Quante preoccupazioni per il “fango sul Quirinale” di Sergio Mattarella

Troppo fango sul Quirinale”, si è lamentato Paolo Mieli commentando in uno dei salotti televisivi che frequenta spesso gli ultimi sviluppi della lunga crisi di governo. E difendendo il capo dello Stato non solo dagli annunci grillini, poi rientrati, di promuovere contro di lui l’accusa di tradimento e attentato alla Costituzione dopo il no a Paolo Savona al Ministero dell’Economia, ma anche dal rimprovero del Giornale di famiglia di Silvio Berlusconi di non avere fatto tentare a Matteo Salvini la formazione di un governo di centrodestra.

            In effetti il presidente della Repubblica si è procurato parecchie critiche e attacchi, non tutti contenuti nei limiti di una corretta, per quanto dura polemica politica, con insulti e minacce persino fisiche. E’ corsa a soccorrerlo in qualche modo anche la polizia sistemando nei pressi del Quirinale uno striscione in sua difesa.

           Furio Colombo.jpgMa la sovraesposizione del capo dello Stato, chiamiamola così, nella gestione della crisi è stata ed è tuttora un fatto innegabile, per niente inventato. E’ stata una scelta dello stesso presidente, magari in buona fede, per carità, nella convinzione di fare al meglio il proprio lavoro, ma alquanto anomala, a dir poco. Una sovraesposizione superiore ad ogni altro precedente nella storia più che settantennale della Repubblica, compreso quello drammatico dell’estate del 1964: quando il presidente Antonio Segni fu tentato dal ritorno al centrismo, dopo meno di un anno di centrosinistra guidato da Aldo Moro, e temendo proteste in piazza chiese garanzie di ordine pubblico al comandante generale dell’Arma dei Carabinieri, già capo dei servizi segreti. Che aveva già pronto, o allestì per l’occasione, un piano avvertito di sapore golpista anche dall’allora ministro degli Esteri Giuseppe Saragat. Che, a crisi risolta con la prosecuzione del centro-sinistra, lo contestò personalmente a Segni in un incontro, presente Moro, finito con l’ictus del presidente adiratissimo.

           Farina.jpg Quella di Mattarella nella crisi che ancora si trascina, essendosi il presidente appena dato tutto il tempo necessario per tentare di rianimare il governo legastellato di Giuseppe Conte, o uno analogo, infrantosi contro la mancata nomina di Paolo Savona a ministro dell’Economia, è un’esposizione maggiore anche del precedente di Oscar Luigi Scalfaro nel 1992: quando le consultazioni furono allargate al capo della Procura di Milano Francesco Saverio Borrelli, nutrendo il presidente il sospetto che il segretario socialista Bettino Craxi, in procinto di essergli proposto alla guida del governo dalla Dc e dal Psi, fosse già coinvolto o stesse per esserlo nelle indagini sul finanziamento illegale della politica, note come “Mani pulite”. Craxi “allo stato” non lo era. Lo sarebbe stato dopo circa sei mesi. Ma Scalfaro per cautela preferì rifiutargli l’incarico, convincendolo a rinunciarvi spontaneamente a favore di un altro socialista a sua scelta. Che fu Giuliano Amato.

            Giannelli.jpgOra Mattarella, bloccando la formazione di un governo tecnico già allestito su suo incarico da Carlo Cottarelli, e cogliendo segnali raccolti nel dibattito politico, fra comizi elettorali, interviste, dichiarazioni e comunicati, ha voluto esplorare le possibilità di superare, se non vogliamo dire rompere, la compattezza dei leader grillino e leghista nella designazione di Savona a ministro dell’Economia. Ed è riuscito in questa opera da “cuneo”, come è stata definita in qualche titolo di giornale, visto che  Luigi Di Maio ha proposto una diversa collocazione di Savona nel governo, benedetta con l’”attenzione” annunciata dal Quirinale.

           Matteo Salvini, ancora tentato dalle elezioni anticipate per i sondaggi che  danno in forte crescita la sua Lega, si è mostrato incerto in una pur dichiarata apertura. E l’anziano economista Savona, già ministro nel governo di Carlo Azeglio Ciampi del 1993, ha finito per trovarsi nella scomoda posizione di un vecchio  apparentemente irriducibile nelle sue ambizioni. Che starebbe resistendo ad una rinuncia o diversa destinazione, liberatoria per tutti quelli, compreso Mattarella, che lo hanno indicato come un potenziale destabilizzatore dell’euro e, più in generale, dell’Unione Europea. La sua colpa è  solo di volerne cambiare le regole, naturalmente con le “opportune alleanze”, secondo le dichiarazioni dell’ex presidente del Consiglio incaricato Conte, non certo da solo, anche a costo di uscirne. Come se, peraltro, bastasse il pur importante ministro dell’Economia a portare fuori l’Italia dall’euro, e non fosse questa una decisione spettante al governo e a chi lo guida “promuovendo e coordinando l’azione dei ministri”: parole dell’articolo 95 della Costituzione sulla figura del presidente del Consiglio.

            giornali esteri.jpgLa sovraesposizione di Mattarella, infine, supera ogni precedente perché non vi è stata mai una campagna elettorale -come avverrà invece nella prossima, in qualunque stagione si finirà per arrivarvi, sicuramente in anticipo rispetto alla scadenza ordinaria della legislatura- col presidente della Repubblica, volente o nolente, scomodamente coinvolto.

            Il fango sul Quirinale, per tornare all’immagine di Paolo Mieli, è sicuramente increscioso. Ma non è meno incresciosa la breccia attraverso la quale esso ha potuto arrivarvi, o lambirlo, con una gestione insolita della crisi. Dalla quale il presidente della Repubblica non può tirarsi o essere tirato fuori senza una superdose di ingenuità o generosità, generalmente poco compatibile con le abitudini della politica e dintorni.

