Carica dell’elefantino di Giuliano Ferrara contro il Quirinale di Mattarella

              Consapevole dello spettacolo a dir poco anomalo di una trattativa di governo svoltasi fra due non incaricati da lui di condurle, eppure ricorsi più volte per telefono ai suoi uffici per ottenere dilazioni a un compito assunto da soli, il presidente della Repubblica è ricorso a un po’ di ironia. Di cui si è fatto portavoce il quirinalista del Corriere della Sera Marzio Breda chiedendo ai lettori di comprendere il povero Sergio Mattarella alle prese, sia pure a distanza, con uno come Luigi Di Maio. Che raccontava a Milano ai giornalisti di “scrivere la storia” negoziando con Matteo Salvini un contratto per un “governo di cambiamento”. Al cui annuncio risvegliare magari il corazziere assopitosi al Quirinale davanti allo studio di un capo dello Stato assente o inoperoso.

           Ferrara.jpg Né l’ironia né il proposito, per niente ironico, annunciato dal presidente della Repubblica, col pretesto di commemorare Luigi Einaudi, di esercitare al meglio le prerogative costituzionali al ritorno del pallino della crisi nelle sue mani, a cominciare dalla nomina del presidente del Consiglio e dei ministri, hanno tuttavia trattenuto Giuliano Ferrara dalla decisione di saltare sul suo elefantino rosso e di caricare sventolando il  Foglio contro “il silenzio del Quirinale” di fronte alla “Costituzione violata”.

            C’è probabilmente un tantino di esagerazione nell’attacco del fondatore del Foglio, insofferente già da giorni davanti alle cronache della crisi di governo, ma non c’è dubbio che Salvini e Di Maio, o viceversa, si siano mossi con grande disinvoltura mancando quanto meno di galateo costituzionale verso il capo dello Stato. Che non aveva ritenuto di dare né all’uno né all’altro l’incarico di trattare il programma di governo, e tanto meno di negoziare un contratto.

            Lo stesso quirinalista del Corriere della Sera, non Breda.jpgcerto sospettabile di spirito critico verso il capo dello Stato, ha riconosciuto che nei 70 anni e più della Repubblica italiana i programmi o contratti di governo sono stati generalmente negoziati con i partiti della maggioranza dalla persona a questo scopo incaricata dal capo dello Stato di turno. Che, nel nostro caso, alla fine delle consultazioni aveva invece annunciato personalmente di apprestarsi, visto lo “stallo” perdurante della crisi, alla nomina di un governo di tregua, attrezzato anche per l’evenienza di elezioni anticipate. Alle quali il presidente del Consiglio e i ministri si sarebbero impegnati con lo stesso capo dello Stato a non candidarsi.

            E’ certamente vero che Mattarella nell’apprestarsi alla nomina di quel tipo di governo, una volta tanto “neutrale”, aveva lasciato aperta ai partiti una finestra o possibilità, come preferite, di accordo per allestire una maggioranza sino ad allora mancata. Ma è altrettanto vero che il presidente della Repubblica ne aveva parlato in termini talmente prospettici da assicurare che nel caso di un accordo del genere il governo da lui allestito per motivi di urgenza, dettati da scadenze di politica estera e interna, si sarebbe dimesso.

            Salvini e Di Maio avrebbero quanto meno dovuto dare il tempo al capo dello Stato di riaprire le consultazioni e, rinunciando spontaneamente alla nomina del governo d’urgenza, di conferire all’uno o  all’altro, o ad altri ancora, il compito di negoziare una maggioranza ordinaria, per il proseguimento della legislatura uscita dalle urne del 4 marzo scorso.

            Questo passaggio è oggettivamente mancato. Se è stata più violazione della Costituzione o del galateo istituzionale e politico, francamente non so.

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