Le redini di Mattarella al morso del premier incaricato Giuseppe Conte

           A parte la sceneggiatura un po’ demagogica, di stile prettamente grillino, dell’arrivo al Quirinale e degli spostamenti successivi in taxi, senza scorta prima dell’incarico e con tanto di scorta dopo, come se l’amministrazione pubblica, tra lo stesso Quirinale, Palazzo Chigi, il Viminale e quant’altro, non avesse uno straccio di auto di servizio da mettergli a disposizione, il professore e avvocato, ora anche “difensore del popolo”, Giuseppe Conte se l’è cavata abbastanza bene nel suo esordio politico.

           Già, politico. E’ infatti evidente che da quando ha accettato dal presidente della Repubblica, sia pure con la consueta riserva, l’incarico di formare il nuovo governo, che dovrà guadagnarsi la fiducia di due assemblee che più politiche non potrebbero essere come quelle del Senato e della Camera, Giuseppe Conte ha smesso di essere un “tecnico”, o un semplice professionista.

            Se l’è cavata bene, il presidente incaricato, allineandosi alle indicazioni, raccomandazioni, consigli e quant’altro del capo dello Stato. Nel cui ufficio egli è entrato con una paginetta di appunti, sulle dichiarazioni da fare poi davanti alle telecamere, e ne è uscito con due per le integrazioni chiestegli appunto dal capo dello Stato. Come il riferimento preciso agli impegni internazionali dell’Italia, a cominciare da quelli europei, per quanto scetticismo possano avere in questa materia i due partiti che comporranno il governo: quelli di Grillo ma soprattutto del leghista Matteo Salvini, visto che il pentastellato Luigi Di Maio ha cambiato registro sul tema comunitario, come su altri, già alla vigilia e ancor più dopo le elezioni politiche del 4 marzo scorso.

            Il passaggio più importante, per quanto ignorato o sottovalutato dai giornaloni, delle dichiarazioni di Conte strappato dal presidente della Repubblica nel loro primo e  lungo incontro è quello in cui il presidente incaricato si è impegnato non solo a “dialogare con le istituzioni europee e con i rappresentanti degli altri Paesi”, che avrà modo di incontrare presto nei vertici già in programma, ma anche, o soprattutto, a cercare “le alleanze opportune” per far valere in sede internazionale gli interessi italiani.

             Già in quelle “alleanze opportune”, che escludono un auto-isolamento italiano nell’Unione, c’è una specie di guinzaglio, diciamo pure un limite, voluto da Mattarella e accettato da Conte, alla teoria e insieme anche alla pratica del “sovranismo” rivendicato dai negoziatori del “contratto” di governo, cui il presidente incaricato ha peraltro tenuto a precisare di avere contribuito. Un sovranismo che ha allarmato alcune Cancellerie, e anche i mercati finanziari, dove il differenziale tra i titoli di Stato italiani e tedeschi è tornato a salire  tra l’indifferenza, anzi le sfide di Salvini, ricorso a un “me ne frego” di memoria tristemente fascista.

             La logica delle “alleanze opportune”  risponde anche al monito levatosi dall’ultraeuropeista Emma Bonino in apertura degli incontri del presidente incaricato con le delegazioni di tutti i partiti rappresentati in Parlamento, e non solo di quelli della costituenda maggioranza, come qualche sprovveduto aveva previsto anche in dirette televisive dimenticando prassi consolidate, derivanti dalla convinzione che un governo non può ermeticamente chiudersi alle opposizioni. “Gli interessi dell’Italia -ha ricordato la Bonino- si difendono in Europa e non contro l’Europa”, come avverrebbe isolandosi o uscendone.

            Ora naturalmente, dietro lo scenario degli incontri o consultazioni del presidente incaricato, tutti gli occhi e le orecchie sono rivolti alla cosiddetta squadra di governo che Conte proporrà in pochi giorni a Mattarella, titolare del diritto costituzionale di nomina anche dei ministri. E ciò a cominciare da quello dell’Economia, di cui si parla o vocifera di più. A proposito del quale c’è da segnalare il tentativo del capo dello Stato, già “arrabbiato” -ha scritto sul Corriere della Sera il quirinalista Marzio Breda- per gli attacchi rivoltigli nella gestione della crisi dall’ex deputato grillino Alessandro Di Battista e dal padre, di allontanare da sé il sospetto espresso da molte parti ch’egli sia contrario a nominare il pur apprezzato e autorevole economista Paolo Savona. Che fu ministro dell’Industria nel governo di Carlo Azeglio Ciampi nel 1993 ed è arcinoto per la sua convinzione che la Germania comandi troppo nell’Unione Europea. Opinione, quest’ultima, in verità più volte espressa, anche se in termini più diplomatici, dall’insospettabile Romano Prodi, già presidente della Commissione europea di Bruxelles.

            Assediato questa volta dai leghisti, che sostengono il professore Savona, pur avendo per un po’ lasciato circolare, a dire il vero, voci sull’approdo al Ministero dell’Economia di Giancarlo Giorgetti,  loro attuale capogruppo alla Camera, Mattarella ha fatto sapere al quirinalista del Corriere, che ne ha scritto, di avere sentito qualche riserva in materia dal presidente incaricato. Il quale avrà evidentemente modo di chiarirsi direttamente con Salvini prima di riparlarne al capo dello Stato. Che difficilmente potrebbe mettere veti su una personalità come Savona se il presidente del Consiglio, nel frattempo già convinto da Mattarella a impostare prudentemente i rapporti con l’Unione Europea, rinunciasse alle riserve che, a torto o a ragione, gli sono state ora attribuite sul ministro dell’Economia proposto dalla Lega.

 

 

 

 

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