 

 

 

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La lunga crisi di governo è diventata un giallo grottesco, a spese dei titoli di Stato

            Quei due corazzieri solennemente piazzati dal cerimoniale del Quirinale davanti alla porta del presidente della Repubblica, in vista dell’annuncio della formazione del governo tecnico ed elettorale di Carlo Cottarelli, e improvvisamente allontanati davanti alle telecamere per sopraggiunte difficoltà hanno dato il segno della imprevedibilità, drammaticità e non so cos’altro, francamente, di una vicenda politica tinta di giallo. Che non è solo il colore del Movimento delle 5 stelle, come il verde è tornato ad esserlo della Lega, ma anche quel tipo di letteratura che si occupa di delitti e trame. E’ un giallo a dir poco grottesco a quasi tre mesi ormai dalle elezioni politiche del 4 marzo e non si sa ancora bene a quanto pochi dalle elezioni anticipate messe nel conto dallo stesso presidente della Repubblica annunciando più volte, almeno due, un governo destinato a gestirle.

            Il giallo di questa crisi è costituito da un intreccio di elementi che possono essere visti indifferentemente come cause ed effetti. E che provo ad elencare nell’ordine in cui mi sono apparsi evidenti.

            Il primo di questi elementi è la gestione anomala della crisi da parte di chi vi è costituzionalmente preposto: il presidente della Repubblica. Egli ha obiettivamente oscillato, volente o nolente, tra il massimo della pazienza, o tolleranza, anche a costo -lo ha detto lui stesso- di incorrere in critiche e attacchi, e il massimo della intransigenza, culminata nel rifiuto di nominare un illustre economista come Paolo Savona ministro dell’Economia, con la conseguente rinuncia del professore incaricato Giuseppe Conte a formare il governo legastellato “del cambiamento”.

            Non è piacevole criticare il presidente della Repubblica, che rappresenta costituzionalmente l’unità nazionale ed è la prima autorità di garanzia nel nostro ordinamento, per cui al solo nominarlo nelle aule parlamentari si rischia un richiamo del presidente dell’assemblea. E’ appena accaduto al Senato e  rischia di ripetersi in quel che resterà di questa diciottesima legislatura. Ma sono incontrovertibili le sorprese, quanto meno, che Sergio Mattarella ha riservato a tutti nella ricerca di una soluzione alla crisi formalmente apertasi con le dimissioni del governo Paolo Gentiloni, subito dopo l’insediamento delle nuove Camere. Egli ha diviso su certe sue decisioni, in particolare sul rifiuto della nomina di Paolo Savona, il mondo accademico e politico dei costituzionalisti, procurandosi i dubbi, a dir poco, per esempio, del presidente emerito della Corte Costituzionale Valerio Onida. Che non credo possa essere scambiato né per un eversore né per un maleducato.

            Un altro elemento del giallo grottesco, ripeto, della crisi è la spregiudicatezza tattica, ma anche strategica, dei due partiti che si sono assunti il ruolo di “vincitori” delle elezioni del 4 marzo scorso stipulando alla fine anche un “contratto” di governo: i grillini e i leghisti, nell’ordine dei voti che hanno raccolto nelle urne, e anche della disinvoltura che hanno dimostrato, peraltro scaricandosene a vicenda la responsabilità. 

            Il grillino Di Maio, per esempio, prima si è accodato sui giornali e nelle piazze all’iniziativa parlamentare del cosiddetto impeachment del presidente della Repubblica annunciata dalla leader della destra Giorgia Meloni, poi vi ha pubblicamente rinunciato, al primo insorgere di voci e notizie sulle difficoltà del nuovo presidente incaricato Carlo Cottarelli. E lo ha fatto accusando il segretario leghista di non essergli andato dietro, come lui aveva fatto -ripeto- rispetto a Giorgia Meloni.

           Di Maio ha infine chiesto al capo dello Stato di ridare la palla della crisi  ai legastellati. Roba da capogiro, con tutto quello che i capogiri spesso riescono a provocare persino a livello internazionale, finanziario e politico. Vogliamo parlare degli speculatori non scoraggiati ma attivati contro i titoli di Stato italiani dopo la decapitazione di Savona motivata proprio con la necessità di calmarli? O di quel commissario europeo al bilancio, il tedesco Gunther Oattinger, ancora al suo posto dopo avere annunciato che saranno appunto questi speculatori a determinare le scelte elettorali degli italiani? Un commissario sconfessato dal presidente della Commissione, rassegnatosi poi a scusarsi ma -ripeto- incredibilmente e provocatoriamente rimasto in carica, almeno sino al momento in cui scrivo.

             Con la richiesta di Di Maio di riaprire i giochi di un governo legastellato, o altri, è tornato come uno spettro lo scenario della conclusione della prima fase della crisi. Quando Mattarella annunciò il proposito di formare un governo “neutrale” di tregua e insieme di possibile gestione di elezioni anticipate, fatto di persone impegnate con lui a non candidarsi per le nuove Camere, ma si fermò davanti all’iniziativa  improvvisamente e spontaneamente assunta da grillini e leghisti di aprire una trattativa. Prima di fermò, e poi il presidente della Repubblica assecondò di fatto l’operazione concedendo tutto il tempo che via via i negoziatori del “contratto”, come se fossero degli incaricati, reclamavano con pubbliche dichiarazioni e con telefonate al Quirinale. Dove c’era sempre qualcuno pronto a rispondere.

            Un altro elemento ancora del giallo della crisi è il comportamento per niente lineare del Pd. Che dopo avere ondeggiato fra aperture e chiusure ai grillini, che lo hanno considerato un forno concorrente a quello della Lega per un accordo di governo, ed avere spalleggiato Mattarella nell’operazione Savona, chiamiamola così,  lo hanno politicamente scaricato nel passaggio del governo Cottarelli.

            In particolare, è giunto proprio dal Pd l’annuncio di un’avarissima astensione al governo dell’economista chiamato al Quirinale per gestire le elezioni anticipate: un’astensione che, unendosi al voto contrario preannunciato praticamente da tutti gli altri gruppi o partiti, darebbe al cosiddetto Gabinetto del Presidente la fisionomia di un reietto, e non solo di un bocciato.

