Quella cena galeotta di Emma Bonino nei difficili rapporti con Renzi…

            Chissà se Emma Bonino cederà alla supplica di Sergio Staino, che in una vignetta sul Dubbio cerca di trattenerla, in ginocchio, dall’annuncio o dalla minaccia di non apparentarsi più elettoralmente col Pd di Matteo Renzi, correndo da sola per le nuove Camere. E ciò  per una lite, o qualcosa di simile, scoppiata su tempi e modalità della raccolta delle firme necessarie alla presentazione delle liste +Europa che faranno riferimento alla radicale forse più nota nel mondo giù ai tempi di Marco Pannella. Col quale, peraltro, i rapporti di Emma non furono mai semplici perché i due avevano in comune quello che comunemente si chiama un cattivo carattere, pur essendo la buonanima di Sandro Pertini convinto che bastasse avere carattere per sentirselo attribuire cattivo.

            Obiettivamente, nell’affrettata approvazione della legge elettorale con la quale voteremo il 4 marzo, scongiurando il rischio che andassimo alle urne con due leggi diverse, per la Camera e per il Senato, derivate dalle forbici della Corte Costituzionale, che le avevano entrambe tagliate, sono sfuggiti alcuni strafalcioni logici in materia proprio di raccolta delle firme. Cui “la zia d’Italia”, come la Bonino ironicamente si definisce per la simpatia che si è guadagnata nella sua lunga militanza politica, potrebbe provvedere solo affidandosi all’organizzazione del Pd, che peraltro le ha promesso di aiutarla, nei pochissimi giorni che le resterebbero a disposizione, una volta concordate con Matteo Renzi e i suoi delegati le candidature nei collegi uninomimali.

            Un po’ come Maria Antonietta ai tempi della rivoluzione francese, la mia amica Emma se n’è uscita accusando i dirigenti del Pd di averle offerto “brioche al posto del pane” invitandola a fidarsi di loro. E con ciò ha finto per esporsi al sospetto, da cui si è sentita offesa, di puntare a strappare a Renzi più candidature che firme, cioè di usare il problema delle firme strumentalmente, per aumentare il suo potere contrattuale nell’assegnazione dei collegi uninominali considerati più sicuri.

            Purtroppo a complicare le cose, intossicando trattative, polemiche e quant’altro, è arrivata la notizia di una recentissima cena galeotta di Emma Bonino con Enrico Letta, Fabrizio Saccomanni e Giuliano Amato. Galeotta, perché dei quattro ben tre hanno fatto parte del governo –Emma come ministra degli Esteri, Enrico Letta come presidente del Consiglio e Saccomanni come ministro dell’Economia- liquidato un po’ in malo modo da Renzi qualche settimana dopo essere diventato segretario del Pd. Ed anche il quarto, attuale giudice costituzionale e due volte presidente del Consiglio, per non parlare degli altri incarichi di governo ricoperti con Bettino Craxi, Giovanni Goria, Ciriaco De Mita, Romano Prodi e Massimo D’Alema, ha qualcosa da rimproverare o non perdonare a Renzi. Che gli preferì il collega della Consulta Sergio Mattarella nella corsa al Quirinale riaperta nel 2015 dalle dimissioni di Giorgio Napolitano, confermato due anni prima alla Presidenza della Repubblica.

            Poco importa se a torto o a ragione, questa cena è subito apparsa a chi ne è venuto al corrente più un’occasione di risentimenti comuni, e addirittura di vendetta, che di auguri per le feste natalizie. La Bonino a questo punto ha solo un modo per smentire davvero l’impressione obiettivamente sgradevole di un’impuntatura finalizzata a penalizzare Renzi, che  ha bisogno di alleati nelle elezioni del 4 marzo come del pane, e non delle brioche, per rimanere nella metafora di Emma: smetterla di impuntarsi e fidarsi dell’aiuto promessole dal Pd per la raccolta delle firme nei pur balordi tempi prescritti dalla legge. Che è difficile violare, o cambiare all’ultimo momento, come vorrebbe l’esponente radicale, senza aprire la strada a quella specialità tutta italiana dei ricorsi. Che rischierebbero di invalidare addirittura le elezioni.

Quando Moro si lamentava che il bene non facesse notizia….

Mi sono ricordato di un editoriale di Aldo Moro sul Giorno del 20 gennaio 1977 leggendo Piero Sansonetti. Che ieri sul Dubbio ha tratto spunto dai dati del Ministero dell’Interno sull’andamento della criminalità dal 1992 ad oggi, a dispetto del peggioramento generalmente percepito, per auspicare una informazione finalmente disintossicata. E, di riflesso, anche una lotta o quanto meno un dibattito politico meno esasperato. Che a sua volta genera quel risentimento di recente rilevato nel clima del Paese dal Censis. E non condiviso dal  fiducioso presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel breve messaggio di Capodanno.

Moro mandò al Giorno il suo editoriale con una proposta di titolo –Il bene non fa notizia- che il direttore Gaetano Afeltra adottò raccontandomi poi, nel suo indimenticabile e simpatico amalfitaliano, di averlo fatto con una certa apprensione, più per rispetto dell’autorevolissimo collaboratore, di cui naturalmente e giustamente era fiero, che per entusiastica condivisione. “Franceschì, con le buone notizie le copie di un giornale piangono”, mi disse Gaetanino consolandosi però rapidamente con quest’altra osservazione: “Per fortuna il giornale che dirigevo era di proprietà pubblica ed ero perciò professionalmente autorizzato in quell’occasione a fottermi delle copie”.

