Un’ora di strigliata….cordiale della premier al ministro ancòra della Cultura

       Sale la produzione, almeno quella, di ossimori nella politica italiana raccontata dalle cronache, dai retroscena e dai comunicati ufficiali, ufficiosi e quant’altro dei palazzi del potere, compreso o a cominciare da quello dove lavora la premier Giorgia Meloni. Che ieri ha convocato e trattenuto a rapporto a Palazzo Chigi, appunto, il ministro ancòra della Cultura Alessandro Giuli. Per fargli una “strigliata” secondo la Stampa o confermare “l’apprezzamento”, secondo notizie o voci dei palazzi, per il “Ministero della Cultura”, non si sa se anche al ministro che sta facendo rotolare teste in quantità ormai industriali: una cinquantina, secondo calcoli del Foglio, fra dirigenti e consulenti, di cui solo le ultime sono quelle della segretaria personale di Giuli e del capo della segreteria tecnica del dicastero, entrambi bene introdotti, diciamo così, nel partito della Meloni, della sorella Marianna e del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Gipvanbattista Fazzolari, l’uomo più intelligente, e fidato, appezzato dalla premier in una sua autobiografia, o quasi.

       Il prodotto di questa serie di notizie, ripeto, retroscena e soffiate sull’ora trascorsa da Giuli a Palazzo Chigi porrebbe essere definito una “cordiale strigliata” della Meloni al ministro forse più imprevedibile del governo succeduto a Gennaro Sangiuliano. Che scivolò, facendosi male alla testa anche per questo, sul rapporto con una donna alla quale aveva promesso troppo, quanto meno.

       Ma l’ossimoro maggiore -ripeto oggi come ho già scritto ieri- resta quello del Ministero della Cultura, avendo dovuto continuare a chiamarsi il Ministero dei beni culturali istituito con decreto legge a suo tempo da Aldo Moro su consiglio di chi vi era destinato: Giovanni Spadolini. Ritornare a quel titolo sarebbe anche un modo opportuno per uscirne, salvando la cultura, o cercando di salvarla il più possibile, dai guai o dagli inconvenienti della politica.

Quei meriti ignorati di Aldo Moro e di Giorgio Napolitano

Gli anniversari, pari o dispari, tondi o no, sono frequentemente, se non sempre, rovinati da chi toglie ad essi qualcosa o gliel’aggiunge. Penso ai 48 anni da poco trascorsi dall’assassinio di Aldo Moro, il 9 maggio, o i 20 dalla prima elezione, il 10 maggio, di Giorgio Napolitano al Quirinale, dove fu confermato nel 2013 e rimase sino al 2015.

       Ai 48 anni dalla morte di Moro per mano dei brigatisti rossiper niente sedicenti, come qualcuno a sinistra cercò di sostenere   fino a quando non fu smentito sul manifesto dall’impietosa Rossana Rossanda, che li riconobbe nell’”album di famiglia” del Pci; ai 48 anni, dicevo, dalla morte di Moro qualcuno ha voluto applicare la “lezione” del presidente della Dc al Pd, dove confluirono una ventina d’anni fa i resti comunisti e democristiani di sinistra. La segretaria del Nazareno in persona, Elly Schlein, ha voluto partecipare ad una delle celebrazioni di Moro sentendosi un po’ formata alla sua scuola, sia pure postuma.

       Ma di Moro manca alla Schlein, e a quanti la sostengono nel suo partito articolato in correnti come la Dc, la capacità di tenerle unite. Ogni tanto dal Pd esce qualcuno che non usciva invece dalla Dc che Moro si vantava di sapere scomporre per  ricomporre, alla ricerca sempre di nuovi equilibri dentro e persino fuori dallo scudo crociato.

       Dei 20 anni trascorsi dall’elezione di Napolitano al Quirinale, e 11 dalla conclusione della sua esperienza al vertice dello Stato,è stato taciuto, almeno negli articoli che ho letto di celebrazioni, il tratto che personalmente ritengo invece più importante e coraggioso, coi tempi che corrono, che è quello d rapporti polemici con la magistratura debordante. Ma non per questo penalizzata  dal referendum di marzo sulla riforma costituzionale che voleva riformarla.

       Napolitano prima colse, nel 2010, il decimo anniversario della morte di Bettino Craxi in terra tunisina per lamentarne pubblicamente, scrivendo alla vedova, il trattamento “duro senza uguali” riservatogli dalla magistratura alle prese col fenomeno diffusissimo del finanziamento irregolare, anzi illegale, dei partiti e, più in generale, della politica. Poi Napolitano, sempre lui, intercettato telefonicamente al Quirinale dagli inquirenti della cosiddetta trattativa fra lo Stato e la mafia nella stagione delle stragi, ricorse alla Corte Costituzionale facendo bocciare i loro tentativi di non distruggerne le registrazioni arbitrarie. E giustificò il suo ricorso richiamandosi all’impegno assunto e assolto dal predecessore più illustre e politicamente lontano da lui, il liberale Luigi Einaudi, di non lasciare manomettere e ridurre da nessuno, nemmeno dalla magistratura, poteri e prerogative del presidente della Repubblica.

       Si deve forse anche a questa difesa estrema, limpida, seppure contestata dai critici di turno, il soprannome non polemico ma amichevole che Napolitano si guadagnò in Italia e persino all’estero, sulla stampa americana, di “Re Giorgio”. Grande, grandissimo, temo irripetibile Napolitano.

Pubblicato sul Dubbio

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