Riecco Mario Draghi, col medaglione di Carlo Magno al collo….

       Di Mario Draghi, 79 anni da compiere a settembre, molto ben portati, ho appena lamentato la dabbenaggine compiuta a Palazzo Chigi, ancora fresco di nomina a presidente del Consiglio sostituendo Giuseppe Conte, di intestare alla Cultura il Ministero dei beni culturali per promuovere, diciamo così, il titolare Dario Franceschini, non potendolo nominare vice presidente del Consiglio per conto del Pd. Cosa che avrebbe comportato l’assegnazione di vice presidenze ai non pochi partiti della compagine ministeriale nata per essere prevalentemente tecnica. Si sa com’è finito ormai il Ministero della Cultura: una fonte, più che altro, di guai politici e personali.

       Sfortunato, diciamo così, in politica interna, considerando anche il mancato obiettivo del Quirinale postosi alla scadenza del primo mandato di Sergio Mattarella, quando vi aspiravano anche Silvio Berlusconi, Pier Ferdinando Casini e forse anche qualcun altro, Mario Draghi non ne sbaglia una, anche ora che è ex, in politica estera, più in particolare europea.

       Il conferimento, meritatissimo, del prestigioso premio Carlo Magno ad Aquisgrana gli ha dato l’occasione di una “scossa”, come l’hanno generalmente chiamata i giornali, all’Unione Europea nel pieno della crisi -è inutile ormai nasconderselo-dei rapporti con gli Stati Uniti. E mentre continua in Europa la guerra in Ucraina aperta da una Russia che pratica l’imperialismo senza più chiamarlo sovietico. Una Ucraina dove Draghi accorse in treno con altri leader europei appena cominciata la cosiddetta “operazione speciale” di Putin, improvvista per essere chiusa in un paio di settimane con l’eliminazione, forse anche fisica, di quel nazista truccato da ebreo che sarebbe ancora per il Cremlino il presidente Zelensky, in quella tenuta paramilitare contestata alla Casa Bianca anche da Trump.

       “Per la prima volta noi europei -ha detto Draghi col medaglione del premio Carlo Magno appeso al collo- siamo davvero soli…..Dobbiamo far fronte alla possibilità che gli Stati Uniti d’America non garantiscano più la sicurezza. E la Cina un’ancora alternativa, perché sostiene il nostro avversario, la Russia”.

       E’ un discorso. un ragionamento, chiamatelo come volete, anche la scossa ricorrente nei titoli dei giornali, di stile, ricordo. forza churchelliana, dal nome dell’intrepido statista britannico rivoltatosi nel secolo scorso all’accondiscendenza verso Hitler. Chi sia l’Hitler di oggi, non certo un altro tedesco, per quanto la destra vada forte in Germania, lo lascio alla vostra fantasia, o preveggenza.

Torniamo, per favore, al Ministero di Spadolini per i beni e le attività culturali

Il meno che si possa pensare, dire,lamentare del Ministero della Cultura dopo gli incidenti occorsi prima a Gennaro Sangiuliano e poi ad Alessandro Giuli, entrambi di destra orgogliosamente dichiarata e indossata, è il nome assegnatogli cinque anni fa, con tanto di decreto legge, dal presidente del Consiglio Mario Draghi cambiando quello assegnatogli 47 anni prima, nel 1974, dal premier Aldo Moro istituendolo.

       Creato apposta per Giovanni Spadolini su pressione del vice presidente del Consiglio e amico di partito Ugo La Malfa, e col pieno, entusiastico consenso del presidente della Repubblica Giovanni Leone, tutti grandi estimatori dell’ex direttore del Corriere della Sera, storico e quant’altro, a quel dicastero fu assegnata la tutela, testualmente, dei “beni culturali e ambientali” sottoposti sino ad allora alle competenze di più Ministeri o enti. Moro era arrivato a quella decisione, e a quel titolo, su richiesta dello stesso Spadolini, che mi risulta avesse reagito con fastidio all’ipotesi, prospettata da altri, di intestargli già allora la Cultura, con la maiuscola.  E’ roba da regimi, era sbottato Spadolini.

       A cedere alla Cultura, sempre con la maiuscola, fu nel 2021 il presidente del Consiglio fresco di nomina Mario Draghi per compensare, nei miei ricordi, il torto che il titolare tutore degli allora e ancòra beni culturali Dario Franceschini riteneva di avere subito non ottenendo formalmente la funzione, assegnatagli implicitamente come capo della delegazione del Pd al governo, di vice presidente del Consiglio. Draghi avrebbe dovuto nominarne anche altri, ciascuno in rappresentanza del proprio partito, ma preferì scontentare tutti. Salvo, ripeto, il buon Franceschini, con la sua barba, le origini democristiane e la vocazione incipiente di romanziere, intestando addirittura alla Cultura il suo dicastero al Collegio Romano. La cultura, questa volta con la minuscola, se permettete, con tutti gli annessi e connessi ideologici, politici, partitici, comprese le tentazioni di egemonie da contrastare o conquistare.

       Se Giorgia Meloni, più accorta o meno sprovveduta delle rappresentazioni che ne fanno avversari e antipatizzanti, tutti prima o dopo ospiti da Lilli Gruber nel salotto televisivo di Otto e mezzo su la 7, dove si finisce di parlare contro la premier anche discutendo d pomodori o piselli; se Giorgia Meloni, dicevo, volesse davvero bene a se stessa e al governo che sta portando al primato della durata nella storia della Repubblica, dovrebbe reintestare ai beni culturali il Ministero che le sta creando più guai che altro. Dovrebbe consigliarglielo, in fondo, lo stesso Giuli ,in qualsiasi abito da dandy di turno, per non doversi ritrovare nella situazione, appena capitatagli, di essere convocato a Palazzo Chigi, o di chiedere e ottenere udienza, per scusarsi di qualcosa e promettere di non farlo più:  dalle assunzioni o promozioni  alle destituzioni, sempre in nome della cultura, con la minuscola sempre più minuscola.

Pubblicato sul Dubbio

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