Sigfrido Ranucci, il mancato Vannacci del campo largo anti-Meloni

       Diversamente da Stefano Cappellini, il direttore di Repubblica che all’amico Valter Lavitola negò ogni prospettiva per Stefano Ranucci in politica nel campo largo dell’alternativa, l’ex direttore del Corriere della Sera Paolo Mieli qualche ruolo l’avrebbe immaginato se la vicenda non fosse finita in quella che la buonanima di Umberto Bossi avrebbe definito “una scorreggia nello spazio”.  Così il leader leghista disse di due amici quando smisero di assecondarlo e osarono prenderne un po’ le distanze: l’allora presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro e l’ideologo addirittura della Lega Gianfranco Miglio.

       “Forse -ha detto il mio amico Paolo parlando sul Corriere con Tommaso Labate di Ranucci appunto in politica- avrebbe potuto fare il Vannacci di sinistra e rosicchiare qualcosa, ma rimanendo alleato di Schlein e Conte”. Come Vannacci se rimanesse nel centrodestra alle elezioni dell’anno prossimo.

       Direi che l’ha scampata bella il campo cosiddetto largo dell’alternativa, già pieno di problemi che ne compromettono la corsa a Palazzo Chigi nella quale sono impegnati già la segretaria del Pd Elly Schlein, l’ex premier Conte ma anche altri aspiranti a disturbare i due candidati principali. Il Ranucci presumibilmente ex conduttore di Report, pur avvolto nella leggenda del perseguitato, della vittima di Matteo Salvini e di altri che a destra ne aspettano il ritiro o il licenziamento, anzichè vittima dell’amico Lavitola e delle proprie ambizioni narcisistiche, sarebbe stata la ciliegina sulla torta tossica dell’alternativa utile a Giorgia Meloni per vincere, anzi stravincere la partita. E accostarsi ancora di più, fra la disperazione degli avversari, al Quirinale per succedere a Sergio Mattarella alla scadenza del suo “regno” repubblicano di 14 anni.

       Concordo pienamente con Mieli anche nella valutazione dello spirito col quale Lavitola, pur senza mai parlargli esplicitamente di Ranucci, avesse deciso di spingerlo alla politica. “Io penso -ha detto Paolo avendone raccolto racconti e confidenze nell’auto sulla quale il ristoratore lo accompagnava a a casa  dopo le cene al suo Cefalù- che Lavitola cercasse di rientrare nel giro della politica”, in cui era riuscito a infilarsi mettendosi al servizio di Silvio Berlusconi prima di esserne allontanato dai guardiani, chiamiamoli così, Nicolò Ghedini e Gianni Letta.  Un giro, quello della politica, che “per alcuni -ha detto ancora l’ex direttore del Corriere– è come l’eroina: se la provi una volta ne resti schiavo anche se ti ha fatto male, tanto male”, tanto da provare latitanza e galera.

       Di una cosa tuttavia sono rimasto sorpreso, da amico e da lettore, leggendo l’intervista di Paolo. Del sospetto da lui avuto per un certo tempo che Lavitola volesse spendersi per una candidatura politica del magistrato Nicola Gratteri. Che, se avesse voluto, non avrebbe avuto certamente bisogno di un aiuto di Lavitola per scendere in campo politico. Delle due l’una: o Mieli sopravvalutava Lavitola o sottovalutava il capo della Procura della Repubblica di Napoli. 

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