A ciascuno la sua prigione nel bipolarismo muscolare italiano

       Inpossibilitata a parteciparvi al Senato, di cui non fa parte perché deputata a Montecitorio, la segretaria del Pd Elly Schlein ha voluto dare il suo contributo all’assalto al governo di Giorgia Meloni con una intervista al sempre ospitale, se non familiare, Corriere della Sera. Che l’ha sistemata in prima pagina con l’accusa alla premier di essersi “rinchiusa nel palazzo” dopo la sconfitta referendaria sulla riforma della magistratura, pur fingendo di aprirsi alle opposizioni con una riforma elettorale, per esempio, irricevibile perché funzionale solo ad un’altra vittoria  del cetrodestra, dopo quella di più di tre anni fa. ”Rinchiusa nel palazzo”, ripeto, come nella “bolla di gas” preferita come immagine da altri avversari.

       Ciascuno tuttavia ha la sua prigione in questa versione un po’ strimpellata, o muscolare come la chiama sul Riformista Claudio Velardo, del bipolarismo della politica italiana. Anche la Schlein, col Pd e ciò che ne rimarrà perdendo ogni tanto pezzi, di natura generalmente moderata, è rinchiusa nel campo largo “testardamente” perseguito con la partecipazione decisiva di Giuseppe Conte. Che vorrebbe anche guidarlo strappando nelle primarie la candidatura a Palazzo Chigi. Anzi, al suo ritorno, essendovi lui già stato con due governi e altrettante, opposte maggioranze guadagnandosi dall’ammirato Marco Travaglio il secondo posto nella graduatoria nazionale, monarchica e repubblicana, dopo un altro conte: Camillo Benso di Cavour.

       Da custode delle ambizioni del Conte con la maiuscola, Travaglio oggi ha attaccato e dileggiato proprio la Schlein per attaccarsi, nella sua corsa a Palazzo Chigi, a fantasmi politici, ormai, come l’ex presidente americano Barak Obama, che è andata a riverire a un raduno internazionale di democratici, progressisti e altro in Canada. Un Obama che negli otto anni trascorsi con due mandati alla Casa Bianca- gli ha contestato il direttore del Fatto Quotidiano-è riuscito ad abusare del premio Nobel improvvidamente conferitogli aprendo e conducendo più guerre di Trump. Il nostro Conte invece ne ha aperte e condotte solo due incruente: una, fallita, contro la povertà di cui fu annunciata la scomparsa dal balcone di Palazzo Chigi da un Luigi Di Maio infatuato del reddito di cittadinanza, e l’altra, quella vinta, contro la stabilità finanziaria. Che la Meloni invece si vanta di avere ristabilito già nel suo e non ancora concluso mandato alla guida del governo, prossimo anche al primato della durata.

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