            Come se questo non bastasse, il Pd si è unito a grillini e leghisti nel chiedere una data delle elezioni anticipate ancora più ravvicinata del “dopo agosto” annunciato da Cottarelli, chiaramente d’intesa col presidente della Repubblica, dopo avere ricevuto l’incarico di presidente del Consiglio. In questo caso si potrebbe cercare di votare tra la fine di luglio e l’inizio di agosto, con quanto gradimento e quanta affluenza alle urne è facile immaginare.

            Matteo Renzi, si sa, non è più il segretario del Pd. Ma si sa anche che ne rimane un po’ il regolo. Un regolo però un po’ sregolato e politicamente disinvolto pure lui, come ha appena dimostrato nel salotto televisivo di Lilli Gruber, a la 7. Dove egli ha difeso l’intangibilità, diciamo così, del presidente della Repubblica dagli attacchi di grillini, leghisti e quant’altri dimenticando le critiche mossegli dopo le elezioni del 4 marzo scorso.

            Allora, riconoscendo la sconfitta elettorale subita e annunciando le dimissioni da segretario del partito, Renzi ne attribuì parte almeno della responsabilità alle elezioni anticipate rifiutategli dal presidente della Repubblica l’anno scorso, all’indomani e per effetto di un’altra sconfitta: quella nel referendum del 4 dicembre 2016 sulla riforma costituzionale proposta dal suo governo, approvata dalle Camere ma bocciata dagli elettori. 

 

 

 

 

 

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“Senza fiato” al Quirinale per gli attacchi al presidente Sergio Mattarella

            Al Quirinale sono rimasti tanto male per la campagna aperta dai grillini, e dalla destra, ma un po’ anche dai leghisti contro il presidente Sergio Mattarella, minacciato di cosiddetto impeachment in Parlamento e di contestazioni in piazza a Roma nel giorno della festa della Repubblica, da non riuscire a ridere, ma neppure a sorridere della vignetta di Giannelli sul Corriere della Sera. Dove il capo dello Stato, rispondendo ad una voce fuori campo mentre cuoce a fuoco più o meno lento in un pentolone Matteo Salvini e Luigi Di Maio, li definisce “Cottarelli”: il nome dell’economista che, fatto naufragare il governo legastellato del professore avvocato Giuseppe Conte col rifiuto di nominare Paolo Savona ministro dell’Economia, Mattarella ha promosso presidente del Consiglio.

            Il governo tecnico di Cottarelli, privo di ogni possibilità di ottenere la fiducia del Parlamento prima ancora di giurare nelle mani del capo dello Stato, è destinato a gestire le elezioni anticipate. Di cui manca solo la data precisa “dopo agosto”, ha comunque precisato il presidente appena incaricato.

            L’ironia di Emilio Giannelli non poteva del resto essere apprezzata da un presidente della Repubblica e da consiglieri vestiti di tutto punto per scortarlo nei movimenti e nelle riflessioni, convinti di non avere per niente messo in cottura Salvini e Di Maio, ma di averli aiutati in ogni modo possibile e immaginabile, anche a costo di sembrare imbelli a critici come Giuliano Ferrara sul Foglio. Sarebbe “bastato” che i due leader politici avessero accontentato Mattarella nella richiesta di fargli proporre da Conte per  il  dicastero dell’Economia il leghista Giancarlo Giorgetti anziché Savona. Che è stato scambiato anche dal presidente della Repubblica italiana, oltre che dall’entourage della cancelliera tedesca Angela Merkel, per un euroscettico pericoloso, smanioso di alzare tanto la posta nelle trattative per una revisione delle regole della moneta unica da farne uscire l’Italia.

            Savona, si sa, ha cercato anche con un comunicato di smentire questa rappresentazione delle sue idee e progetti, ma non c’è stato verso. Di quel comunicato non è piaciuto neppure uno dei siti telematici con cui è stato diffuso, in odore o puzza, secondo i gusti, di euroscetticismo.

           Di Savona, insomma, non è andato bene niente negli uffici del Colle, dove peraltro Mattarella ha voluto evitare, forse significativamente, persino di nominare il pur autorevole economista, già ministro del governo paratecnico guidato da Carlo Azeglio Ciampi nel difficile passaggio dalla cosiddetta prima alla seconda Repubblica,  quando ha parlato della questione davanti alle telecamere per spiegare l’infausto epilogo del mandato di Conte.  

            Breda.jpg Ora al Quirinale, per ripetere le parole tra virgolette attribuite da Marzio Breda sul Corriere della Sera ai “consiglieri più sperimentati” del capo dello Stato, si assiste a “una deriva nichilsta” contro Mattarella “che lascia senza fiato”.

            Appartiene forse a questa “deriva” anche lo sfogo cui si è abbandonato il leghista Roberto Calderoli all’annuncio dell’incarico di presidente del Consiglio a Cottarelli.

           In particolare, pur avendo la Lega preso le distanze dal percorso parlamentare dell’impeachment annunciato da grillini e fratelli d’Italia, limitandosi  a partecipare alle manifestazioni di piazza in preparazione, Calderoli ha detto: “Dopo che Cottarelli sarà stato sfiduciato, Mattarella dovrà pagarne le conseguenze. La sua coscienza gli dirà se deve dimettersi. Io faccio solo notare che a noi del centrodestra mancavano 50 voti alla Camera, a Cottarelli ne mancano 500. E il Quirinale lo ha mandato in Parlamento”, dove invece, secondo Calderoli, avrebbe potuto essere mandato Salvini, non si capisce bene però se prima o dopo avere negoziato il “contratto” di governo con i grillini.

 

 

 

 

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Un governo Cottarelli per il voto anticipato. E Mattarella a rischio di impeachment

            Dal professore, avvocato e non so che altro Giuseppe Conte all’economista Carlo Cottarelli, già passato per la Banca d’Italia, l’Eni, il Fondo Monetario Internazionale, l’Università Cattolica di Milano e i governi di Enrico Letta e di Matteo Renzi come commissario o esperto di tagli alla spesa pubblica. Questo dunque è il passaggio che il capo dello Stato ha deciso per il conferimento dell’incarico di formare il nuovo governo, destinato però -salvo altre clamorose sorprese in questa lunghissima crisi apertasi di fatto con la proclamazione dei risultati delle elezioni politiche del 4 marzo scorso- a gestire lo scioglimento anticipato delle Camere e un altro ricorso alle urne.

