate l’impatto che potrebbe avere sul già malfermo elettorato italiano, che per metà già ha esteso alle urne l’astensionismo che pratica in vario modo col fisco, una campagna dei soliti grillini contro l’altrettanto solita politica degli “altri”, al servizio dei soliti –anche loro- poteri fortissimi, forti e persino deboli ma pur sempre voraci?

            Si stenta francamente a credere che un uomo come Silvio Berlusconi, che  si considera e viene da tanti ritenuto un campione, un esperto, uno specialista e quant’altro della comunicazione, e l’antigrillino –ripeto- per eccellenza,  non si sia posto pure lui simili domande quando ha permesso questa grande minchiata, come la chiamerebbero in Sicilia, del “candidato”, anzi dell’eletto, “con sponsor”. Che sarà pure stata una forzatura di Repubblica nella rappresentazione del contributo dovuto a Forza Italia dagli eletti e delle modalità di pagamento, ma –diciamo la verità- qualcosa di improprio, a dir poco, contiene.     

Il giustizialismo, caro Scalfari, ha avvelenato la tua Repubblica….

Al debutto di Repubblica nelle edicole, il 14 gennaio del 1976, Indro Montanelli ci esortò, al Giornale che in edicola ci stava già da più di un anno e mezzo, a non temerne la concorrenza. Eppure il quotidiano fondato da Eugenio Scalfari aveva assunto il nome di una giovane testata portoghese socialista distintasi per anticomunismo. Che era anche la cifra, per quanto non proprio di sinistra, del giornale fatto nascere da Montanelli dopo essere uscito dal Corriere della Sera,  diretto da Piero Ottone.

Le preoccupazioni più forti per la concorrenza che ci poteva fare Scalfari venivano da Enzo Bettiza, ma erano condivise anche da Cesare Zappulli, Gianfranco Piazzesi, Renzo Trionfera, Danilo Granchi e alcuni collaboratori esterni, fra i quali lo storico Rosario Romeo.

“Tranquilli, Scalfari non ci procurerà danni. Ne procurerà solo a Paese Sera e all’Unità, dove non a caso ha pescato di più per mettere su la sua redazione”, ci disse Montanelli. E così in effetti avvenne perché Repubblica, a dispetto del modello portoghese attribuitogli all’esordio, si rivolse ben presto ad un pubblico che già votava o era tentato di votare per il Pci guidato da Enrico Berlinguer. Cui Scalfari si rivolgeva con spirito per niente di antitesi, ma di dialogo, di incoraggiamento sulla strada evolutiva che quel partito aveva imboccato ma stentava a percorrere con la velocità da lui desiderata.

Il pur fulminante avvio del nuovo giornale, per quanti danni avesse subito apportato a Paese sera e all’Unità, come Montanelli aveva previsto, stentò poi a tenere botta nelle edicole con ricavi proporzionati alle sue spese. Gli diede una grossa mano involontariamente Aldo Moro, durante il cui sequestro, fra il 16 marzo e il 9 maggio del 1978, quando anche lo statista democristiano fu ucciso dalle brigate rosse, come la scorta 55 giorni prima, Repubblica guidò vistosamente la linea della fermezza, ancor meglio del governo monocolore dc di Giulio Andreotti sostenuto esternamente dai comunisti.

Ne fummo condizionati anche noi al Giornale, dove non ero il solo –vi assicuro- a chiedermi se valesse la pena lasciare uccidere Moro non tanto per difendere, come si diceva, la saldezza dello Stato, quanto per garantire la sopravvivenza di una maggioranza –quella di “solidarietà nazionale”-  cui i comunisti non potevano comprensibilmente lasciare spazi di manovra in quella tragedia. Essi avrebbero perduto diversamente la  credibilità di forza di governo, visto che i terroristi rossi appartenevano a quello che Rossana Rossanda, allora cinquantaquattrenne, aveva impietosamente definito “album di famiglia” sul Manifesto.

