Fatale (forse) per Ranucci l’amicizia rivendicata da Maria Rosaria Boccia

       Ma questo benedetto  Sigfrido Ranucci non si è lasciato scappare proprio niente di stravagante. Neppure di finire bocciato. Nel senso dell’amicizia e della collaborazione con Maria Rosaria Boccia. Sì, proprio lei, l’imprenditrice di Pompei che affascinò l’allora ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano sino a fargli perdere la testa, come si dice in queste circostanze, e il posto di governo.

       Tra Ranucci e la Boccia fu subito comprensione reciproca, sviluppatasi in incontri, visite in redazione, a Report, e in un libro scritto a quattro mani, probabilmente destinato a non uscire nella situazione in cui si trova il conduttore televisivo, per quanto in fase “avanzata” di composizione. Lo ha raccontato la stessa Boccia in una intervista al Corriere non di Canicattì ma della sera, precisando la finalità propostasi con Ranucci di “raccontare fatti, meccanismi, retroscena che aiutino a comprendere meglio alcuni anni della vita pubblica italiana, distinguendo ciò che è stato raccontato da ciò che è realmente accaduto”. Siamo insomma, sempre nelle intenzioni,  alla riscrittura non della storia, sia pure con la minuscola, neppure essa francamente all’altezza degli autori per le disavventure prima dell’una e poi dell’altro, ma della cronaca. Compresa quella, chissà, dei rapporti fra Ranucci e l’amico Lavitola confesso mandante di un attentato del quale gli inquirenti vogliono capire bene le finalità. Aumentare la notorietà di Ranucci per procurargli una maggiore protezione dello Stato o per facilitargli una carriera politica di altissime prospettive o ambizioni? In particolare, mettendolo in corsa nel cosiddetto campo largo dell’alternativa al centrodestra non per un seggio alla Camera o al Senato ma per la guida del governo, che si contendono per ora soprattutto la segretaria del Pd Elly Schlein e l’ex premier ora presidente solo del movimento 5 Stelle Giuseppe Conte.

Ce ne voleva e ce ne vuole, di fantasia, per un progetto del genere e per il coinvolgimento, in esso, sulla strada del solito sondaggio, di due pezzi grossi del giornalismo come il direttore di Repubblica Stefano Cappellini e l’ex direttore del Corriere, nonché storico e autore televisivo Paolo Mieli. Al quale Giovanni Minoli, fra gli inventori della trasmissione Report destinata alla conduzione di Ranucci, ha rimproverato di avere concesso una intervista troppo reticente sull’affare Lavitola, per cui meriterebbe una convocazione giudiziaria che gli fornica l’occasione o l’obbligo di dire di più. In particolare sul grado di coinvolgimento consapevole di Ranucci, a un passo ormi dalla sospensione dalla conduzione quanto meno di Report nel progetto lavitoliano della sua nuova vita.

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