            “Dateci subito la data delle nuove elezioni o andiamo a Roma”, ha minacciato l’”arrabbiato come una bestia” segretario  della Lega Matteo Salvini.  Che si sente ormai impegnato in quella che nel suo partito, in continua e forte crescita nei sondaggi, chiamano “campagna elettorale permanente”, con tanto di acronimo:  Cep. Una data per le prossime elezioni -ha annunciato in prima pagina il Corriere della Sera- potrebbe essere il 9 settembre, ai confini fra l’estate e l’autunno.

            Salvini, sempre lui, accusato intanto dall’ex segretario del Pd Matteo Renzi di non avere mai voluto davvero il governo gialloverde per il quale aveva pur negoziato con i grillini un “contratto”, si è detto per ora “poco interessato” a un procedimento parlamentare di messa in stato d’accusa del presidente della Repubblica davanti alla Corte Costituzionale per alto tradimento. E ciò per avere Mattarella rifiutato la nomina dell’economista Paolo Savona a ministro dell’Economia propostagli, prima della rinuncia, dal presidente  incaricato Conte. Un rifiuto motivato dal presidente col pericolo che le idee di Savona, per quanto precisate da una dichiarazione a favore di “un’Europa più forte ma anche più equa”, portassero l’Italia all’isolamento nell’Unione Europea, all’uscita dall’euro e alla compromissione dei risparmi degli italiani,  tutelati invece dalla Costituzione.  

            A porre sul tavolo il nodo dell’”impeachment” del presidente della Repubblica, come lo chiamano negli Stati Uniti,  è stata l’iniziativa annunciata per ora dai grillini – dal capo in persona del movimento delle 5 stelle Luigi Di Maio- e dai fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, che pure si era collocata all’opposizione del governo gialloverde, o legastellato. A scioglierlo, questo nodo, dovrebbe essere con una complessa procedura il Parlamento. Che non ne avrà però il tempo se interverrà lo scioglimento anticipato, nonostante la diffida già levatasi dai grillini e dalla destra. Ma il problema potrebbe riproporsi nelle nuove Camere, specie se grillini e leghisti vi dovessero tornare in maggiori forze, addirittura con “l’80 per cento dei voti” pronosticato da Massimo D’Alema in una conversazione con l’ex presidente del Senato Pietro Grasso. “Ce la leghiamo al dito”, ha avvertito Salvini spiegando che le prossime elezioni equivarranno a “un referendum tra chi vuole un’Italia libera o schiava” dei vincoli europei e di chi li gestisce con tanta forza da intromettersi nelle vicende interne dei paesi dell’Unione.

            La Cep, cioè la campagna elettorale permanente, è stata così già investita del drammatico scontro istituzionale apertosi con le polemiche contro il capo dello Stato. Pertanto i risultati delle prossime elezioni rischieranno di tradursi anche in un giudizio politico sulle scelte e sulla stessa persona del presidente della Repubblica: una cosa che non si era mai vista nella storia più che settantennale della stessa Repubblica.

            Fra tutti i partiti, quello che si trova nelle maggiori difficoltà di fronte ai sorprendenti sviluppi della crisi è Forza Italia. Il cui presidente Silvio Berlusconi, uscito di recente dalle condizioni di incandidabilità in cui l’aveva messo la cosiddetta legge Severino per la condanna definitiva per frode fiscale comminatagli nel 2013 dalla sessione feriale della Corte di Cassazione, ha gioito della mancata formazione del governo legastellato e condiviso le preoccupazioni espresse da Mattarella per la sorte dei risparmi italiani.  “Mi fai cadere le braccia”, gli ha però replicato in pubblico Salvini, che gli ha contestato il permesso datogli di trattare con i grillini.

             Ma soprattutto Salvini non ha dato per scontato di ripetere nelle prossime elezioni l’alleanza di centrodestra. “Si vedrà”, ha minacciato il segretario della Lega, ripetendo la stessa espressione a chi gli ha chiesto se non si lascerà tentare invece da un’alleanza elettorale con i grillini, che potrebbe portare i due partiti al risultato pronosticato beffardamente da D’Alema.

Altissima tensione istituzionale dopo il veto di Mattarella a Savona e la rinuncia di Conte

            Il presidente della Repubblica ha impresso alla crisi uno sviluppo drammatico. Egli ha rifiutato la nomina dell’economista Paolo Savona a ministro dell’Economia, propostagli dal presidente incaricato Giuseppe Conte, che ha pertanto rimesso il mandato di formare il governo.

            Nel motivare con pubbliche dichiarazioni nella loggia delle Vetrate, al Quirinale, il no al professore Savona il capo dello Stato non lo ha neppure nominato. E tanto meno ha ritenuto di prendere in considerazione un comunicato precedentemente emesso dall’interessato per precisare la sua posizione, lamentando le “scomposte polemiche” sviluppatesi sulle sue posizioni in tema di gestione dell’Unione Europea e della moneta unica. Una dichiarazione, quella di Savona, già ministro del governo di Carlo Azeglio Ciampi, conclusasi con l’impegno per “un’Europa più forte ma anche più equa”.

            A far salire la tensione politica e istituzionale ha contribuito anche la decisione presa da Mattarella di convocare e ricevere, prima del presidente incaricato,  i leader dei due partiti della ormai ex costituenda maggioranza: nell’ordine di salita al Quirinale, il segretario leghista Matteo Salvini e il capo del movimento 5 stelle Luigi Di Maio. I quali hanno poi commentato molto duramente l’epilogo negativo del tentativo del professore Conte, da essi designato, di risolvere la crisi.

            Il presidente della Repubblica ha annunciato una iniziativa su cui provocare un dibattito in Parlamento, prima di valutare l’opportunità di sciogliere le Camere per un ricorso anticipato alle urne. Iniziativa riconducibile al proposito già enunciato dal capo dello Stato di nominare un governo “neutrale” per una tregua o per la gestione, appunto, delle elezioni anticipate, in caso di mancata fiducia parlamentare. Una convocazione in questo senso è già stata annunciata al Quirinale: quella dell’economista Carlo Cottarelli, già impegnatosi per incarico di altri esecutivi sul tema della riduzione delle spese pubbliche.

