Il Pd è passato dalla resa dei conti alla resa del reggente Martina

            Doveva essere la resa dei conti, secondo le previsioni o le speranze degli avversari di Matteo Renzi, e dei sostenitori di un’intesa di governo con le 5 stelle. Ma la riunione della direzione del Pd si è risolta nella resa del segretario reggente, Maurizio Martina, e di quanti lo avevano spinto verso la trattativa con i grillini. Che pertanto non si aprirà neppure, per cui il presidente della Repubblica ha convocato per lunedì prossimo al Quirinale tutti i partiti per un terzo e ultimo giro di consultazioni dall’esito ormai scontato.

            Sergio Mattarella ha  maturato la convinzione di promuovere la formazione di un governo di attesa o di tregua per gli adempimenti più urgenti, specie di natura economica, diverso da quello ereditato dalla scorsa legislatura e presieduto da Paolo Gentiloni. Toccherà ai partiti decidere quanto farlo durare: se fino all’autunno, per le elezioni anticipate reclamate a gran voce dai cosiddetti vincitori del 4 marzo, cioè grillini e leghisti, o fino alla primavera dell’anno prossimo, quando vi sarà forse il tempo per cambiare anche la legge elettorale. O ancora più avanti, se verrà anche ad altri, e non solo a Renzi, la voglia o la tentazione di rimettere mano alla Costituzione, trovandoci da tempo in una crisi di sistema da cui non si potrà uscire solo cambiando la legge elettorale ogni volta che si  vota.

            Chi vorrà le elezioni già in autunno dovrà assumersi la responsabilità anche di destinare il Paese al cosiddetto esercizio provvisorio, diventando assai problematica l’approvazione di una nuova legge di bilancio entro la fine dell’anno, e di fare scattare un aumento dell’Iva inserito da tempo nei conti italiani come una specie di bomba ad orologeria.

            I più delusi, irritati e minacciosi per la piega presa dalla crisi di governo dopo due mesi e più dalle elezioni sono i grillini e i loro fiancheggiatori politici e mediatici, che avevano visto nel Pd, uscito assai malconcio dalle urne, la vittima ideale fingendo invece di volerlo salvare: loro, poi, che si erano spesi contro l’allora partito di maggioranza per tutta la scorsa legislatura.  Avrebbe dovuto essere il Pd, in particolare, a consentire la partenza di un governo a 5 stelle, saltandovi anche dentro con qualche ministro inevitabilmente di copertura, vista la sproporzione di forza parlamentare fra i due firmatari dell’eventuale “contratto”.

             Il Fattojpg.jpgIl titolo di giornale più emblematico della delusione e dell’irritazione del mondo politico a 5 stelle è quello del Fatto Quotidiano. Che se la prende con la “resa ai piedi Renzi” di “Martina & C”. E riferisce di un “Mattarella furioso”, non però per i due mesi trascorsi inutilmente dalle elezioni ma per la mancata intesa fra 5 stelle e Pd, come se lui avesse perorato una simile soluzione della crisi. E non si fosse invece limitato ad aspettare un negoziato intravisto in veste da esploratore dal presidente della Camera Roberto Fico. Col quale Martina si era spinto di suo, sopravvalutandosi, o sottovalutando la forza della resistenza di Renzi, non per rispondere a richieste o attese del capo dello Stato.

            Su questo aspetto della tortuosa vicenda della lunga crisi di governo si continua forse a pasticciare un po’ troppo, anche a costo di compromettere l’immagine  del presidente della Repubblica. Che naturalmente deciderà, a questo punto, solo lui se e come intervenire per chiarire il suo ruolo, e magari non lasciarlo ancora deformare da qualche retroscenista più o meno interessato.

 

 

 

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