Il meno che si possa pensare, dire,lamentare del Ministero della Cultura dopo gli incidenti occorsi prima a Gennaro Sangiuliano e poi ad Alessandro Giuli, entrambi di destra orgogliosamente dichiarata e indossata, è il nome assegnatogli cinque anni fa, con tanto di decreto legge, dal presidente del Consiglio Mario Draghi cambiando quello assegnatogli 47 anni prima, nel 1974, dal premier Aldo Moro istituendolo.
Creato apposta per Giovanni Spadolini su pressione del vice presidente del Consiglio e amico di partito Ugo La Malfa, e col pieno, entusiastico consenso del presidente della Repubblica Giovanni Leone, tutti grandi estimatori dell’ex direttore del Corriere della Sera, storico e quant’altro, a quel dicastero fu assegnata la tutela, testualmente, dei “beni culturali e ambientali” sottoposti sino ad allora alle competenze di più Ministeri o enti. Moro era arrivato a quella decisione, e a quel titolo, su richiesta dello stesso Spadolini, che mi risulta avesse reagito con fastidio all’ipotesi, prospettata da altri, di intestargli già allora la Cultura, con la maiuscola. E’ roba da regimi, era sbottato Spadolini.
A cedere alla Cultura, sempre con la maiuscola, fu nel 2021 il presidente del Consiglio fresco di nomina Mario Draghi per compensare, nei miei ricordi, il torto che il titolare tutore degli allora e ancòra beni culturali Dario Franceschini riteneva di avere subito non ottenendo formalmente la funzione, assegnatagli implicitamente come capo della delegazione del Pd al governo, di vice presidente del Consiglio. Draghi avrebbe dovuto nominarne anche altri, ciascuno in rappresentanza del proprio partito, ma preferì scontentare tutti. Salvo, ripeto, il buon Franceschini, con la sua barba, le origini democristiane e la vocazione incipiente di romanziere, intestando addirittura alla Cultura il suo dicastero al Collegio Romano. La cultura, questa volta con la minuscola, se permettete, con tutti gli annessi e connessi ideologici, politici, partitici, comprese le tentazioni di egemonie da contrastare o conquistare.
Se Giorgia Meloni, più accorta o meno sprovveduta delle rappresentazioni che ne fanno avversari e antipatizzanti, tutti prima o dopo ospiti da Lilli Gruber nel salotto televisivo di Otto e mezzo su la 7, dove si finisce di parlare contro la premier anche discutendo d pomodori o piselli; se Giorgia Meloni, dicevo, volesse davvero bene a se stessa e al governo che sta portando al primato della durata nella storia della Repubblica, dovrebbe reintestare ai beni culturali il Ministero che le sta creando più guai che altro. Dovrebbe consigliarglielo, in fondo, lo stesso Giuli ,in qualsiasi abito da dandy di turno, per non doversi ritrovare nella situazione, appena capitatagli, di essere convocato a Palazzo Chigi, o di chiedere e ottenere udienza, per scusarsi di qualcosa e promettere di non farlo più: dalle assunzioni o promozioni alle destituzioni, sempre in nome della cultura, con la minuscola sempre più minuscola.
Pubblicato sul Dubbio
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