Si affaccia il femminicidio nelle polemiche interne a Repubblica

            Nella conclusione dell’intervista che Eugenio Scalfari ha voluto rilasciare alla “sua” Repubblica, per difendersi e difenderla dalle critiche di Carlo De Benedetti, che pure si sente “monogamo” anche come editore, l’ingegnere rischia l’accusa….di femminicidio. Manca poco, dopo che il suo amico e sodale lo ha accomunato a “quegli ex che provano a sfregiare la donna che hanno amato male e che non amano più”.

L’incontenibile vocazione di D’Alema a dettare la linea ai compagni di strada

            Pietro Grasso, presidente a tempo pieno di Leu, acronimo del movimento Liberi e uguali, e presidente del Senato a tempo limitato, dovendo cessare dalla seconda carica dello Stato il 23 marzo, giorno d’’insediamento delle nuove Camere, ha nascosto a mala pena col suo sorriso di ordinanza il fastidio comprensibilmente procuratogli dal solito Massimo D’Alema. Che -a dispetto della qualifica di “laterale” assegnatasi per il carattere periferico del collegio elettorale pugliese dove tornerà a candidarsi al Parlamento- ha dato l’impressione di dettare la linea al nuovo partito della sempre prolifica sinistra italiana con l’intervista al giornalista del Corriere della Sera di cui più si fida per serietà e fedeltà di traduzione dei suoi affilati messaggi: Aldo Cazzullo.

            Il passaggio politicamente più incisivo di questa intervista, pur se altri, come vedremo, hanno fatto più rumore, sta nell’indicazione dell’”avversario” principale, se non unico, che deve avvertire una sinistra degna di questo nome. E’, anzi continua ad essere, “la destra” nella concezione più ampia considerata da D’Alema, comprensiva non solo dell’odiato Silvio Berlusconi e alleati ma anche del non meno odiato Matteo Renzi. Che avrebbe tanto modificato i connotati del Pd, inseguendo Berlusconi anziché contrastarlo davvero, da averlo reso indigesto a D’Alema e compagni.

            Perché il suo pensiero non fosse frainteso nella definizione dei confini, D’Alema ha marcato quelli di destra dicendo che l’avversario, o nemico, della sinistra non è il movimento grillino, pur essendo prevalentemente critico il suo giudizio sul personale e sul  programma delle 5 stelle.

            Messe le cose in questi termini, al netto degli scatti d’umore che può provocare il tortuoso andamento della campagna elettorale, nella quale il candidato grillino a Palazzo Chigi ne dice e ne fa di tutti i colori, la posizione di D’Alema non si discosta da quella di Pier Luigi Bersani. Che già cinque anni tentò l’aggancio con i grillini, ai cui capricci egli era disposto ad appendere un governo “di minoranza e di combattimento” messo in cantiere ma demolito dall’allora presidente della Repubblica, ed ex compagno di partito, Giorgio Napolitano.

            La partita ora si giocherebbe a ruoli invertiti, anche se D’Alema finge di ignorarlo, perché i rapporti di forza parlamentare fra i grillini e la sinistra nelle nuove Camere, senza il premio di maggioranza della legge elettorale precedente, sarebbero a vantaggio dei primi.

            Eppure, della nuova intervista  di D’Alema al Corriere della Sera  ha fatto più  notizia sulla maggior parte dei giornali, e nello stesso mondo politico, non la vecchia, vecchissima contrapposizione fra destra e sinistra, come se il mondo fosse rimasto fermo al secolo scorso, ma la surrettizia, furbesca, disinvolta disponibilità dell’ex presidente del Consiglio a derogare alla sua visione e alle sue preferenze per cause di forza maggiore di fronte alla prevedibile, e sotto sotto auspicata, ipotesi di un “governo del Presidente”, inteso come presidente della Repubblica. Che di fatto lo imporrebbe ai partiti affidandolo a un uomo di sua fiducia.

           Dovrebbe essere insomma il buon Sergio Mattarella a togliere D’Alema dall’imbarazzo di fronte ad un risultato elettorale neutro, che non consentirebbe a nessuno di fare la parte del gallo. In particolare, il capo dello Stato dovrebbe tornare a fare come cinque anni fa Napolitano dopo essere stato rieletto al Quirinale, supplicato anche da Bersani dopo il fiasco della candidatura di Romano Prodi: il ricorso alle cosiddette larghe intese fra i maggiori partiti della sinistra e della destra, senza inseguire un movimento che era arrivato in Parlamento col proposito dichiarato di aprirlo come una scatola di tonno.

          Allora i grillini tentarono persino la scalata al colle più alto di Roma con la candidatura improvvisata di Stefano Rodotà, preso in prestito con tanta disinvoltura dalla vecchia classe dirigente da essere brutalmente scaricato, e insultato, al primo dissenso  da lui manifestato, da buon giurista com’era, dalle proposte programmatiche e dai metodi del comico genovese, amici e seguaci.  

