Le vite parallele di Donald Trump e Silvio Berlusconi

            Sono stati sicuramente in molti a pensare in Italia, ma anche altrove, a Silvio Berlusconi quando il presidente degli Stati Uniti d’America Donald Trump, meno anziano di lui di una decina d’anni, ha gridato in faccia alla “stampa bugiarda” di mentire spudoratamente quando gli dà o ne raccoglie l’immagine di “idiota”, sapendo benissimo che lui invece è “un genio molto stabile”. Riuscito a diventare da “ imprenditore di successo a presidente degli Stati Uniti d’America”. E questo peraltro senza perdere neppure un centesimo di dollaro dopo una campagna elettorale che deve essergli costata parecchio, ma guadagnandone ancora di più, alla faccia degli avversari, loro sì idioti, fuori e dentro i confini americani.

            Italiano al cubo, tanto da essere scambiato qualche volta per un razzista più che per un patriota, e in più direttore del Giornale della famiglia Berlusconi, fondato da Indro Montanelli nel lontano 1974 senza immaginare –credo- di poterlo perdere in meno di vent’anni, Alessandro Sallusti ha pensato pure lui al suo editore quando ha letto l’autocelebrazione di Trump. E lo ha scritto con sincerità e trasparenza tornando a rimproverare dopo più di 25 anni a Massimo D’Alema una profezia quanto meno avventata, e più volte smentita dall’interessato senza convincere evidentemente più di tanto Sallusti. Che gli ha nuovamente attribuito la qualifica di Berlusconi come di “un idiota che troveremo sui sagrati delle Chiese a chiedere l’elemosina”.

            Trump, favorito dalle dimensioni e dal sistema istituzionale del suo Paese, in qualche modo ha persino superato Berlusconi, che nella propria carriera politica si è dovuto fermare alla presidenza del Consiglio dei Ministri, perdendola e riconquistandola più volte. Il più stabile e corposo Quirinale gli è stato invece precluso. E Dio solo sa quanto gli sarebbe piaciuto insediarvisi, pur designandovi altri a parole.

Il Trump italiano ha avuto la sfortuna di trovare sulla sua strada, oltre ai soliti magistrati ossessionati dai suoi affari e dal suo stile di vita, un professore della Bocconi di nome Mario e di cognome Monti, da lui stesso promosso commissario europeo agli esordi di governo e accettato nel 2011 come successore a Palazzo Chigi, sino a concedergli la fiducia per l’insediamento. E a controfirmarne con piacere, da capo del governo ancora in carica, il decreto presidenziale di nomina a senatore a vita sottopostogli dall’allora capo dello Stato Giorgio Napolitano.

            Ebbene, proprio Monti improvvisò poi per le elezioni politiche del 2013 un movimento politico dichiaratamente moderato o sobrio, che col suo 8 e più per cento dei voti impedì a un Berlusconi in sorprendente ripresa di sorpassare la coalizione di sinistra guidata dall’allora segretario del Pd Pier Luigi Bersani. E col mancato sorpasso mancò anche l’elezione parlamentare dell’ancòra Cavaliere a presidente della Repubblica, come si vantò Monti. Che, soddisfatto di tanta impresa, scaricò il proprio movimento, lasciandolo sciogliere come neve al sole, per godersi sino in fondo il laticlavio.

            So bene che la storia non si fa con i se. Ma lasciatemi esprimere la convinzione che, per quanti processi avesse sul groppone, un Berlusconi eletto nella primavera del 2013 presidente della Repubblica non sarebbe stato condannato in agosto in via definitiva dalla sezione feriale della Cassazione per frode fiscale: una condanna non a caso risparmiata ad altri in un processo analogo.

            Ma torniamo a Trump nella versione immaginaria di un Berlusconi più giovane, o meno anziano, esportato negli Stati Uniti d’America.  E allo sgomento che deve provare in questi giorni o in queste ore il povero Matteo Salvini, trumpista della prima ora in Italia, messosi in testa di sottrarre a Berlusconi la leadership della nuova edizione del centrodestra in allestimento per le elezioni del 4 marzo, forse con troppe gambe per poter poi camminare diritto.

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