            Nel frattempo sono state preannunciate prima dalla destra di Giorgia Meloni e poi dal movimento grillino iniziative parlamentari contro il presidente della Repubblica per incolparlo di alto tradimento davanti alla Corte Costituzionale.

            Se tali iniziative dovessero davvero avviarsi, il presidente della Repubblica potrebbe trovarsi nell’assai anomala condizione di dovere interrompere anche un procedimento contro di lui sciogliendo anticipatamente le Camere. E di diventare poi una specie di convitato di pietra della campagna elettorale.

 

 

 

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Miracoli al Quirinale col veto a Paolo Savona ministro dell’Economia

            Miracolo, anzi più d’uno, al Quirinale. Dove le forti resistenze opposte dal presidente della Repubblica alla nomina dell’economista Paolo Savona a ministro dell’Economia, reclamata in termini alla fine anche ultimativi dai leghisti col sostegno dei grillini, e proposta dal presidente incaricato Giuseppe Conte, hanno scomposto anche lo schieramento mediatico, e non solo politico.

            Parole e posizioni a favore di Savona, sostenuto proprio per la grinta, chiamiamola così, contestagli da Mattarella nei riguardi del peso e del ruolo esercitato dalla Germania nell’Unione Europea, sono arrivate anche da settori schieratisi all’opposizione del governo contrattato da leghisti e grillini, o viceversa. Si sono schierati con Savona la destra di Giorgia Meloni, la sinistra dell’ex vice ministro Stefano Fassina e Francesco Boccia, del Pd. Consensi sono arrivati dal Manifesto e -udite, udite- dal Fatto Quotidiano di Marco Travaglio, pur spesosi durante la crisi per un accordo di governo fra i grillini e il Pd, che certamente non avrebbe contemplato un arrivo di Paolo Savona al vertice del Ministero dell’Economia.

           Travaglio.jpg Il giornale di Travaglio non solo avrebbe preferito un governo Di Maio-Pd, ma contesta a Savona non pochi precedenti politici e persino giudiziari nella sua lunga carriera pubblica. Eppure esso non condivide l’ostilità di Mattarella a Savona. E ne contesta anche la forma, che diventa sostanza quando si parla di rapporti istituzionali ad un livello così alto com’è quello del capo dello Stato: la forma di comunicati allusivi e di informazioni a dir poco indirette.

            Fra queste informazioni, soffiate e quant’altro, Travaglio ne ha raccolte anche di natura anagrafica, contrapponendo i critici di Savona i suoi 81 anni e mezzo di età alla natura di “cambiamento” vantata dal governo concordato fra leghisti e grilli, o -ripeto- viceversa. Ebbene, “se un uomo di 82 anni non può essere ministro perché un capo dello Stato fu rieletto a 88?”, ha chiesto Travaglio non rinunciando ai suoi strali spesso ossessivi contro Giorgio Napolitano, confermato al Quirinale a quell’età nel 1993, all’inizio di una legislatura contrassegnata proprio dall’irruzione elettorale dei grillini.

            Se è per questo, e senza tornare ossessivamente -ripeto- sul tasto e sulla figura di Napolitano, peraltro convalescente in questi giorni dopo avere rischiato la morte per un infarto e subìto un pesante intervento chirurgico, Travaglio avrebbe potuto citare l’esempio dell’indimenticato e popolarissimo Sandro Pertini, eletto al Quirinale nel 1978, dopo le dimissioni di Giovanni Leone, alla bella età di 82 anni. “Tanto, durerà poco”, disse imperdonabilmente il capogruppo democristiano alla Camera Flaminio Piccoli rassegnandosi a votarlo. E non prevedendo che Pertini avrebbe portato a termine regolarmente e felicemente il suo settennato presidenziale, peraltro tentando dietro le quinte, fra smentite formali, la rielezione.

            A disagio, pur difendendone le prerogative costituzionali, di fronte all’ostinato rifiuto di Mattarella di nominare Savona ministro dell’Economia  si è sentito nel suo appuntamento domenicale con i lettori di Repubblica anche Eugenio Scalfari. Il quale ha scritto: “Mattarella sapeva che il suo no a Savona avrebbe determinato questo sconquasso. Allora perché ha accettato il nome di Conte?”, affidandogli l’incarico di formare il governo dopo un incontro durato un paio d’ore.

            Già, perché? Perché evidentemente il presidente della Repubblica riteneva di avere convinto il presidente incaricato a sposare le sue riserve, e a farsene carico nei rapporti con quanti lo avevano designato alla guida del governo. E Conte, a leggere le corrispondenze non smentite del quirinalista del Corriere della Sera Marzio Breda, imprudentemente glielo aveva fatto credere dicendogli di non volere mettersi nel governo “una mina vagante” come l’economista sardo, europeista pentito o eretico, come preferite, sicuramente inviso alla stampa tedesca e forse  alla cancelliera in persona. Grande pertanto è stata la sorpresa, anzi la delusione di Mattarella, e forse anche qualcosa in più, quando si è rivisto di fronte il presidente incaricato, reduce da un incontro con Luigi Di Maio e Matteo Salvini,  deciso a proporgli formalmente la nomina di Savona.

            Ora, di fronte al rischio di una crisi tornata in alto mare, e di un ritorno alla prospettiva delle elezioni anticipate, che si risolverebbero -con gli umori correnti nel Paese- in un rafforzamento tanto dei leghisti quanto dei grillini, o addirittura in una rapida e vincente ricomposizione del centrodestra, col ritorno di Berlusconi in persona in Parlamento, Mattarella si trova in quelle che comunemente si chiamano ” braghe di tela”, per quanto possano sembrare irreverenti parlando del capo dello Stato. Il quale rischia di assumersi la responsabilità vera e propria, e non solo la paternità costituzionale dello scioglimento anticipato delle Camere, pur cercando i suoi sostenitori di scaricarla sui leghisti, magari aggrappandosi ad una vignetta di  Stefano Rolli, sul Secolo XIX, in cui Salvini offre a Conte un passaggio al Quirinale sulla sua ruspa.

