Ma perché a Mattarella non piace più una tregua affidata a Gentiloni ? Misteri del Colle

            Chi ha visto il presidente del Consiglio dimissionario ma pur sempre disponibile Paolo Gentiloni nel salotto televisivo di Fabio Fazio, al posto rumorosamente lasciato la domenica prima da Matteo Renzi abbassando la saracinesca ad un’intesa di governo col Pd, si sarà chiesto perché mai il capo dello Stato sia tentato da un governo di tregua, a tempo e quant’altro diverso da quello di cui già dispone così comodamente. E che è quello appunto uscente, al quale i grillini, ormai rassegnati alla rinuncia a Palazzo Chigi dopo due mesi e più di tentativi falliti di conquistarlo, avevano appena annunciato con una intervista televisiva di Luigi Di Maio di essere disposti a concedere una proroga per gli adempimenti economici più urgenti, in attesa di votare in autunno.

            Perché, appunto, il capo dello Stato sembra essersi incaponito, come ha lasciato capire l’insospettabile quirinalista del Corriere della Sera Marzio Breda, per allestire un altro governo di tregua, di qualche mese forse più lunga, riempiendo i suoi cassetti di curricula per “una serie di nomi adatti, uomini e donne, ai Ministeri chiave”, come ha scritto lo stesso Breda? Perché mai “la scettica attesa” sul Colle, sempre per restare alle parole del quirinalista del Corriere, si è estesa anche a carico del governo Gentiloni, abituato a maneggiare i dossier che altri dovrebbero cominciare a studiare pensando alle scadenze più vicine e urgenti, a livello interno e internazionale? E non solo a carico di quel governo concordato fra grillini e leghisti che l’ormai ex aspirante pentastellato a Palazzo Chigi ha offerto al Carroccio purché si decida a rompere con Silvio Berlusconi. Che naturalmente non ha nessuna voglia di farsi scaricare dall’alleato leghista, per quante vaschette di gelato sembra abbia preso l’abitudine di portargli negli appuntamenti ad Arcore o a Palazzo Grazioli il segretario della Lega, conoscendone la golosità.

            A questo punto, salvo collassi finali del Cavaliere o una riedizione fuori stagione delle idi di marzo, con Salvini deciso come Bruto a pugnalare il suo Cesare, l’ostinazione di Mattarella, o degli “intimi”, come altre volta sono stati definiti i suoi consiglieri sulle colle più alto di Roma, per un governo del Presidente tutto suo, dall’a alla zeta, da prendere o lasciare da parte delle Camere, anche a costo di votare con gli italiani ancora in ferie, avrebbe bisogno di una spiegazione trasparente. Ma soprattutto convincente:  più del silenzio opposto, almeno sinora, alle ricorrenti e inquietanti voci che hanno attribuito al capo dello Stato una preferenza per l’intesa di governo fra grillini e Pd intravista come esploratore a suo tempo, ormai, dal presidente della Camera Roberto Fico.

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