Le prevedibili scuse di Rubio al Papa dopo il nuovo attacco di Trump

         Sory, scusa, dovrà probabilmente dire il Segretario di Stato americano, cioè il ministro degli Esteri Marco Antonio Rubio, nell’udienza concessagli dal Papa connazionale Leone XIV, dopo che il presidente statunitense Donald Trump, col cervello ormai schizzatogli fuori dalla testa come nella vignetta impietosa di Stefano Rolli sul Secolo XIX, è tornato ad attaccarlo. Lo ha accusato, in particolare, di mettere a rischio la vita dei cattolici nel mondo con la sua indulgenza pacifista, diciamo così, verso chi li perseguita.

       Non è la prima volta che un Papa si sente rimproverare e ricevere lezioni da oltre Atlantico, direttamente o indirettamente, su come difendere i cattolici in pericolo nel mondo. Toccò anche a Pio XII, il romano, anzi romanissimo Eugenio Pacelli, in una udienza concessa negli anni Cinquanta del secolo scorso all’ambasciatrice americana in Italia Clare Boothe Luce, nominata dal presidente Eisenhower e attivissima anche col nostro governo nel chiedere, raccomandare, sollecitare e quant’altro una politica sempre più anticomunista, viste anche le condizioni alle quali erano stati ridotti i cattolici nell’allora Unione Sovietica.

       Il Papa la lasciò parlare per un po’ senza segni di insofferenza, non so se per ragioni più di genere o di diplomazia in senso stretto, date le dimensioni e il ruolo degli Stati Uniti, allora indiscutibilmente alla guida dell’Occidente. Ma alla fine sbottò dicendole che come Pontefice di Santa Romana Chiesa lui riteneva di saper fare bene il proprio mestiere. L’ambasciatrice uscì da quell’udienza un po’ scioccata, come Trump di recente dalla difesa di Papa Leone XIV fatta dalla premier italiana Giorgia Meloni dopo suoi primi attacchi e bocciature da parte della Casa Banca. Scioccata a tal punto da lamentarsene poi privatamente con Indro Montanelli, già famosissimo in quei tempi, invitandolo a diffidare di quel Papa così diffusamente scambiato per un anticomunista.

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