          Breda.jpg  Qualche esitazione tuttavia si può ottimisticamente avvertire nelle riflessioni e nello stato d’animo del presidente della Repubblica leggendo la conclusione dell’odierna corrispondenza del già citato quirinalista del Corriere della Sera Marzio Breda, aduso a interpretare bene, diciamo così, il clima del Quirinale. “Una soluzione di compromesso -ha scritto Breda- potrebbe venire da qualche dichiarazione correttiva dell’economista Savona prima che Conte salga al Quirinale”, cioè risalga con la lista dei ministri. Una dichiarazione, ripeto, “correttiva”, puntualmente arrivata, delle interpretazioni date ai suoi propositi o alle sue convinzioni, e delle “scomposte polemiche” condotte contro di lui, non una rinuncia di Savona. Come forse all’origine Mattarella si aspettava, prima di rendersi conto del vicolo cieco in cui, volente o nolente, egli aveva quanto meno contribuito a cacciare la crisi di governo.

 

 

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La “solitudine angosciosa” di Mattarella alle prese con Paolo Savona…(rola)

            Già di nome, anzi di cognome, gli assomiglia. Paolo Savona, 82 anni da compiere il 6 ottobre, economista, ministro dell’Industria nel governo di Carlo Azeglio Ciampi, col quale aveva già collaborato alla Banca d’Italia ai tempi di Guido Carli, è pericolosamente sulle orme del più famoso Girolamo Savonarola: il frate domenicano, come più di un secolo dopo a Roma Giordano Bruno, che fu prima scomunicato  e poi impiccato e bruciato a Firenze per eresia il 23 maggio 1498.

            L’eresia contestata a Paolo Savona è di natura politica. Egli non sarebbe europeista. O non lo sarebbe abbastanza, almeno “rispetto all’ortodossia dell’Unione Europea”, ha precisato -bontà sua- il quirinalista del Corriere della Sera Marzio Breda riferendo dei dubbi e della sorpresa del presidente della Repubblica dopo un improvviso “incontro informale e interlocutorio”, cioè “più male che bene”, avuto col presidente del Consiglio incaricato Giuseppe Conte. Che era reduce, a sua volta, da un incontro avuto a Montecitorio con Luigi Di Maio e Matteo Salvini, i leader dei due partiti della costituenda maggioranza grillino-leghista, o legastellata, come preferiscono chiamarla quelli del Carroccio nonostante abbiano raccolto nelle urne meno voti.

            I dioscuri gialloverdi avevano concordemente confermato al professore e avvocato Conte la designazione di Savona a ministro dell’Economia, avvertendolo dei rischi, in caso di mancata nomina, di una riapertura della crisi di governo e, inevitabilmente, della ripresa della corsa verso le elezioni anticipate. Che a questo punto sarebbero destinate a svolgersi all’insegna di una maggiore insofferenza verso “l’ortodossia dell’Unione Europea”, per tornare alla prosa di Marzio Breda. E con risultati forse ancora più favorevoli del 4 marzo scorso al Movimento delle 5 stelle e al centrodestra, dove Salvini rientrerebbe, convinto com’è, del resto, di non esserne mai uscito, avendogli a suo tempo Silvio Berlusconi permesso di trattare con i  grillini, pur disprezzati dal Cavaliere con parole e sentimenti del tutto ricambiati.

          Dicevo dei dubbi e della sorpresa procurati al presidente della Repubblica dall’incontro con Conte. I dubbi sono quelli coltivati da Sergio Mattarella a carico del professor Savona anche alla luce delle turbolenze dei mercati finanziari, come se l’ulteriore aumento dello spread, cioè del differenziale fra i titoli di Stato tedeschi e italiani, spiccato oltre i 200 punti, con tutti i rischi conseguenti,  fossero colpa dell’economista sardo e non, più in generale, del “contratto” di governo stipulato fra grillini e leghisti.

           La sorpresa di Mattarella è quella di avere avvertito nelle parole di Conte una minore diffidenza, se non proprio un’apertura a Savona, di cui invece il presidente incaricato nel precedente incontro aveva mostrato di avere paura quanto il capo dello Stato, parlandone come di una possibile “mina vagante” nei rapporti con Bruxelles, ma soprattutto con Berlino. Dove Savona ritiene che non si sia persa la vecchia abitudine o tentazione di comandare, più che di collaborare. E’ una preoccupazione, quella dell’economista, d’altronde ricambiata dai tedeschi con la diffidenza verso la pretesa abitudine degli italiani di indebitarsi e di prendersela comoda, come stanno scrivendo in questi giorni i giornali d’oltralpe.

            Il quirinalista del Corriere della Sera ha riferito di una “angosciosa solitudine” nella quale si sentirebbe il presidente della Repubblica. Che da solo, in effetti, è stato in pratica lasciato da Conte a decidere se continuare a negare la nomina di Paolo Savona a ministro dell’Economia, anche a costo di fare riprecipitare la crisi -ripeto- verso le elezioni anticipate, o fare buon viso a cattivo gioco, almeno per lui, e per come ha voluto mettere le cose, scommettendo sulla sponda del presidente incaricato. E dimenticando, come gli ha ricordato il vecchio e saggio Emanuele Macaluso, che il rapporto con l’Unione Europea non lo decide il pur importante e presunto eretico o scettico ministro dell’Economia, ma “il governo e chi lo guida”.

           Ma Mattarella  si fida, o si fida ancora, di Conte dopo avergli dato l’incarico? Questo forse è  adesso il punto, al di là delle dispute e dei comunicati sulle prerogative costituzionali dei presidenti della Repubblica e del Consiglio e dei “diktat” che possono più o meno sembrare, all’uno o all’altro, o a entrambi, le proposte e le richieste dei partiti vincolatisi con un “contratto di governo del cambiamento”. Ripeto: cambiamento.

