Il senatore a vita Mario Monti suona la fisarmonica sul Corriere della Sera

       Mario Monti, 83 anni compiuti a marzo, sì , proprio lui, il senatore a  vita che da “giovane anzianotto”, come avrebbe detto ai suoi tempi Amintore Fanfani, faceva sognare le mamme tedesche che avevano figlie da maritare, è tornato con la  fisarmonica sulla prima pagina del “suo” Corriere della Sera a suonare a favore, o quasi, della premier Giorgia Meloni. Che egli aveva invece scaricato nella campagna referendaria sulla riforma costituzionale della magistratura annunciando il no a causa del “contesto” anche internazionale nel quale, a prescindere dal merito di quella riforma, una vittoria del sì le avrebbe fatto perdere la testa.

       Ora che ha perduto il “suo” referendum e la testa non è  rotolata,  la premier meriterebbe la mano che ha recentemente chiesto, proposto e quanto altro alle  opposizioni per praticare una politica bipartisan -si dice così- nel percorso europeo di maggiore unità e forza di fronte ai colpi che il presidente americano Donald Trump assesta all’Unione. E che anche Mario Draghi, pur non essendo senatore a vita come Monti, considera ormai irreversibili reclamando un’Europa più reattiva.

       “Le opposizioni- ha scritto e ammonito Monti- potrebbero essere tentate, e sarebbe comprensibile dopo tre anni e mezzo di linea “muro contro muro” praticata  dal  governo, di lasciare che la  maggioranza marcisca come un frutto sull’albero della superbia e cada da sé. Ma oltre a non giovare all’interesse generale dell’Italia e dell’Europa, questo  compiaciuto distacco non credo gioverebbe alle stesse opposizioni. Il Paese-ha avvertito Monti, probabilmente convinto della impraticabilità di un suo nuovo governo tecnico di emergenza- anche nella parte cospicua che non apprezza questa maggioranza o che non va a votare, ha probabilmente bisogno di assistere a comportamenti adulti e responsabili da parte delle forze politiche”. Cioè dei partiti, o di ciò che ne rimane dopo la loro involuzione personalistica subentrata alla sciagurata soppressione del voto di preferenza che tutti, o quasi, chiedono di ripristinare ma nessuno, o quasi, vuole davvero.

Schlein, la pulzella del Nazareno, nella trappola della questione cattolica

       La segretariadel Pd Elly Schlein, 41 anni appena compiuti anche con gli auguri che le ho rivolto da queste pagine, chiamata nei corridoi parlamentari “la pulzella del Nazareno”, come Giovanna d’Arco ai suoi tempi “la pulzella d’Orleans, è riuscita a provocare, creare e quant’altro nel suo partito quella che potremmo definire “la questione cattolica”. Che si proietta anche oltre il Pd, formato notoriamente da una fusione molto fredda e malriuscita fra i resti comunisti e democristiani di sinistra. E invade il terreno delicatissimo di confine fra il centrodestra e il centrosinistra, e il bipolarismo che ne è derivato.

       Pur avvoltasi nella memoria di Aldo Moro celebrando con personalità del mondo cattolico i 48 anni trascorsi dalla morte, e che morte, del presidente della Dc  Schlein sta perdendo da un po’ di tempo pezzi importanti proprio di quella cultura. E non solo cultura.

 Non credo, personalmente e senza volere offendere l’interessato, che potrà bastare l’ex ministro della Cultura Dario Franceschini, immancabile nella scomposizione e ricomposizione delle maggioranze al Nazareno, a garantire quel poco ormai che rimane di cattolico nell’amalgama del Pd di memoria dalemiana.

       Anche un pezzo cattolico da Novanta come l’ex premier e mancato presidente della Repubblica Romano Prodi emette segnali frequenti di insofferenza per una che pure è cresciuta nel Pd, uscendone e poi rientrandovi giusto per fare la segretaria, facendo la prodiana. A lei il professore emiliano ricorda sempre più inutilmente che la vittoria referendaria contro la riforma costituzionale della magistratura non basta a prenotare quella delle elezioni politiche dell’anno prossimo, come crede, fra gli altri, il suo maggiore concorrente a Palazzo Chigi che è Giuseppe Conte, scopertosi recentemente anche lui moroteo, e non solo suo corregionale.

       Il vero, ultimo, visibile filo del Pd della Schlein col mondo cattolico da cui pretendeva di derivare con quel che era rimasto del Pci, è il medico Graziano Delrio. La cui famiglia composta di nove figli da sola basta e avanza per capire l’uomo, più delle sue esperienze di sindaco, sottosegretario, ministro, capogruppo parlamentare del Pd. Un uomo che è il più invitato e anche il più attivo nella promozione di convegni di cattolici impegnati ancora in politica e sofferenti nel Pd, o surrogati.

       Se la Schlein riuscirà a perdere anche lui in quel che rimane di questa legislatura, preferendo testardamente, come dice lei stessa, inseguire Conte nel cosiddetto campo largo della presunta o presumibile alternativa al centrodestra di una Meloni che non ha esitato a scegliere il Papa americano piuttosto che il presidente connazionale che lo attaccava; se la Schlein, dicevo, riuscirà a spazientire del tutto e a perdere anche Delrio, potrà anche risparmiarsi l’ultima fatica. Che sarà a quel punto la sconfitta elettorale l’anno prossimo. Neppure una udienza generosamente propiziatoria in Vaticano, oltre Tevere, potrà esserle di aiuto, ammessa e non concessa naturalmente la disponibilità del Papa a concedergliela,  e del Segretario di Stato cardinale Parolin a proporgliela.

       La questione cattolica, come l’ho chiamata, è la trappola peggiore nella quale si è infilata la Schlein con tutti i suoi passaporti. E i colori dei suoi abiti selezionati da una specialista.

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