Ma non fu solo nella drammatica vicenda di Moro che al Giornale fummo condizionati dalla concorrenza e dalla cultura di Scalfari e della sua Repubblica. Ne ebbi una prova personale e clamorosa cinque anni dopo, nel 1983, quando abbandonai Montanelli per il rifiuto opposto alla pubblicazione di un editoriale che avevo scritto per difendere il segretario socialista Bettino Craxi dalle accuse di prepotenza e di lottizzazione. Che gli erano state rivolte da comunisti e sinistra democristiana per alcuni avvicendamenti ai vertici dell’Eni. La lottizzazione, come poi si sarebbe accertato anche col finanziamento irregolare della politica, non era –e non è tuttora- un fenomeno addebitabile a un solo partito e relativo leader.

Ebbene, quando discutemmo al telefono di quell’editoriale bloccato sulla sua scrivania, e forse anche già cestinato, Montanelli  mi disse, fra l’altro: “Franceschino, non possiamo lasciare a Scalfari l’esclusiva delle critiche per lottizzazione a Bettino”. Anche lui chiamava per nome Craxi, ma gli davano fastidio il carattere e un po’ anche la concorrenza elettorale che il segretario socialista faceva pure a quella Dc per la quale il direttore del Giornale da anni invitava i lettori a votare “turandosi il naso”, pur di non farla sorpassare dal Pci.

Successivamente alla nostra separazione professionale, quando dirigevo Il Giorno, non mi sorprese più di tanto vedere il mio ex Giornale appiattito sulla Procura di Milano, come Repubblica, in quel grande e demolitorio processo ai partiti di governo –ma solo ad essi- della cosiddetta prima Repubblica: quella vera, non di carta.  Che infatti crollò impietosamente, con la collaborazione –debbo anche dire- delle vittime. Le quali, anziché difendersi collettivamente, come tentò di fare Craxi per conto di tutti in un discorso alla Camera che nessuno dei suoi avversari osò interrompere, si divisero fra loro, ed anche al proprio interno. Ciascuno cercò di salvarsi per proprio conto, ai danni magari del vicino di banco, nello stesso gruppo parlamentare. Più che una guerra, come piacque dipingerla a certi magistrati che si erano assunti il compito della rigenerazione o rifondazione della politica, fu una tonnara.

Il giustizialismo, preferito ad un garantismo scambiato sbrigativamente per complicità col malaffare, divenne una malattia infettiva, anche nel campo mediatico.  Repubblica lo cavalcò con astuzia ed efficacia superiori ad ogni altro giornale, dandogli con l’autorevolezza dei suoi collaboratori esterni quasi una dignità etica e culturale, elevandolo dall’opportunismo politico dei partiti che lo usavano per liberarsi degli avversari. E lo fece con una potenza di fuoco enorme, che portò il quotidiano di Scalfari in testa alle graduatorie nelle edicole, senza alcuna discontinuità tra l’epilogo della prima Repubblica,  sempre quella vera e non di carta, e tutto  l’accidentato corso della seconda.

Ci fu una sola, vistosa eccezione, che io ricordi bene. Essa risale al 2012, quando Scalfari, ormai soltanto fondatore ma pur sempre anima del suo giornale, spiazzando mezza redazione, forse anche il direttore Ezio Mauro, e un bel nugolo di autorevoli collaboratori, a cominciare dal presidente emerito della Corte Costituzionale Gustavo Zagrebelsky, prese le difese dell’allora capo dello Stato Giorgio Napolitano in uno scontro durissimo con la Procura di Palermo.

Gli inquirenti siciliani avevano intercettato “incidentalmente” il capo dello Stato al telefono con l’indagato Nicola Mancino, già ministro democristiano dell’Interno, presidente del Senato e suo vice al Consiglio Superiore della Magistratura. Essi si ostinarono a conservarne le registrazioni, anziché distruggerle, come reclamavano al Quirinale. Dove si facevano giustamente forti anche del fatto che gli stessi magistrati d’accusa avevano definito quelle intercettazioni ininfluenti ai fini delle indagini e del relativo processo -tuttora incredibilmente in corso-  sulle presunte trattative fra lo Stato e la mafia nella stagione delle stragi del 1992-93.

