Matteo Renzi prigioniero delle sue trappole contro Giuseppe Conte

       Tanto va la gatta al lardo che ci lascia lo zampino, dice un vecchio proverbio adattabile politicamente in questo ultimo anno di legislatura a Matteo Renzi, anche se le cronache sono state sequestrate dalla prenotazione del Quirinale tentata dalla premier Giorgia Meloni. Che, abituata alle prime volte con la scalata riuscita a Palazzo Chigi, accarezza il sogno, questa volta, di un doppio primato. Non sarebbe solo la prima donna anche al Quirinale, ma la prima presidente del Consiglio ad arrivarvi direttamente.

       Matteo Renzi, per tornare a lui, non ha manifestato progetti del genere, o non ancora. Si accontenta soltanto di fare parte, pur da socio scomodo, della coalizione di centrosinistra alle prossime elezioni puntando naturalmente alla sua vittoria, specie ora che il centrodestra accumula problemi: da quella specie di sanguisuga che sta diventando il generale Roberto Vannacci col suo futuro nazionale pur incerto al conflitto emerso ormai chiaramente tra Meloni da una parte, favorevole, e Matteo Salvini e Antonio Tajani dall’altra contrari al tentativo di restituire agli elettori il voto di preferenza sottratto loro con inganno nel 1994. Quando la legge elettorale che purtroppo porta il nome latinizzato di Sergio Mattarella eliminò anche l’unico voto di preferenza sopravvissuto al referendum abrogativo delle preferenze plurime. Gli appetiti dei partiti, vecchi e nuovi, con i  leader fortemente personalizzati e decisi a fare eleggere i loro deputati nell’ordine di lista chiusa a quattro mandate, si rivelarono incontenibili. E un po’ lo sono ancora.

       Renzi, per tornare a lui, nella sua eterna sfida a Giuseppe Conte, che prima salvò a Palazzo Chigi per un secondo governo e poi fece cadere per mandarvi Mario Draghi, è rimasto un po’ prigioniero di una delle sue trappola. Fu quella di chiedere e ottenere una commissione parlamentare d’inchiesta sugli anni e sugli sprechi del Covid. Ora il cappio di quella commissione rischia di stringersi al collo di Conte, che pure decise a suo tempo di farne parte per controllare più da vicino le cose. E Conte, per quanto sfidato da Renzi a perdere le elezioni imponendone l’esclusione dal campo largo, si è messo in testa di non perdonare al senatore toscano anche questo inconveniente. Che rischia di fargli perdere le primarie sulla leadership dell’alternativa al centrodestra.

Perderebbero entrambi le elezioni, ma Conte diversamente da Renzi avrebbe ancora qualche carta da giocare nella partita post-elettorale, se mai un pareggio o un risultato striminzito aprisse le porte ad una trattativa combinata i due schieramenti su Palazzo Chigi e Quirinale. Per Renzi, come per il gatto o la gatta del vecchio proverbio, non ci sarebbe trippa.

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