Sale la produzione, almeno quella, di ossimori nella politica italiana raccontata dalle cronache, dai retroscena e dai comunicati ufficiali, ufficiosi e quant’altro dei palazzi del potere, compreso o a cominciare da quello dove lavora la premier Giorgia Meloni. Che ieri ha convocato e trattenuto a rapporto a Palazzo Chigi, appunto, il ministro ancòra della Cultura Alessandro Giuli. Per fargli una “strigliata” secondo la Stampa o confermare “l’apprezzamento”, secondo notizie o voci dei palazzi, per il “Ministero della Cultura”, non si sa se anche al ministro che sta facendo rotolare teste in quantità ormai industriali: una cinquantina, secondo calcoli del Foglio, fra dirigenti e consulenti, di cui solo le ultime sono quelle della segretaria personale di Giuli e del capo della segreteria tecnica del dicastero, entrambi bene introdotti, diciamo così, nel partito della Meloni, della sorella Marianna e del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Gipvanbattista Fazzolari, l’uomo più intelligente, e fidato, appezzato dalla premier in una sua autobiografia, o quasi.
Il prodotto di questa serie di notizie, ripeto, retroscena e soffiate sull’ora trascorsa da Giuli a Palazzo Chigi porrebbe essere definito una “cordiale strigliata” della Meloni al ministro forse più imprevedibile del governo succeduto a Gennaro Sangiuliano. Che scivolò, facendosi male alla testa anche per questo, sul rapporto con una donna alla quale aveva promesso troppo, quanto meno.
Ma l’ossimoro maggiore -ripeto oggi come ho già scritto ieri- resta quello del Ministero della Cultura, avendo dovuto continuare a chiamarsi il Ministero dei beni culturali istituito con decreto legge a suo tempo da Aldo Moro su consiglio di chi vi era destinato: Giovanni Spadolini. Ritornare a quel titolo sarebbe anche un modo opportuno per uscirne, salvando la cultura, o cercando di salvarla il più possibile, dai guai o dagli inconvenienti della politica.