Dalla “trippa alla Bettino” al “bollito alla fiorentina”, come cambia il menù a sinistra

            Un governo contrattato -adesso si dice così- fra Di Maio e il Pd si è soltanto intravisto nei titoli avveniristici dei giornali e nelle previsioni ottimistiche del meteorologo di turno, magari in tenuta di esploratore. Eppure le cronache sono già affollate di orfani. Che ne piangono la morte, o la mancata contrattazione, e gridano al grande complotto di cui sarebbero rimasti vittime. Il complotto del solito o dei soliti, secondo gusti e casi.

            Il solito naturalmente è “il signor No” Matteo Renzi, come lo ha definito il suo collega di partito Dario Franceschini, che sembra nato in un’auto blu, tanto bene e a lungo vi è cresciuto dentro, non riuscendo quindi a vedersi fuori senza il terrore dell’incognito. I soliti, al plurale, sono Silvio Berlusconi e il suo alleato, stavolta davvero, Matteo Salvini: convinti di avere ancora una carta di centrodestra da giocare, con tutti quei voti presi già il 4 marzo scorso, e aumentati ogni volta che si è tornati nel frattempo alle urne. Convinti, dicevo, e increduli delle esitazioni del presidente della Repubblica a farli scendere con un incarico nella pianura della crisi.

              Ma Sergio Mattarella è forse trattenuto dal fatto che Berlusconi e Salvini non sanno esattamente come e dove cercare, ma soprattutto ottenere in Parlamento i consensi necessari anche al centrodestra per trasformare in maggioranza di governo la semplice maggioranza relativa di voti conseguita due mesi fa nel rinnovo delle Camere.

            Berlusconi, addirittura, si compiace di chiamare “di minoranza” il governo di centrodestra che ha in testa, dimenticando la propria partecipazione agli attacchi e alle derisioni di Pier Luigi Bersani. Che cinque anni fa, agli esordi della diciassettesima legislatura, quando era ancora il segretario del Pd, rivendicava il diritto e l’orgoglio di portare in Parlamento un governo “di minoranza e di combattimento”, convinto di potersi prima o poi guadagnare l’interesse dei grillini. A fermarlo, si sa, provvide in modo abbastanza energico l’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, ai cui ragionamenti probabilmente si starà richiamando in questi giorni e ore Sergio Mattarella riflettendo sui numeri e su altri problemi di un governo di minoranza di centrodestra. O sull’ipotesi, non del tutto abbandonata in casa leghista, di un  nuovo tentativo di coniugare il centrodestra e i grillini in chissà quale altra forma rispetto ai tentativi falliti nelle scorse settimane con la certificazione dell’esploratrice Maria Elisabetta Alberti Casellati, presidente del Senato.

            Fra gli orfani del mancato o abortito o chissà altro governo grillo-piddino, diciamo così, ce n’è uno sempre munito di parole e immagini forti. E’ il direttore del Fatto Quotidiano Marco Travaglio. Che, in verità, non è mai stato un grande estimatore del Pd, scambiandolo anzi spesso per una sentina, magari convinto che possa finalmente rigenerarsi o morire almeno in pace con l’assistenza dei grillini. E pazienza se dalle urne friulane ad uscire letteralmente a pezzi siano appena stati proprio i grillini mentre a Roma cercavano di accordarsi col Pd.  Che volete che siano o valgano i friuliani, con le loro grappe, dalle parti di quei forti pensatori che popolano e alimentano d’idee il giornale di Travaglio, a cominciare dal presidente mai abbastanza emerito della Corte Costituzionale Gustavo Zagrebelsky? Di una cui intervista Il Fatto si è appena avvalso per rilanciare il progetto del governo grillo-piddino, e Travaglio in persona  per dare del “bollito alla fiorentina” a Matteo Renzi, mobilitatosi a contrastare un così nobile obiettivo.

            A 25 anni esatti dalla serata delle monetine lanciate contro Bettino Craxi per segnarne la lapidazione fisica e politica insieme, a dispetto di una Camera che aveva appena cercato di difenderlo dalla sorte di capro espiatorio di Tangentopoli, quel “bollito alla fiorentina” servito ai lettori del Fatto Quotidiano del 30 aprile 2018 non è proprio originale. E’ stata ed è una scopiazzatura della “trippa alla Bettino” servita nelle mense delle feste dell’Unità ai tempi del Pci di Enrico Berlinguer, dove e quando non si perdonava al leader socialista, subentrato nel 1976  a Francesco De Martino, di volere affrancare la Dc dall’obbligo, assegnatogli dal tipo di cultura di sinistra dominante allora, di governare d’intesa con i comunisti, essendo tutto il resto corruzione e doppio Stato.

            Al posto della Dc degli anni Settanta gli eredi di quella cultura hanno messo ora il Pd dei vari Martina e Franceschini, e al posto dei comunisti di Enrico Berlinguer i grillini di Luigi Di Maio. Mamma mia, che confusione. 

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