L’aristocratico e urticante commiato di Antonio Martino dal Parlamento

            Solo un liberale aristocratico come Antonio Martino, già ministro degli Esteri e della Difesa nei governi di Silvio Berlusconi, e figlio di Gaetano, ministro degli Esteri nei governi di Mario Scelba e di Antonio Segni, cofirmatario in quella veste dei trattati europei firmati in Campidoglio nel 1957, poteva permettersi il gusto e il lusso di raccontarlo. Gli è capitato, fra l’altro, di rifiutare la segreteria generale della Nato, come aveva già fatto a suo tempo il padre, per non perdere il tempo con la consuetudine di trattenere  a pranzo ”due volte alla settimana” gli ambasciatori dei paesi partecipi dell’alleanza. Lui, poi, che dopo pranzo ha l’abitudine, rispettata anche nei soggiorni americani, di un buon riposo rigorosamente in pigiama.

            Solo un uomo della cultura e delle esperienze cattedratiche di Antonio Martino, 75 anni compiuti da poco, poteva permettersi il lusso di comunicare personalmente a Berlusconi in questa convulsa stagione di preparazione delle liste elettorali di considerare chiusa anche la sua esperienza parlamentare perché sfinito dallo spettacolo del “votificio” di Montecitorio. Ma soprattutto dal livello sempre più basso della preparazione dei suoi, a quel punto, indegni colleghi. Che votano il più delle volte senza sapere nulla di ciò di cui si stanno occupando.

            Solo un uomo dell’arguzia, dell’ironia e del prestigio come Antonio Martino, anche se di questo non ha voluto vantarsi nell’intervista di commiato dal Parlamento rilasciata il 4 gennaio ai quotidiani del gruppo Riffeser-Monti, poteva permettersi otto anni fa di scrivere all’allora presidente del Consiglio, non perdendone né il rispetto né l’amicizia, un biglietto di questo tenore, all’incirca: “Caro Silvio, vedo che da qualche tempo ti circondi di donne con molto seno e poco senno”.

            All’amico Berlusconi il professore Martino, sempre nell’intervista di commiato parlamentare, ma di disponibilità a rimanere a sua disposizione per consigli e quant’altro, ha solo voluto rimproverare di non essere stato con lui “del tutto trasparente” nell’ultima edizione della corsa al Quirinale, svoltasi alla fine di gennaio del 2015 per la successione a Giorgio Napolitano, dimissionario verso la fine del secondo anno del suo secondo mandato. In quella occasione –ha raccontato Martino- Berlusconi lo designò e lo fece votare dai suoi gruppi parlamentari come candidato a presidente della Repubblica mentre “iniziava a fare campagna elettorale” dietro le quinte per Giuliano Amato. Al quale invece l’allora presidente del Consiglio Matteo Renzi, “un affabulatore –lo ha definito Martino-  in larga misura vuoto”, preferì e impose Sergio Mattarella, anche a costo peraltro-aggiungo io-  di complicarsi la vita.

              

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