Ebbene, è stato proprio il giustizialismo, a mio modesto avviso, ad avvelenare anche i pozzi di Repubblica, sino a determinare il rovinoso scontro consumatosi fra Carlo De Benedetti e il suo ormai ex giornale, ma anche fra Carlo De Benedetti e i figli ai quali egli ne ha ceduto la proprietà, a cominciare naturalmente da Marco, che presiede la società editrice. Il quale ha rilasciato una lunga intervista a Repubblica per difenderla dalle critiche del padre ed esprimere tutto il suo comprensibile imbarazzo, pur evitando di addentrarsi nella ricerca delle ragioni dell’accaduto, o prendendosela solo col forte temperamento del genitore. Cui egli ha tuttavia assicurato che ne corrisponde un altro altrettanto forte, che è naturalmente il suo. Il che penso abbia rasserenato a tal punto Scalfari da avergli fatto riprendere, sia pure di lunedì, anziché di domenica questa volta, il suo abituale e impegnativo appuntamento con i lettori.

Lo stesso Scalfari, in una intervista anche da lui rilasciata a Repubblica per difendersi da un’imbarazzante aggressione verbale dell’ex amico e sodale consumatasi in sua assenza nel salotto televisivo di Lilli Gruber, ha espresso la sensazione che possano avere contribuito a condizionare gli umori di Carlo De Benedetti le polemiche appena riesplose contro i pur modesti, relativamente, guadagni di 600 mila euro realizzati tre anni fa acquistando titoli delle banche popolari. Di cui l’editore aveva appena saputo l’imminente riforma dall’allora presidente del Consiglio Matteo Renzi dopo una colazione a Palazzo Chigi, nel frettoloso saluto di commiato sulla porta dell’ascensore, presente quindi il commesso di turno.

La consistenza relativa –ripeto- di quei guadagni in borsa, dove De Benedetti movimentava centinaia di milioni di euro, e gli accertamenti eseguiti dopo la trasmissione della pratica dalla Consob hanno indotto più di un anno e mezzo fa la Procura di Roma a chiedere al giudice competente, e tuttora silente, l’archiviazione del fascicolo, peraltro ridotto a carico soltanto dell’operatore incaricato dell’investimento dal finanziere.

Carlo De Benedetti si aspettava –secondo me giustamente- una difesa da parte di Repubblica. Che invece ha voluto prendere le distanze con un breve editoriale dettato dall’esigenza, dichiarata, di non esporre il giornale al sospetto o all’accusa dei lettori di “conflitto d’interessi”. E il presidente ora soltanto onorario della società editrice -pur avendo già liquidato con poche battute la faccenda dei 600 mila euro e parlando più in generale di Repubblica e di una sua presunta perdita d’identità nel già citato salotto ospitale di Lilli Gruber- si è doluto del mancato “coraggio” del giornale ora diretto da Mario Calabresi. Che egli ha un po’ paragonato al don Abbondio dei celebri Promessi Sposi manzoniani.

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

Non si sa quanto sia lungo quell'”in fondo” di Berlusconi e Salvini convergenti

            D’accordo, il centrodestra di Berlusconi, Meloni e Salvini, in ordine rigorosamente alfabetico per non fare torto a nessuno dei tre, è in testa in tutti i sondaggi come coalizione partecipe alla campagna elettorale per il rinnovo delle Camere.