           

Da Scelba a Conte: cinque gli avvocati alla presidenza del Consiglio dei Ministri

Per quanto possa sembrare strano, considerando la diffusione della professione forense fra i politici passati come deputati e senatori nelle aule parlamentari durante le 18 legislature repubblicane, quello che sta per insediarsi a Palazzo Chigi è solo il quinto degli avvocati succedutisi alla guida dei governi del secondo dopoguerra. Ma è il primo ad essersi orgogliosamente dichiarato “avvocato difensore del popolo italiano”, immaginando un processo nel quale tanto polemicamente quanto rapidamente l’ex segretario del Pd Matteo Renzi dai banchi dell’opposizione si è proposto come “parte civile”, assumendo non so quale avvocato.

A tanto non erano arrivati a sentirsi e a proclamarsi, nell’ordine in cui sono saliti al vertice governativo, gli avvocati Mario Scelba, Adone Zoli, Fernando Tambroni Armaroli e Giovanni Leone, quest’ultimo anche professore universitario di diritto processuale penale. Conte invece è professore di diritto privato.

Neppure Leone era arrivato a tanto, sarei tentato di precisare scrivendone come avvocato e paragonandolo agli altri, perché il suo studio legale, fra quelli dei colleghi saliti al vertice dei governo,  è stato sicuramente il più frequentato e attrezzato in assoluto. E lui usava vantarsene, anche se alla fine proprio alla sua attività forense si aggrappò, fra l’altro, la denigratrice Camilla Cederna: denigratrice perché condannata per un libro scritto contro di lui quando era presidente della Repubblica.

Di quel libro –“La carriera di un presidente”- in cui si parlava  di  un commercio di grazie concesse da Leone a vantaggio di clienti di suoi ex colleghi avvocati o familiari, furono vendute oltre 600 mila copie, prima che fosse ordinato, dopo la condanna definitiva dell’autrice, il macero di quelle ancora in vendita. Che sembra fossero ancora tante.

Una ventina d’anni dopo, parlandone insieme nella sua  bella casa, alle Rughe, Leone   mi disse che di tutte “le nefandezze” scritte e dette su di lui lo avevano maggiormente ferito proprio quelle sulle grazie. D’altronde, fu proprio una grazia, neppure concessa peraltro, perché non ne ebbe il tempo di concederla davvero alla detenuta Paola Besuschio, che gli costò il Quirinale, come vedremo.

Il libro della Cederna ebbe un peso importante nelle dimissioni imposte a Leone dai vertici della sua Dc e del Pci con la condivisione del partito più garantista del panorama politico italiano: quello di Marco Pannella. Che purtroppo se ne lasciò condizionare pure lui, salvo scusarsi pubblicamente, oltre che con l’interessato,  e al pari degli altri, dopo molto, moltissimo, troppo tempo.

La figura del presidente Leone era stata sporcata tanto dalla campagna aperta o alimentata dalla Cederna da prestarsi in qualche modo al sacrificio invocato  per ragioni politiche da Enrico Berlinguer. Il quale dopo  un referendum che, a suo avviso, salvando per poco la legge sul finanziamento pubblico dei partiti, aveva rivelato una preoccupante insofferenza popolare verso le istituzioni, reclamò un segno tangibile di cambiamento.

Eppure dalle urne referendarie, il 12 giugno 1978, quella legge era uscita confermata col 56,4 per cento dei no all’abrogazione e il 43,5 per cento dei si, e con una partecipazione al voto di oltre l’80 per cento degli elettori: un risultato, quindi, abbastanza consolante per i partiti, anche se letto con gli occhiali di oggi, abituati come ci siamo a dati di affluenza abbastanza modesti ad ogni tipo di consultazione elettorale.

Tuttavia, al di là delle spiegazioni ufficiali, al di là dei sospetti allungati sulla famiglia Leone anche per lo scandalo delle tangenti sugli aerei  militari della Lookeed, venduti all’Italia con la mediazione di un professore universitario -Antonio Lefebvre d’Ovidio- suo amico e conterraneo, l’allora presidente della Repubblica pagò nella tragica primavera del 1978 la colpa, il coraggio, il buon senso, l’imprudenza, secondo le varie opinioni, di essersi messo di traverso alla linea delle fermezza adottata dal governo e dalla maggioranza dell’epoca- un governo monocolore democristiano presieduto da Giulio Andreotti e una maggioranza di cosiddetta solidarietà nazionale, comprensiva del Pci- di fronte al tragico sequestro di Aldo Moro. Che era avvenuto il 16 marzo di quell’anno tra il sangue della scorta del presidente della Dc, decimata in via Fani, a Roma.

Leone, di concerto col giurista e amico Giuliano Vassalli, e incoraggiato nel suo partito solo dall’allora presidente del Senato Amintore Fanfani, dopo avere esaminato la lista dei tredici detenuti –“prigionieri”, secondo i brigatisti rossi- con i quali i terroristi avevano chiesto di scambiare il presidente dello scudo crociato, scelse la Besuschio per un unico provvedimento di clemenza. Ma gli aguzzini, informati tempestivamente per chissà quali canali, piuttosto che spaccarsi valutando la congruità o meno di una sola grazia per rilasciare vivo Moro, ne accelerarono l’uccisione.

Leone rimase, quel drammatico 9 maggio di 40 anni fa, con la penna in mano. E dopo poco più di un mese, il 15 giugno,  fu costretto -guarda caso- a dimettersi, in un clima di discredito e di isolamento che gli avrebbe a lungo impedito di parlare proprio della tragedia di Moro, degli ostacoli incontrati sulla strada di una iniziativa a suo favore e di altro ancora. Qualsiasi cosa avesse voluto dire Leone per dissentire o recriminare, o reclamare la verità sugli aspetti oscuri e inquietanti del sequestro Moro e del suo epilogo, sarebbe stata sommersa dal ricordo delle dimissioni impostegli per motivi ritenuti generalmente, in quel periodo, più morali che politici.

Per tornare a Leone avvocato e presidente del Consiglio, le sue esperienze al vertice del governo furono due, nel 1963 e nel 1968: entrambe stagionali, diciamo così, per consentire prima l’avvio e poi la ripresa dell’alleanza fra democristiani e socialisti, rispettivamente con Moro e Mariano Rumor a Palazzo Chigi.

