Reticenze nella polemica su Repubblica all’interno della famiglia De Benedetti

            Con tutto il rispetto dovuto alla famiglia De Benedetti, divisa fra padre e figli nella valutazione del giornale fondato da Eugenio Scalfari e Carlo Caracciolo nel 1976, passato poi di proprietà e ora diretto da Mario Calabresi, c’è qualcosa che continua a non tornare nella polemica che sta procurando a Repubblica danni certi ma non ancora ben calcolabili.

            C’è qualcosa che non torna né negli attacchi, specie l’ultimo, di Carlo De Benedetti –l’ingegnere- a Scalfari e a Calabresi, né nella pur esplicita dissociazione del figlio Marco dal padre, espressa anche a nome dei fratelli Rodolfo e Edoardo e appena affidata con una lunga intervista al vice direttore del quotidiano Dario Cresto-Dina.

            Ciò che non torna, al netto degli 80 miliardi delle vecchie lire sgradevolmente rinfacciate –di certo- dall’ingegnere a Scallfari per la liquidazione della sua vecchia quota di proprietà del giornale, e della ingratitudine lamentata altrettanto sgradevolmente dall’ingegnere, è la reticenza sulle vere ragioni dello scontro. Che cosa si aspettava, in particolare, l’ingegnere da Scalfari e poi anche da Calabresi?  E che,  non avendo avuto, ha spinto papà De Benedetti a parlare appunto di ingratitudine, mettendo in imbarazzo i figlioli? I quali tuttavia si limitano ad esprimere in coro, attraverso l’intervista di Marco, presidente della società editrice, l’auspicio che la polemica finisca. Ed anche un fermo invito al padre a rispettare la “irreversibile” successione da lui stesso decisa con la donazione della proprietà del giornale: donazione che, in quanto tale, non è però per  niente irreversibile sul piano giuridico.

            Rimango della convinzione, che non credo offensiva per l’interessato, tanto da condividerne il cruccio, che la questione sulla quale sono esplosi i già difficili rapporti fra gli interessati, sia la mancata difesa delle ragioni dell’ingegnere da parte di Repubblica quando si è riaccesa in questa pesante campagna elettorale una vecchia polemica sui 600 mila euro guadagnati tre anni fa dall’allora editore del giornale investendo 5 milioni sulle banche popolari, dopo avere avuto conferma della loro imminente riforma da Matteo Renzi. Che era il presidente del Consiglio e faceva spesso colazione di prima mattina a Palazzo Chigi proprio con Carlo De Benedetti, accompagnandolo personalmente poi all’ascensore, sulle cui porte, presente il commesso di turno, gli confermò l’intervento in arrivo sulle banche popolari, appunto.

            Le apparenze, ma solo quelle, erano tutte contrarie sia a De Benedetti sia a Renzi quando l’affare dei 5 milioni investiti e dei 600 mila euro ricavati finì all’esame della Consob, e da questa passò alla Procura di Roma. Che l’anno dopo –cioè più di un anno e mezzo fa- avrebbe chiesto l’archiviazione al gip. Della cui decisione è stranamente in attesa tuttora la giustizia italiana, e non solo l’unico che finì indagato: l’operatore di borsa cui l’ingegnere diede le disposizione d’investimento dicendogli al telefono –in una conversazione registrata secondo le regole in vigore- della notizia appena raccolta dall’allora presidente del Consiglio, per non parlare di una analoga fornitagli giorni prima in Banca d’Italia.

            Agli inquirenti parve balzana, ai fini di un’accusa di insider trading, la modestia dell’investimento e del guadagno sulle banche popolari rispetto alla consistenza abituale delle operazioni di borsa effettuate da Carlo De Benedetti. Che manovrava complessivamente seicento milioni di euro, e sulle banche muoveva pacchetti da venti milioni di euro l’uno, contro gli appena cinque impegnati quella volta sugli istituti popolari di credito in via di riforma.

            C’erano obiettivamente tutte le ragioni per aspettarsi da Repubblica lo stesso atteggiamento garantista, una volta tanto, degli inquirenti. E invece a Repubblica non si riuscì o non si volle trovare il coraggio di farlo, come il don Abbondio di manzoniana memoria non a caso citato nelle polemiche dei giorni scorsi da De Benedetti. Che tuttavia lo ha fatto, ospite del salotto televisivo di Lilli Gruber, senza parlare esplicitamente in quel passaggio dell’affare delle banche popolari.

            Nella redazione di Repubblica è stata scartata anche nei riguardi di Carlo De Benedetti, con un editoriale di presa di distanze dai suoi “interessi” finanziari, la linea del garantismo. E ciò in continuità col giustizialismo praticato da quel giornale, con una identità mai smarrita, come invece De Benedetti ha mostrato di ritenere che sia avvenuto solo per il suo caso, pur senza parlare direttamente –ripeto- dell’affare in borsa di tre anni fa.