           Essa è davanti anche al maggiore partito, sempre nei sondaggi, che però corre da solo –naturalmente il movimento delle 5 stelle- e quindi dovrà accontentarsi di incorniciare il risultato e appenderlo inutilmente alla parete, non potendo investirlo in nessuna maggioranza, e tanto meno in un governo, per la sua dichiarata e orgogliosa diversità da tutti gli altri. E pazienza se il candidato a Palazzo Chigi Luigi Di Maio sogna di notte, e pure di giorno, di essere chiamato al Quirinale già il 5 marzo, il giorno dopo le elezioni, per ricevere il cosiddetto incarico, senza neppure aspettare l’insediamento delle Camere e dei loro presidenti, la costituzione dei gruppi parlamentari e tutte le altre cose che hanno sempre preceduto il rito delle consultazioni sul colle più alto di Roma.  

            In fondo, siamo a Carnevale e ogni scherzo vale, a coltivarlo e a sentirselo raccontare: anche lo scherzo, negato cinque anni fa dall’allora capo dello Stato Giorgio Napolitano al suo ex compagno di partito Pier Luigi Bersani, di un presidente incaricato, pre-incaricato e chissà cos’altro che reclama il diritto di fare un governo pur senza avere i numeri per la fiducia parlamentare ancora imposta dalla Costituzione, e di presentarlo alle Camere per sfidarle a negargliela, rischiando le elezioni anticipate. Come se a questa follia potesse o dovesse seguirne un’altra: quella di un presidente della Repubblica che rinuncia a cercare altre soluzioni e rimanda gli italiani alle urne, peraltro con questa legge elettorale studiata apposta proprio per cercare in Parlamento dopo il voto, e non prima, una maggioranza di governo.

             Fatta questa premessa e precisato che anche il centrodestra –ripeto- di Berlusconi, Meloni e Salvini non potrà tradurre, se non con un miracolo, la maggioranza dei voti in maggioranza assoluta dei seggi parlamentari, mi chiedo se il presidente di Forza Italia non stia abusando dell’ordine alfabetico che lo mette in testa alla sua combinazione politica, e dei due punti più o meno scarsi di vantaggio che i sondaggi gli attribuiscono sulla Lega, per proporsi non solo agli elettori italiani ma anche all’Unione Europea e al mondo intero come il Garante di tutto e di tutti, al maiuscolo. Garante, come  Beppe Grillo continua ad essere ritenuto nel proprio movimento anche dopo essersene quasi allontanato, non si è ancora ben capito se più per sfinimento, per delusione o per paura.

              Reduce da una missione a Bruxelles spesa mediaticamente come un successo, e una rivincita rispetto al trattamento derisorio ricevuto sei anni e mezzo fa, quando presiedeva a Roma il suo ultimo governo tra i fuochi artificiali dei mercati finanziari, sparati con i titoli del debito pubblico italiano, Berlusconi non ha saputo resistere per più di qualche ora alle proteste del suo alleato Salvini. Che gli aveva pubblicamente contestato la garanzia o la promessa, come preferite, di fare rispettare dal governo prossimo venturo di centrodestra, se mai dovesse davvero arrivare, il vincolo comunitario del 3 per cento di deficit sul prodotto interno lordo. Che secondo il segretario della Lega, e candidato premier anche nel simbolo del proprio partito, e quindi nelle schede elettorali con cui si voterà nei seggi il 4 marzo, è una cosa –e non l’unica fra le tante regole europee- che danneggia troppo l’Italia per continuare ad essere rispettata.

               Dimentico degli impegni e promesse appena formulate a Bruxelles, e tornato a immergersi personalmente ad Arcore nelle convulse trattative per la distribuzione delle candidature elettorali fra gli alleati, Berlusconi ha cercato di frenare le richieste, e non solo le proteste, di Salvini dandogli praticamente ragione sul problema dei vincoli europei. In fondo –ha detto l’ex presidente del Consiglio- io e Salvini pensiamo e diciamo la stessa cosa.