I suoi furono chiamati governi “balneari”. Ma Leone ne fu ugualmente fiero per le occasioni fornitegli di servire il Paese, come soleva dire. Nel 1963, peraltro, toccò proprio a lui l’onore e il piacere di accogliere in un clima di reciproca simpatia, e di festa popolare, il giovane presidente americano John Fitgerald Kennedy in Italia, e nella “sua” Napoli in particolare. Kennedy peraltro sarebbe stato assassinato a Dallas solo qualche mese dopo.

Triste invece fu quell’anno il compito di Leone di accorrere come presidente del Consiglio nelle terre venete devastate dalla sciagura del Vajont. In cui persero la vita, travolte dall’acqua di una diga esondata per una frana, millenovecentodieci persone. Sarebbe poi toccato curiosamente, e forse infelicemente, al suo studio legale difendere la società elettrica proprietaria della diga.

Prima di Leone, e ora di Giuseppe Conte, erano saliti al vertice del governo, in ordine rigorosamente cronologico,  come ho già ricordato, gli avvocati Mario Scelba, Adone Zoli e Fernando Tambroni, tutti democristiani come lui.

Scelba, siciliano di Caltagirone, come lo storico fondatore del Partito Popolare don Luigi Sturzo, era stato presidente del Consiglio dal febbraio 1954 all’estate del 1955, con una coalizione centrista invisa politicamente al collega di partito Giovanni Gronchi. Che, eletto presidente della Repubblica, e smanioso di favorire l’evoluzione dal centrismo al centro sinistra, trasformò in effettive le abituali dimissioni di cortesia del presidente del Consiglio in carica. Ma il cammino verso l’alleanza con i socialisti era destinato a rivelarsi più lungo e faticoso del previsto.

Fu proprio durante il settennato di Gronchi al Quirinale che la Dc dovette ricorrere, fra il 1957 e il 1958, ad un governo monocolore presieduto dall’avvocato romagnolo Adone Zoli e sostenuto anche dai missini. I cui voti il presidente del Consiglio definì nell’aula della Camera, voltando le spalle ai banchi della destra, “né richiesti né graditi”. Ma li prese lo stesso per portare a casa la fiducia. E si guadagno poi il plauso di quella parte politica per avere autorizzato il trasferimento della salma di Benito Mussolini dal luogo segreto in cui era sepolta alla tomba di famiglia a Predappio.

Nel 1960 sarebbe toccato ad un altro avvocato, il marchigiano Tambroni, formare un governo monocolore democristiano che, concepito per guadagnarsi l’astensione dei socialisti di Pietro Nenni, si ritrovò i voti determinanti del Movimento Sociale. Del cui congresso convocato a Genova, città medaglia d’oro della Resistenza, il governo si rese garante con un eccezionale dispiegamento della forza pubblica. Seguirono nella stessa Genova e altrove tumulti di piazza, con morti e feriti, che non fecero durare quel governo più di quattro mesi.

Ma Tambroni, un po’ da precursore dell’”avvocato del popolo”, come si è  dichiarato forse con un po’ di imprudenza Giuseppe Conte nella loggia delle Vetrate, al Quirinale, dopo avere ricevuto l’incarico di presidente del Consiglio dal capo dello Stato, incerto sino all’ultimo se affidarglielo davvero, si era nel frattempo guadagnato con la riduzione del prezzo della benzina, mai vista in precedenza né poi imitata da alcuno, una certa popolarità. Che la sinistra, esterna ma anche interna al suo partito, considerò troppo pericolosa nel contesto degli equilibri politici e parlamentari che si erano realizzati attorno a lui, sia pure in modo imprevisto perché -ripeto- Tambroni era salito al vertice del governo nella previsione di un’astensione dei socialisti, venuta meno all’ultimo momento. Da sinistra la sua esperienza aveva quindi virato improvvisamente a destra.

Anche per l’avvocato e presidente del Consiglio Giuseppe Conte, proveniente -a suo dire- da sinistra prima dell’incrocio col movimento delle 5 stelle, il contesto politico, chiamiamolo così, non so francamente se più populista o pasticciato, potrebbe rivelarsi galeotto. Se già non lo è.

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

Il ritorno dell’Unità grazie a editori privati, senza partiti alle spalle

               Se non, o non ancora nelle edicole, è ricomparsa nelle rassegne della stampa l’Unità, la storica testata della sinistra fondata nel 1924 da Antonio Gramsci, organo ufficiale del Partito Comunista e in qualche modo legato anche ai partiti derivati dalla sua storia, sino al Pd. Che sotto la guida di Matteo Renzi riuscì a riportare il giornale nelle edicole, dopo una delle sue varie disavventure, ma senza riuscire a lasciarvelo a lungo, neppure sotto la direzione di un militante appassionato e fantasioso come il vignettista Sergio Staino.

            Schermata 2018-05-25 alle 10.13.34.jpgScampato di recente ad un’asta giudiziaria che avrebbe potuto portarla in chissà quali mani, il giornale è riuscito come numero 1 del 95.mo anno e si è collocato ben chiaramente all’opposizione, con una disamina molto critica e preoccupata del “contratto” che grillini e leghisti hanno stipulato per far nascere il primo governo di questa diciottesima legislatura repubblicana. E’ un contratto, secondo l’editoriale, che tradisce una vocazione populista e minaccia il Parlamento concepito con la Costituzione in vigore dal 1948.

            I promotori di questa nuova edizione della storica testata della sinistra hanno annunciato che “nella compagine editoriale non ci sarà più un partito politico” e che “si ripartirà”, non ancora però tutti i giorni, “con la sola forza di imprenditori privati”. “E questo darà al giornale -è stato precisato- maggiore libertà di criticare tutti, anche il Partito Democratico”.

            Chi l’avrebbe detto che sarebbe stata l’imprenditoria privata a potere assicurare la vita ad un giornale come l’Unità, con la sua lunga storia politica ancora portata orgogliosamente sulle spalle? Anche per questo il ritorno come “nuovo” del vecchio giornale di Gramsci merita tutti gli auguri possibili e immaginabili.

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