La mano paradossale alla Nato più di Putin che di Trump….

       Dagli 8 minuti e 33 secondi cronometrati a Mosca ascoltando il discorso di Putin alla parata celebrativa degli 81 anni trascorsi dalla vittoria antinazista nella seconda guerra mondiale- pur cominciata, non dimentichiamolo, con un accordo fra Stalin e Hitler contro la Polonia- è arrivata paradossalmente una mano alla Nato. All’”intero suo blocco”, ha precisato lo zar rosso scolorito proprio mentre il suo quasi omologo americano Trump la piccona e persino umilia, dando degli sleali agli alleati e predisponendo una riduzione delle truppe statunitensi dalla Germania di sicuro. Se anche dall’Italia si vedrà, come il (sotto) segretario di Stato a stelle e strisce Rubio ha personalmente detto alla premier Giorgia Meloni, a Palazzo Chigi, non potendo prevedere mosse, decisioni e parole del suo presidente.

       Con l’”intero blocco”, ripeto, della Nato che sta aiutando da più di quattro anni l’Ucraina a resistere, pur con minore impegno  degli americani,  all’aggressione russa programmata per concludersi entro una quindicina di giorni uccidendo o comunque liquidando il nazista camuffato da ebreo Zelensly, il capo del Cremlino si è praticamente vantato di essere in guerra. Ma una guerra che potrebbe anche finire, prima o dopo, ha ammesso o promesso. Si vedrà se più per generosità o paura, visti i danni che ne sta subendo pure la Russia.

Gianni Cervetti, un comunista laureato a Mosca ma di rito rigorosamente ambrosiano

Morto nella sua Milano a 92 anni, dei quali 43 trascorsi nel Pci cui si era iscritto a 15 nel 1948 entrando nella sezione Gramsci con l’amico Paolo Santi, come ha ricordato l’ancor più amico, credo, Paolo Franchi sul Corriere della Sera, Gianni Cervetti non si è portato molti segreti nella tomba. Gli ultimi di cui ha voluto liberarsi li ha scritti in un libro che uscirà fra qualche mese per le edizioni della Nave di Teseo, forse col titolo da lui stesso suggerito di un’educazione o avventura milanese.

       Mandato dal partito a studiare e a laurearsi a Mosca in economia, Cervetti conobbe come pochi i rapporti del Pci con Mosca e i finanziamenti ricevuti sino a poco più della metà degli anni Settanta: il famoso “oro” del titolo di un suo libro uscito nel 1993, quando il Pci aveva già smesso di chiamarsi così per proseguire in altre edizioni e con altri nomi. Li aveva conosciuti e vissuti quei rapporti così tanto e così bene che quando il segretario comunista Enrico Berlinguer decise di rinunciarvi per affrancarsene fu proprio a Cervetti che affidò la pratica, espletata con una diligenza e una discrezione tutta milanese.

       Di Enrico Berlinguer, finita l’esperienza della cosiddetta solidarietà nazionale con la Dc appoggiandone dall’esterno due governi monocolori,  Cervetti cercò di essere anche un buon consigliere politico, oltre che responsabile dell’organizzazione del partito.  Bobo Craxi ha appena ricordato sul Riformista il derby Milan-Inter dell’autunno del 1979 del quale il pur juventino Berlinguer fu ospite, in tribuna, del  padre Bettino per poi incontrarlo  e discutere di politica, non di calcio, in una località riservata scelta e prenotata da Carlo Tognoli per conto del Psi e da Cervetti per conto del Pci. “Ricordo ancora i volti di Tognoli e Cervetti all’uscita della riunione”, ha raccontato il figlio di Craxi precisando: “Avevano un’espressione divertita, quasi sorniona. Il colloquio durò poco, ma abbastanza da rendere memorabile quella domenica pomeriggio”.

       Durarono poco però anche gli effetti. Berlinguer finì influenzato nel giro di qualche mese più dall’antisocialismo del suo portavoce, e non solo, Tonino Tatò, e dei suoi bigliettini quotidiani, che dal filosocialismo ambrosiano, o rifiuto di Cervetti dell’antisocialismo. Con Craxi arrivato a Palazzo Chigi nel 1983 tra le paure e i malumori dei comunisti all’opposizione si arrivò l’anno dopo al famoso congresso socialista a Verona in cui l’ospite Berlinguer venne fischiato per la sua linea di fortissimo contrasto al governo e al Psi.  Craxi nel discorso di replica, anziché scusarsi precisò di non avere fischiato pure lui per non saperlo fare. Una cosa che i familiari di Berlinguer non vollero poi perdonargli quando il presidente del Consiglio accorse all’ospedale di Padova dove il segretario comunista stava morendo dopo un comizio elettorale.

       Il filosocialismo o il migliorismo riformista procurò a Cervetti nella infernale stagione giudiziaria, mediatica e politica di ”mani pulite” esperienze dolorose come quella raccontata da Paolo Franchi sul Corriere della Sera per rinnovargli la solidarietà anche da morto. “Passando in automobile -ha scritto Franchi- davanti a una fabbrica occupata dagli operai in lotta, si era fermato per informarsi dell’andamento della vertenza e aveva lasciato loro (la solidarietà è anche questo) un biglietto da cinquantamila lire. Di lì a poco gli venne restituito con poche righe di accompagnamento: soldi rubati non ne volevano”.  “Rimase il suo ricordo più amaro”, ha raccontato Franchi. Il più amaro -dopo cinque anni trascorsi da imputato di Tangentopoli prima dell’assoluzione- di una sinistra che peggio non poteva servire la sua causa finendo dov’è finita, nella rincorsa di Giuseppe Conte sulla sabbia del campo cosiddetto largo dell’alternativa al governo prossimo al primato della durata nella storia della Repubblica.

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