Alessandro Sallusti succede a Mario Sechi con poco garbo alla direzione di Libero

       Già i latini consigliavano di cercare il veleno nella coda. L’ho trovato leggendo l’editoriale di insediamento, ritorno e quant’altro di Alessandro Sallusti alla direzione di Libero dopo il brusco licenziamento di Mario Sechi, appena messo sotto scorta per le minacce di morte degli anarchici insurrezionalisti. Messo sotto scorta, ripeto, non messosi da solo o fattosi mettere dalle autorità competenti e compiacenti per simulare una certa ritorsione mediatica dell’editore che aveva deciso di liberarsene. Così ha letto in cronache adeguatamente ispirate.

       Il veleno nella coda dell’editoriale, ripeto, di insediamento, ritorno e quant’atro di Sallusti, già ex direttore del Giornale sostituito bruscamente da Tommaso Cierno, tanto da rifiutare l’offerta compensativa fattagli della direzione editoriale del quotidiano che fu di Indro Montanelli; il veleno nella coda, dicevo, sta in questa postilla di otto righe: “Ps: torno oggi alla direzione di Libero con orgoglio ed entusiasmo. Ringrazio l’editore, la famiglia Angelucci, per la fiducia, conto sull’aiuto della redazione e sulla comprensione di voi elettori. Ci aspettano mesi importanti e ricchi di novità”. La prima delle quali -novità- sta nella scortesia, a dir poco, di non ringraziare e salutare -come di consueto in queste circostanze- il collega e predecessore Mario Sechi. Preferendo evidentemente la subordinazione agli umori della proprietà ritrovata piuttosto che uno stile, diciamo, liberale.

       I giornali così condotti meritano più di altri le perdite diffusionali di cui soffrono tutti, in una crisi pari a quella delle edicole che chiudono.

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Il licenziamento istantaneo di Mario Sechi da direttore di Libero

In 66 anni di mestiere ne ho francamente viste e persino vissute di tutti i colori. Persino il licenziamento di Indro Montanelli dal Giornale che aveva fondato e diretto anche con Silvio Berlusconi, sino a quando l’editore non decise di scendere in politica, come soleva dire calcisticamente, e di metterlo in difficoltà, diciamo così. Momtanelli, pur avendo avuto sino ad allora la massima libertà, continuando a considerare “suo” il quotidiano con l’autorizzazione concessagli per iscritto dall’editore, ebbe paura di non poterlo più essere abbastanza. E Berlusconi lo licenziò, appunto.

       Mi trovai involontariamente coinvolto nel pandemonio trovando nelle cronache il mio nome nella rosa dei possibili successori indicati dall’editore al comitato di redazione, per quanto io avessi lasciato Il Giornale una decina d’anni prima per divergenze su Bettino Craxi. Di cui mi fidavo, diversamente da Montanelli per questioni più di carattere che di politica, avendomi personalmente spiegato -diavolo di un uomo e di un maestro- che i lettori del Giornale non gli avrebbero perdonato l’appoggio a un socialista, per quanto anticomunista ostentato.

       Avevo polemizzato con Montanelli su questo preferendo cambiare casa, diciamo così, ma mai avrei accettato di succedergli. E tenni a farlo sapere, senza tuttavia recuperare più di tanto i rapporti con lui, che nella pratica dell’antiberlusconismo riuscì a piacere, compiaciuto, anche al pubblico delle feste dell’Unità, cui veniva invitato con astuzia più che con convinzione. Claudio Velardi, che mi ospita ogni tanto, potrebbe confermarlo nella onestà esemplare con la quale scrive della sua passata militanza comunista, da solo o con Chicco Testa. Del cui comune libro, ricavato dalle lettere che si sono scambiate, consiglio di non perdere neppure una pagina.

       Pur abituato, ripeto, a vederne e viverne di tutti i colori, sono rimasto esterrefatto del licenziamento fresco di stampa di Mario Sechi da Libero, appena finito sotto protezione per le minacce di morte di anarchici estremisti prese sul serio dagli organi, uffici e quant’altro competenti.

       Più grave e sconcertante del licenziamento di Sechi in queste circostanze, ho trovato e trovo il tentativo dell’editore -che l’ormai ex direttore di Libero ha chiamato per nome e cognome, Giampaolo Angelucci, figlio del più illustre e parlamentare Antonio- ha compiuto di attribuire all’interessato l’uso strumentale del servizio di protezione assegnatogli dalle autorità competenti per fare la vittima. Una cosa, leggendola nella cronaca, per esempio, del Corriere della Sera, che dà da sola la prova e la misura di quanto si possa abusare, sì, ma di una certa pratica editoriale, più che giornalistica. Della quale ha dovuto sentire puzza di bruciato il presidente della Repubblica Sergio Mattarella tenendo a far sapere la solidarietà al licenziato. Di cui naturalmente resto amico ed estimatore capendo ora anche certe difficoltà recentemente avute con lui come collaboratore di Libero. Ex collaboratore, naturalmente, per una questione quanto meno di stile.

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