Diventa autorete l’attacco di Carlo De Benedetti al vecchio Scalfari

Ho perso il conto, come si dice in queste occasioni, delle volte in cui ho dissentito da Eugenio Scalfari, specie negli anni di Bettino Craxi. In particolare, quando il fondatore e direttore di Repubblica cominciò a difendere “la barba di Marx” dalle forbici estive del leader socialista, e poi scambiò la capacità contrattuale del segretario del Psi nei rapporti con la Dc per le rapine che nel Medio Evo il brigante Ghino di Tacco, pur perdonato poi dal Papa,  consumava sui viandanti e pellegrini che transitavano per la sua  Radicofani.

Eppure mi sono sentito ferito anch’io quando ho ascoltato e visto sul teleschermo l’aggressione –non so chiamarla diversamente- riservata a Scalfari dal suo ormai ex amico e sodale Carlo De Benedetti, ospite solitario l’altra sera del salotto di Lilli Gruber. Che non ha mai saputo tradurre il suo pur evidente imbarazzo in una interruzione degna di questo nome, in difesa di un assente che solo in quanto tale avrebbe meritato un po’ di protezione.

Cerco di procedere in ordine con gli appunti presi sbrigativamente durante l’ascolto. Non è stato giusto definire “una stupidaggine”, come ha fatto appunto De Benedetti, la pur paradossale preferenza espressa di recente da Scalfari per Silvio Berlusconi rispetto al candidato grillino a Palazzo Chigi Luigi Di Maio. Che peraltro anche De Benedetti ha liquidato bruscamente, pur bastandogli e avanzandogli difendersene col voto al Pd di Matteo Renzi, come d’altronde anche Scalfari ha recentemente confermato di voler far fare in un editoriale su Repubblica. E questo credo sia stato un segno ancora più evidente del carattere –ripeto- paradossale e non stupido della sua sortita a favore di Berlusconi nel salotto televisivo, quella volta, di Giovanni Floris.

Ancora più sconveniente ho trovato la riduzione delle capacità intellettive praticamente attribuita da De Benedetti a Scalfari per via della sua età -94 anni da compiere il 6 aprile- e di una presunta impossibilità, quindi, di fronteggiare un contraddittorio.

Altrettanto sconveniente, a dir poco, ho trovato quell’accusa di “ingratitudine” rivolta a Scalfari da De Benedetti rinfacciandogli prima il salvataggio dal “fallimento di fatto” in cui il giornalista sarebbe incorso col suo socio d’allora Carlo Caracciolo agli inizi degli anni Ottanta, credo, e poi un “pacco pazzesco di soldi”. Che fu versato –ha detto testualmente De Benedetti- quando il fondatore di Repubblica volle farsi liquidare personalmente come socio, rimanendo solo direttore della testata.

Credo che l’ingegnere- come De Benedetti viene comunemente chiamato, allo stesso modo in cui il compianto Gianni Agnelli era noto come “l’avvocato”- sia uomo sin troppo abituato agli affari per non poterli né doverli scambiare per opere pie, o caritatevoli. Gli affari comportano una reciproca convenienza.  Che evidentemente non mancò a De Benedetti quando decise, non certo con una pistola puntata contro la testa, di liquidare profumatamente la quota proprietaria di Scalfari. Dal quale se si aspettava come gratitudine una difesa dagli attacchi piovutigli addosso in questo periodo per i 600 mila euro guadagnati tre anni fa investendo cinque milioni sulle banche popolari che il governo Renzi si apprestava a riformare, De Benedetti ha fatto semplicemente un errore.

Quella difesa, come ho già scritto qui qualche giorno fa, spettava a De Benedetti –ad opera di Scalfari e, più in generale, di Repubblica– per semplice garantismo, non per gratitudine: più in particolare, per i buoni argomenti dell’ingegnere, condivisi persino dalla Procura della Repubblica di Roma, investita della questione dalla Consob.

La Procura romana prima ha evitato di estendere le indagini dall’operatore di borsa incaricato dell’affare da De Benedetti allo stesso finanziere, e tanto meno a Renzi, che gli aveva confermato la riforma in arrivo.  Poi la stessa Procura ha chiesto –più di un anno e mezzo fa- l’archiviazione del fascicolo.

Ma il garantismo –si sa- non è mai stato tanto di casa dalle parti di Repubblica. E questo per responsabilità comuni a giornalisti e a editori. Anche sotto questo aspetto mi pare paradossalmente ingiusto anche il rimprovero fatto da De Benedetti alla nuova direzione o gestione di Repubblica di avere smarrito la sua “identità”.

A proposito di gestione, trovo infine impropria la distinzione che si fa un po’ dappertutto fra la vecchia e la nuova per via dell’”ex” che De Benedetti si è guadagnato assumendo solo la presidenza onoraria della società editrice, e lasciandone le redini effettive al figlio Marco. Che, diversamente dal padre, non mi risulta abbia mai avuto occasione di dolersi della linea e della direzione attuale di Repubblica. Per cui se c’è, o è sorta una questione, essa è di tipo esclusivamente familiare: cosa che forse non sarebbe stato male far presente a De Benedetti dalla conduttrice che lo ha ospitato raccogliendone passivamente gli sfoghi.

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

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