Che ne direste di Roberto Maroni per il governo di tregua in arrivo ?

            Il governo di tregua, di attesa, di decantazione o comunque si finirà per chiamare quello che è maturato nelle riflessioni del presidente della Repubblica, dopo più di due mesi dalle elezioni che avevano terremotato il 4 marzo il panorama politico e montato troppo la testa soprattutto ai grillini, convinti di avere ormai conquistato Palazzo Chigi come la Bastiglia per il loro Luigi Di Maio, è ormai appeso solo agli ultimi umori di Matteo Salvini.

            Il segretario leghista, nuovo leader del centrodestra rassegnatamente riconosciuto, tra un’insofferenza e l’altra, da un Silvio Berlusconi in edizione concava, specie dopo l’exploit friulano del Carroccio a fine aprile, finge di cercare ancora un’intesa col movimento delle 5 stelle, questa volta anche per un governo di decantazione. Ma, appunto, finge, non di più, forse per togliersi il gusto di vedere friggere Di Maio nel poco, pochissimo olio rimastogli nel tegame.

            In realtà, Salvini cerca di trattare sino all’ultimo momento, cioè sino al giro delle consultazioni al Quirinale fissato per lunedì, la fisionomia precisa del governo d’attesa al quale sa che non potrà rifiutare l’appoggio senza rompere questa volta davvero con Berlusconi. Che, per quanto indebolito, gli è pur sempre utile per portare avanti e consolidare del tutto la trazione leghista del centrodestra, e i sommovimenti che potrebbero derivarne altrove.

            L’idea di un governo d’attesa, o simile, affidato ad una personalità estranea alla politica, esperta più di economia che di partiti, di caratura sostanzialmente tecnica, è troppo lontana dall’immagine che Salvini ha voluto dare al “suo” centrodestra. Egli preferirebbe una soluzione più politica, appunto: non un economista, non un professore, anche se non un parlamentare, un “non eletto”, ha detto testualmente ai suoi amici di partito, e poi anche fuori dal partito.

            E chi potrebbe essere questo “non eletto” da consigliare, sussurrare, proporre all’ormai impaziente presidente della Repubblica, che era disposto a tirarla per le lunghe con la crisi ma non così tanto da fare uscire il Paese, che pur lui è chiamato a rappresentare dalla Costituzione, fuori da ogni scenario? Vi dice nulla il nome o la figura ormai inconfondibile di Roberto Maroni, Bobo per gli amici ?

             Da qualche settimana egli è una specie di disoccupato di lusso della politica, avendo voluto rinunciare spontaneamente a ricandidarsi alla guida della regione Lombardia e meno spontaneamente, in verità, a candidarsi per un ritorno in Parlamento, come ai tempi in cui gli riuscì di fare con Berlusconi il ministro dell’Interno e poi del Lavoro, e di nuovo dell’Interno, lasciandovi un buon ricordo di ordine ed efficienza. Lui, poi, che con l’ordine aveva avuto in gioventù qualche problema, trascorrendo le notti in auto col suo amico Umberto Bossi per andare ad imbrattare i ponti stradali e autostradali di vernice nera con cui scrivere slogan nordisti o antimeridionalisti, tipo “Forza Etna”.

             Fu proprio per un secchio di vernice rovesciato da Bossi nell’auto di Maroni, sfuggendo entrambi all’inseguimento di alcune guardie, che si rafforzò fra i due un sodalizio resistito poi a tutto: anche al tentativo opposto alla fine del 1994 da Maroni alla clamorosa decisione presa da Bossi con l’allora capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro di rovesciare il primo governo del Cavaliere. Dove già Maroni aveva compiuto l’imprudenza, agli occhi di Bossi, di condividere un decreto legge contro le manette facili degli anni di “Mani pulite”: un decreto già firmato dal capo dello Stato ma letteralmente abbattuto dalla rivolta pubblica del capo della Procura di Milano e dei suoi sostituti.

             Maroni non può proprio considerarsi un convinto sostenitore della linea politica impressa alla Lega e al centrodestra da Salvini, che lo ha sempre sospettato di avere un rapporto troppo privilegiato e personale con Berlusconi. Ma l’ex ministro è per sempre rimasto un leghista, amatissimo dal suo “popolo”, stimato anche fuori dal suo partito, e non solo nell’area del centrodestra. Salvini, cresciuto nel frattempo di suo il 4 marzo e dopo, non ha proprio motivi per temere una “riserva” leghista del genere. Che sembra fatta anzi su misura per guidare un governo di decantazione sostenuto dalla Lega. Resta solo da convincere naturalmente il presidente della Repubblica…

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