Il falso scandalo della “democristiana” Emma Bonino

            Si fa presto a liquidare satiricamente il “matrimonio” elettorale fra le liste di Emma Bonino e di Bruno Tabacci  con vignette del tipo di quella di Vauro sul Fatto Quotidiano, che ha improvvisato l’apertura di una rivendita di Sali e Tabacci all’insegna anche del copricapo che l’esponente radicale indossa abitualmente, da quando la chemioterapia le ha fatto fare i conti col tumore. E già questo dovrebbe bastare e avanzare per attendersi qualcosa di diverso anche in una vignetta.

            Si fa presto pure a buttarla nell’ortodossia della militanza, ammonendo a non confondere Emma Bonino, Benedetto Della Vedova e Riccardo Magi per il partito radicale registrato all’anagrafe politica, come ha fatto sul Dubbio il mio amico Walter Vecellio. Il quale si è doluto alla fine  che la protagonista di tante battaglie radicali abbia scelto di “sopravvivere” praticamente democristiana con Tabacci. Ma, viste le già ricordate condizioni di salute dell’interessata, non sarebbe stato forse male se Walter si fosse fermato sulla soglia di quella infelice ironia.

            Se vi è una cosa –credo- incompatibile con la tradizione radicale lasciataci da Marco Pannella, questa è l’ortodossia. Dalla quale lo stesso Pannella si vantò una volta con me di “fottersene allegramente”, quando provai a contestargli amichevolmente l’alleanza stretta con un democristiano di tradizioni orgogliosamente conservatrici, allora, come Mario Segni. E ciò pur di fare uscire la Repubblica dal sistema elettorale proporzionale nel quale, e in funzione del quale, era stata concepita la Costituzione nel 1947, per portarla in quella che si è rivelata l’avventura del sistema maggioritario. Per giunta, tutto questo è stato fatto  usando la modifica sostanzialmente referendaria della vecchia legge elettorale, con la benedizione di una Corte Costituzionale che già Pannella a giorni alterni liquidava allora come una Cupola.

              Dobbiamo all’avventura –ripeto- del sistema maggioritario, neppure genuino peraltro, perché mescolato con quote di proporzionale, l’illusione data agli italiani per una ventina d’anni di andare alle urne per eleggere contemporaneamente il Parlamento e il governo, nella persona del candidato ufficiale a presidente del Consiglio, rimasto però appeso alla nomina da parte del presidente della Repubblica, come imposto dalla Costituzione.

            L’effetto di questa illusione, contraddetta da un bel po’ di governi succedutisi nel ventennio abbondante della cosiddetta seconda Repubblica  sotto la guida, in ordine rigorosamente cronologico, di Lamberto Dini, Massimo D’Alema, Giuliano Amato, Mario Monti, Enrico Letta, Matteo Renzi e Paolo Gentiloni, nessuno dei quali proposto agli elettori in quella veste,  è stata la personalizzazione della politica. Che è riuscita a fare il miracolo della rivalutazione dei vecchi partiti, nel frattempo morti e sepolti, ma riesumati di tanto in tanto in qualche vignetta per mettere alla berlina l’avversario o l’antipatico di turno, al maschile o al femminile.

L’aristocratico e urticante commiato di Antonio Martino dal Parlamento

            Solo un liberale aristocratico come Antonio Martino, già ministro degli Esteri e della Difesa nei governi di Silvio Berlusconi, e figlio di Gaetano, ministro degli Esteri nei governi di Mario Scelba e di Antonio Segni, cofirmatario in quella veste dei trattati europei firmati in Campidoglio nel 1957, poteva permettersi il gusto e il lusso di raccontarlo. Gli è capitato, fra l’altro, di rifiutare la segreteria generale della Nato, come aveva già fatto a suo tempo il padre, per non perdere il tempo con la consuetudine di trattenere  a pranzo ”due volte alla settimana” gli ambasciatori dei paesi partecipi dell’alleanza. Lui, poi, che dopo pranzo ha l’abitudine, rispettata anche nei soggiorni americani, di un buon riposo rigorosamente in pigiama.

            Solo un uomo della cultura e delle esperienze cattedratiche di Antonio Martino, 75 anni compiuti da poco, poteva permettersi il lusso di comunicare personalmente a Berlusconi in questa convulsa stagione di preparazione delle liste elettorali di considerare chiusa anche la sua esperienza parlamentare perché sfinito dallo spettacolo del “votificio” di Montecitorio. Ma soprattutto dal livello sempre più basso della preparazione dei suoi, a quel punto, indegni colleghi. Che votano il più delle volte senza sapere nulla di ciò di cui si stanno occupando.

            Solo un uomo dell’arguzia, dell’ironia e del prestigio come Antonio Martino, anche se di questo non ha voluto vantarsi nell’intervista di commiato dal Parlamento rilasciata il 4 gennaio ai quotidiani del gruppo Riffeser-Monti, poteva permettersi otto anni fa di scrivere all’allora presidente del Consiglio, non perdendone né il rispetto né l’amicizia, un biglietto di questo tenore, all’incirca: “Caro Silvio, vedo che da qualche tempo ti circondi di donne con molto seno e poco senno”.

            All’amico Berlusconi il professore Martino, sempre nell’intervista di commiato parlamentare, ma di disponibilità a rimanere a sua disposizione per consigli e quant’altro, ha solo voluto rimproverare di non essere stato con lui “del tutto trasparente” nell’ultima edizione della corsa al Quirinale, svoltasi alla fine di gennaio del 2015 per la successione a Giorgio Napolitano, dimissionario verso la fine del secondo anno del suo secondo mandato. In quella occasione –ha raccontato Martino- Berlusconi lo designò e lo fece votare dai suoi gruppi parlamentari come candidato a presidente della Repubblica mentre “iniziava a fare campagna elettorale” dietro le quinte per Giuliano Amato. Al quale invece l’allora presidente del Consiglio Matteo Renzi, “un affabulatore –lo ha definito Martino-  in larga misura vuoto”, preferì e impose Sergio Mattarella, anche a costo peraltro-aggiungo io-  di complicarsi la vita.

              

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