            L’unica eccezione, o la più recente, che io ricordi alla linea non garantista di Repubblica è quella praticata personalmente da Scalfari nel 2012, non a caso  in dissenso dichiarato da altri autorevoli collaboratori, a favore dell’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Che dovette ricorrere alla Corte Costituzionale per liberarsi dalla gabbia mediatica nella quale era finito, con una intercettazione telefonica raccolta e custodita dalla Procura di Palermo, nelle indagini sulle presunte trattative fra lo Stato e la mafia nella stagione stragista del 1992-93.

           

Mario Monti, sfrenato sulla linea del rigore, attacca i partiti e persino Draghi

            C’è qualcosa di peggio di una campagna elettorale imbottita di promesse irreali, che un po’ tutti i partiti fanno sapendo bene che non potranno mantenerle o perché, perdendo le elezioni non andranno al governo, o perché, pur andando al governo, magari senza avere neppure loro vinto le elezioni ma accordandosi con altri sconfitti dopo il voto, potranno accampare mille scuse per sottrarsi agli impegni. La più facile delle quali potrà essere proprio quella di avere dovuto accordarsi con altri meno generosi, o più tirchi, per garantire la cosiddetta governabilità del Paese. Altrettanto facile sarà scaricare ogni colpa sull’Europa e sui vincoli finanziari, derivanti da trattati contro i quali in Italia sono vietati i referendum abrogativi.

            Peggiore di questo scenario sicuramente negativo sul piano etico e pratico, perché consente la turlupinatura degli elettori, pur allertati da giornali e analisti che ogni tanto cercano di smontare i conti farlocchi di chi promette troppo, è la tentazione di buttarla sul penale. Cosa che ha appena fatto il senatore a vita ed ex presidente del Consiglio Mario Monti con un editoriale sul Corriere della Sera che ha interrotto la sospensione di una collaborazione a livello così impegnativo: sospensione seguita ad uno scontro consumatosi sulla pagina della posta dei lettori del giornale milanese di via Solferino  fra lo stesso Monti e Aldo Cazzullo. Il quale aveva risposto a dovere all’ex presidente del Consiglio dolutosi delle sue critiche per l’eccessivo rigore praticato nell’esperienza tecnico-politica a Palazzo Chigi, a costo di ammazzare il paziente affidatogli dall’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

            Monti si è doluto, questa volta, che non vi sia una legge, e probabilmente neppure un procuratore della Repubblica disposto a crearsela di fatto interpretando a suo modo qualche articolo del codice penale in vigore, che possa evitare, punendola tempestivamente, la turlupinatura elettorale. Che quanto meno confinerebbe col reato di cosiddetto voto di scambio.

            L’ex presidente del Consiglio e- ripeto- senatore a vita felicemente in carica, in grado quindi di presentare qualche suo concreto disegno di legge a Palazzo Madama non appena ne avrà la possibilità tecnica, visto che le Camere della diciassettesima legislatura sono state ormai sciolte, mi è sembrato sognare col suo editoriale qualche ufficio giudiziario dove obbligare i partiti a depositare i loro programmi, come debbono fare con le liste dei candidati: uffici nei quali però dovrebbe essere permessa una verifica dei conti e la bocciatura delle proposte irreali, a giudizio naturalmente delle toghe. Che già potendo disporre di tutto, anche della sopravvivenza di imprese piccole e grandi, come hanno dimostrato certe iniziative assunte a Taranto per l’Ilva, potrebbero pur arrogarsi prima o poi anche il compito di mettere fuori gioco questo o quel partito sulla soglia delle elezioni giocando sui confini tra tecnica e politica.

            Questi tecnici prestati più o meno imprudentemente alla politica fanno paura, almeno a me, più ancora dei magistrati che hanno preso la cattiva  abitudine di fare politica con le loro indagini e sentenze. E dei giornali e giornalisti che li giustificano e li sostengono, per esempio liquidando il garantismo come una forza più o meno surrettizia di assistenza ai criminali: di concorso esterno –si dice così adesso- alla mafia, alla camorra, alla ‘ndrangheta, corona unita e simili.

            Nel suo rigorismo tecnico e finanziario Monti è riuscito con il suo editoriale sul Corriere della Sera ad allungare di fatto un’ombra di sospetto, se non di accusa di lassismo e complicità  con i turlupinatori degli elettori, persino sulla Banca Centrale Europea gestita dall’italiano Mario Draghi, già sotto pelosa sorveglianza tedesca.

          In particolare, la Banca Centrale Europea “ha causato col finanziamento facile del settore pubblico e i tassi di interesse molto bassi –ha sentenziato Monti nei panni che immagino di procuratore generale europeo contro gli sprechi e simili- un effetto anestetico, un artificiale offuscamento delle reali condizioni della finanza pubblica e dell’economia. Si sono così attenuati gli stimoli a completare il risanamento finanziario e le riforme strutturali”. E i partiti –aggiungo io- hanno potuto e possono ancora profittarne per imbrogliare il paziente anestetizzato.    

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