Trentacinque giorni per dimenticare e votare lo stesso….

            Il problema di Matteo Renzi, ma non solo suo, a dire la verità, è se basteranno i 35 giorni che ci separano dalle elezioni per dimenticare lo spettacolo che lui e gli altri leader di partito hanno dato nella confezione delle liste dei candidati al rinnovo delle Camere.

            Lo spettacolo di Renzi è quello che si è visto di più e ha fatto più scandalo, come ha gridato su tutta la prima pagina il Fatto Quotidiano del solito Marco Travaglio, ma paradossalmente per il merito o coraggio, come preferite, che il segretario del Pd  ha avuto più degli altri. Il merito o il coraggio di avere portato il pacco delle candidature, dopo avere usato le forbici, l’ago e il filo praticamente da solo, nella direzione del partito.  Un merito e coraggio che poi egli  ha scioccamente contraddetto negando l’ora –solo un’ora- di sospensione dei lavori notturni  chiesta dalle minoranze per vedere meglio le liste, e valutare non so se più le esclusioni o le inclusioni. Il massimo che poteva accadere contro Renzi era il voto contrario delle minoranze. Che praticamente egli  ha avuto lo stesso.

            Gli altri partiti, nessuno escluso, non sono passati neppure per le loro direzioni, se ne hanno una. Non è stato, per esempio, più gratificante lo spettacolo offerto dai grillini con le loro contestatissime e misteriose primarie elettroniche, né dai commensali di Berlusconi ad Arcore, in maniche di camicia e con i telefonini in mano per riprendersi a vicenda e informare gli amici, sorridenti e felici, senza un minimo di imbarazzo, per non dire di peggio. Né sono state gratificanti le trattative svoltesi rigorosamente sottotraccia fra gruppi e gruppetti dei cosiddetti Liberi e uguali  che si riconoscono solo nei manifesti del sempre sorridente Pietro Grasso. Manifesti che, almeno a Roma, troneggiano alle fermate dell’Atac affollate di pubblico solo per i ritardi con i quali viaggiano quei pochi mezzi usciti dai depositi e sopravvissuti ai guasti o agli incidenti lungo i loro percorsi.

            Il problema, ripeto, per gli elettori è di farsi bastare i 35 giorni che li separano dal voto per farsi tornare la voglia delle urne e non ingrossare invece il già forte partito degli astensionisti. Poi viene il problema di non lasciarsi incantare o stordire dalle promesse che tutti –indistintamente tutti, a destra, a sinistra e al centro-  fanno in sovrannumero rispetto alle capacità finanziarie del Paese.

            Infine viene il problema di rassegnarsi alla scomposizione, dopo il voto, delle coalizioni che sembrano più unite e persino in vantaggio, come quella di centrodestra. Dove la mattina si fa colazione con le brioches di Giorgia Meloni, a pranzo con le pietanze del cuoco di Berlusconi e a cena con gli schiaffi di Salvini.

            Dietro l’angolo del 4 marzo ci eravamo abituati in tanti a immaginare il cosiddetto “governo del Presidente”, e delle più o meno larghe intese fra spezzoni dei vari cartelli elettorali allestiti in questi giorni. Ma il presidente emerito della Repubblica Giorgio Napolitano ha deciso di guastarci la festa con una intervista al Corriere della Sera in cui ha liquidato come “fantasticherie” i governi del Presidente, senza riguardo –ahimè- per quelli che lui ha confezionato al Quirinale, a cominciare da quello affidato nel 2011 a Mario Monti gratificandolo anche di un ben remunerato laticlavio.

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