               Ma questo “in fondo” di Berlusconi è lungo di quanti metri o chilometri? E non solo in tema di vincoli europei, essendo diverse le posizioni sua e di Salvini anche sull’abolizione, o azzeramento, della cosiddetta legge Fornero sulle pensioni, sulla riforma della riforma del mercato del lavoro, sulle nuove aliquote fiscali e su altro ancora, compresa la politica estera. E’ recentissimo lo spettacolo offerto dal centrodestra nelle aule parlamentari sulla missione militare italiana nel Niger.

              Temo che l’inguaribile ottimismo dell’ex presidente del Consiglio, oltre a fargli dimenticare le difficoltà incontrate in passato con gli stessi alleati, su cui pure prevaleva di più elettoralmente col suo partito, lo stia spingendo non so se più a sopravvalutare le proprie capacità di convincimento o a sottovalutare quelle degli elettori di capire il vero, cioè scarso grado di attendibilità della sua coalizione, pur in testa –torno a riconoscerlo- ai sondaggi elettorali.   

 

Le ultime di Beppe Grillo dallo spazio infinito…

            Noi, poveri terrestri, e italiani, siamo stati chiamati ad eleggere il 4 marzo le nuove Camere scommettendo sulla capacità, pur assai improbabile, che esse possano poi esprimere un governo capace di sopravvivere al giuramento. Lui, Beppe Grillo, il comico che è già riuscito a terremotare la politica tricolore con un movimento ancora più sorprendente di quello creato 24 anni fa da Silvio Berlusconi tra le macerie della cosiddetta prima Repubblica, ride invece di queste elezioni. Ed anche degli amici che vi partecipano baldanzosamente, perché si è proposto di eleggere prima o poi non un Parlamento, troppo banale  per i suoi gusti in questo sciagurato paese, ma “un altro popolo”. Sì, avete capito bene: un altro popolo. Noi tutti insieme, compresi quelli che lui ha forgiato in questi ultimi anni con le sue risate, le sue parolacce, le sue invettive non gli stiamo più bene.

            Beppe Grillo, come ciascuno può verificare collegandosi gratis col  suo nuovo blog e gustandosi i suoi due monologhi, uno registrato a casa, accanto alla scultura di un cervello, e l’altro su una spiaggia di Barcellona, è stanco di esprimere e raccogliere “opinioni”. Egli reclama e si propone di raccogliere e produrre “fatti”, non so francamente se da confondere o no col plurale del Fatto Quotidiano diretto da Marco Travaglio, che ad occhio e croce dovrebbe piacere un sacco al tuttora garante del movimento da cui pure il barbuto ha voluto prendere le distanze, spingendolo a “camminare da solo”. Così ha detto chi ne ha impugnato il volante con la patente rilasciatagli con la garanzia di Grillo: il candidato a Palazzo Chigi Luigi Di Maio. Che si spera sappia guidare la macchina meglio del suo garante, appunto,  visti i trascorsi penali del comico, condannato in via definitiva per plurimo omicidio colposo compiuto a suo tempo su una strada di montagna.

            Dev’essersi rivolto anche a Di Maio e a tutti gli altri uomini e donne delle 5 stelle il Grillo di nuova versione che ha gridato: “Non posso essere il vostro referente per il vostro futuro. Createvelo, il vostro futuro”. La cui regola principale dev’essere quella di fare, più che di pensare prima di fare, perché  l’errore è nell’ordine non sgradevole ma pregevole delle cose.

            Vantatosi per sè e per gli altri di essere “incompetente nel mondo degli altri”, Grillo ha infatti gridato che “il coraggio è lo sbaglio”.

            E pensare, signori, al netto dei paradossi cui un uomo di spettacolo ha certamente diritto, che non decine o centinaia di migliaia, ma milioni di elettori si sono raccolti attorno a questo signore. E continueranno a raccogliersi –secondo sondaggi purtroppo verosimili- il 4 marzo, anche se lui nel frattempo si è allontanato ancora di più dalla terra con le sue cinque stelle scaricando nel vuoto candidati, elettori e quant’altri.        

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