Peccato che Sergio Mattarella, il presidente più simile, per durata, a un Re nella storia della Repubblica italiana non sia abbastanza ironico, come pure si vanta di essere, e sia invece troppo serio nell’esercizio del suo mandato quirinalizio. Se al posto suo ci fosse stato in queste settimane il compianto Francesco Cossiga, sarcastico oltre che ironico, e incontenibile nei suoi scatti d’umore, e qualche volta anche di analisi politica e umana, ne avremmo viste davvero di tutti i colori. Avremmo potuto assistere ad uno spettacolo non di politica ma di fantapolitica, con ministri invitati al Quirinale per sentirsi sollecitare dimissioni propedeutiche ad una crisi di governo che potesse consentirgli di rimescolare tutto: carte, uomini, schieramenti. E mettere finalmente alla berlina, come forse merita, il tanto declamato bipolarismo perseguito con i loro referendum da Marco Pannella e Mario Segni nella cosiddetta prima Repubblica e realizzato nella seconda da Silvio Bewrlusconi, nel lontano 1994, con la vittoria a sorpresa sulla sinistra guidata da Achille Occhetto al volante di una “gioiosa macchina da guerra” che gli costò la segreteria del Pds-ex Pci.
Sulla politica estera, e di difesa, una volta davvero discriminante nella formazione dei governi e delle relative maggioranze, è ormai non più evidente ma persino sfacciata la crisi sia del centrodestra in carica da quattro anni sia dell’alternativa coltivata nel cosiddetto campo largo.
Nel centrodestra la premier Meloni si deve guardare di giorno e di notte dai leghisti di Matteo Salvini, vice presidente del Consiglio, nel sostegno all’Ucraina aggredita e invasa dalla Russia di Putin, e nella partecipazione al riarmo dell’Europa, indebolita anche dalle libertà, chiamiamole così, che si prende alla Casa Bianca il presidente americano Donal Trump. Dai leghisti, ripeto, ma la Meloni deve guardarsi ora anche dalla costola della destra vannacciana. Che già vota nelle aule parlamentari contro il governo, ma di cui parecchi nel centrodestra non sono disposti a fare mano nelle prossime elezioni per paura di perderle, essendo più probabile il sorpasso del cosiddetto centrosinistra a guida e programma ancora indefiniti. Tanto indefiniti che Giuseppe Conte, per esempio, contesta come il generale Vannacci a destra il pericolo da altri indicato nella Russia di Putin, considerandolo “un pretesto” per il superfluo riarmo, a spese della sanità, dell’istruzione e di tutto il resto.
Se si dovesse aprire una crisi e lui non volesse anticipare le elezioni per partito preso o per considerazioni di opportunità internazionale, Mattarella potrebbe essere tentato da due soluzioni fantapolitiche. Una è un secondo governo di Giorgia Meloni con la segretaria filoucraina del Pd Elly Schlein al posto di Salvini. L’altra è un governo guidato da Conte con Vannacci vice presidente, o viceversa. I due se la potrebbero giocare a carte. O in una edizione carnevalesca, fuori stagione, di primarie aperte, anzi sapalancate. Un governo contro il riarmo il cui ormai inutile Ministero della Difesa potrebbe essere assegnato ad Alessandro Di Battista, Dibba per gli amici grillini e per lo stesso Conte, che non ha mai smesso di pensarne e dirne bene.
Il bipolarismo d’altronde si è già permesso diversivi da operetta, o quasi. Come il primo governo del pemntastellato Conte, gialloverde, in cui il leghista Salvini, sempre lui, assunse il ruolo di vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno col permesso di Silvio Berlusconi, traumatizzato politicamente e umanamente dal sorpasso compiuto dal Carroccio, all’interno del centrodestra, su Forza Italia. Berlusconi, diavolo di un uomo, scommise sul fiasco di un alleato cresciuto troppo, ed esploso in effetti sulle spiagge romagnole con la richiesta dei “pieni poteri”. Ma sottovalutò, il Cavaliere, l’alternativa di Giorgia Meloni che gli sarebbe cresciuta nel centrodestra. E di cui forse, nell’intimo, è persino morto di crepacuore.
Pubblicato sul Dubbio
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