Il Giorno era infatti dell’Eni. E Moro forse proprio per questo, oltre che per la simpatia di Afeltra, lo aveva preferito ad altri per collaborarvi nel poco tempo lasciatogli dalla politica, per quanto egli fosse allora soltanto il presidente del Consiglio Nazionale della Dc, sommariamente tradotto da noi giornalisti in presidente del partito. Ma un presidente assai particolare, come poi si sarebbe lui stesso lamentato, una volta rapito dalle brigate rosse, l’anno dopo, scrivendo una disperata lettera di protesta all’amico segretario dello scudocrociato Benigno Zaccagnini, prigioniero come altri, fuori e dentro la Dc, di quella cosiddetta linea della fermezza che avrebbe quanto meno contribuito a procurargli la morte. Come era già accaduto agli uomini della scorta, 55 giorni prima, trucidati nell’operazione del sequestro condotta  a Roma la mattina del 16 marzo 1978 in via Fani, a poche centinaia di metri dall’abitazione di Moro.

Quell’editoriale del 20 gennaio 1977 fu ispirato al presidente democristiano non da qualche rivelazione o consuntivo  statistico, ma  da un articolo di Goffredo Parise pubblicato a ridosso di Natale sul Corriere della Sera  e da lui per niente condiviso, pur nel rispetto dovuto al noto scrittore veneto.

Dell’articolo di Parise, non era piaciuto a Moro, che ci aveva pensato sopra per tutte le feste di fine anno, il rifiuto opposto ad una “tregua” almeno natalizia, auspicata da alcuni giovani interlocutori, sul fronte dell’informazione, dove il male faceva più notizia del bene. E ciò anche se il bene, secondo Moro, anche allora prevaleva sul male.

“Si può dire –chiese Moro ai suoi lettori- che la realtà sia tutta e solo quella che risulta dalla cronaca deprimente, e talvolta agghiacciante, di un giornale?”.  No, il presidente della Dc era convinto che  “il bene” fosse “più del male, l’armonia più della discordia, la norma più dell’eccezione”. E ripropose una “tregua” informativa del male prevalente sul bene: una tregua questa volta non emotiva e/o stagionale, a Natale ormai trascorso, con tutte le altre feste portate via dalla Befana, ma una tregua solida, duratura e ragionata.

Per conto suo Moro, a dispetto degli avversari di destra che lo dipingevano come un uomo pessimista, rassegnato al peggio, attribuendo anche a questa sua presunta filosofia della rinuncia l’azione propulsiva svolta da lui nella Dc per un’intesa di “solidarietà nazionale” col Pci di Enrico Berlinguer dopo il risultato sostanziamente neutro delle elezioni politiche anticipate del 1976, dimostrò quanto fosse invece combattivamente ottimista due mesi dopo quell’articolo del 20 gennaio 1977.

Fu proprio nel mese di marzo di quell’anno che, spiazzando anche molti dei suoi amici, compreso il segretario moroteo  della Dc Zaccagnini, egli volle assumere il compito di difensore del collega  di partito e di corrente Luigi Gui, ma anche del socialdemocratico Mario Tanassi, nel dibattito a Camere congiunte propedeutico al processo ai due ex ministri, e ad altri imputati, davanti alla Corte Costituzionale per il famoso scandalo Loockeed.  Che era la ditta americana costruttrice degli apparecchi militari di trasporto Hercules acquistati dall’Italia con un sovrapprezzo per tangenti. Gui poi sarebbe stato assolto e Tanassi condannato nell’unico processo ai ministri svoltosi senza appello presso la Consulta, essendo stata in seguito riformata la Costituzione per trasferire questa competenza ad un apposito tribunale ordinario dei ministri, previa autorizzazione delle Camere di appartenenza, o del Senato in caso di ministri non parlamentari.

Nell’aula di Montecitorio affollata come un uovo, dove la tensione politica era ai massimi livelli per lo scontro in corso fra i due partiti protagonisti della maggioranza governativa di “solidarietà nazionale”, essendosi il Pci schierato sul fronte colpevolista, Moro sfidò letteralmente tutti, anche l’amico Ugo La Malfa, e non solo Berlinguer, un inedito Marco Pannella non garantista e l’ultrasinistra. Alla quale il presidente della Dc letteralmente gridò e promise, o minacciò, come da quella parte si disse: “Non ci lasceremo processare sulle piazze”. Che era la traduzione non solo del primato della politica ma anche della filosofia del bene prevalente sul male.

Ugo La Malfa uscì quel giorno dalla Camera interpretando il discorso di Moro come un tentativo tattico di alzare il prezzo, aumentando “la capacità contrattuale della Dc”, nel rapporto di tregua pur sempre competitiva con il Pci attorno al governo monocolore democristiano di Giulio Andreotti. Ma quella volta fu proprio La Malfa a peccare di tatticismo, e mostrare di non avere imparato a conoscere bene Moro, del quale d’altronde sei anni prima l’allora segretario del Pri aveva impedito l’elezione al Quirinale, preferendogli Giovanni Leone.

Vi fu anche qualche balordo che, a tragedia di Moro consumata, dopo che i terroristi assassini avevano beffardamente lasciato il suo cadavere in un’auto posteggiata fra le sedi della Dc e del Pci, disse e scrisse che in fondo egli se l’era cercata, cioè meritata, quell’orrenda fine non valutando abbastanza il male che c’era nel Paese. Ma si trattava, appunto, di qualche balordo. Che –spero in cuor mio-abbia poi avuto il tempo e la voglia di pentirsi, perché continuo a ritenere, a conti fatti, che Moro in quell’editoriale del 20 gennaio 1977 avesse ragione. Così come resto convinto dei danni che può fare un’informazione accecata dalla faziosità, o da un protagonismo solo apparente, non rendendosi conto di muoversi in realtà a rimorchio di quelli che Piero Sansonetti ritiene giustamente i “poteri forti”, giudiziari e finanziari, interessati a creare vuoti per riempirli.

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

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