Dario Franceschini rivela e racconta il suo Parkinson

       Sul piano dell’informazione politica la notizia, data peraltro da lui stesso in una lunga intervista a Fabrizio Roncone, del Corriere della Sera, non è il Parkinson di cui soffre Dario Franceschini, artefice di tutte o quasi le maggioranze e segreterie succedutesi nel Pd. La notizia sta nei sei anni trascorsi dalla diagnosi, nei quali è rimasta praticamente segreta, nonostante l’interesse che avrebbero potuto avere i suoi concorrenti o avversari nel partito a rivelarla per riduree il peso dell’esponente piddino.

       Di Franceschini, 67 anni, due matrimoni, tre figlie, romanziere di un certo successo, già ministro, vice segretario e segretario nel Pd diviso in questa estate declinante sulle primarie reclamate da Giuseppe Conte per indicare il candidato a Palazzo Chigi del cosiddetto campo largo dell’alternativa al centrodestra, si è parlato e scritto a tratti anche come di un possibile successore di Sergio Mattarella al Quirinale in caso di vittoria del centrosinistra, o di pareggio e di trattative bipartisan nella nuova legislatura per la definizione degli equilibri al vertice delle istituzioni.

       La notizia del Parkinson dissolve le prospettive quirinalizie. E rende praticamente nudo, come un re, uno fra i maggiori esponenti del Pd. Le cui idee, proposte, preoccupazioni e quant’altro acquistano però di autorevolezza perché prive, a questo punto, di ogni sospetto di interessi personali da perseguire, di ambizioni da coltivare nell’ombra.

       Sotto questo aspetto, umano e politico insieme, Franceschini si è meritato gli apprezzamenti rivoltigli da sinistra a destra. Da sinistra con un commento di Goffredo Bettini, da destra con la condivisione degli elogi di Bettini da parte di Francesco Storace.

       Quella azionata da Franceschini con la notizia del suo Parkinson e col racconto del modo col quale gestisce la sua malattia senza ridurre il proprio impegno è una rivalutazione della politica. Doppiamente lodevole e apprezzabile mentre se ne abusa con polemiche sull’affare Lavitola-Ranucci. Che nuoce sia alla politica, appunto, sia al giornalismo che la scimmiotta. Grazie, Franceschini. Grazie di cuore.

Neppure l’intelligenza artificiale svelerà i misteri del delitto Moro

D’accordo con Carmen Lasorella nella conclusione, sul Dubbio, del suo reportage sulla tragica vicenda, anche per la Repubblica, della vicenda di Aldo Moro. “Un gioco troppo grande per le brigate rosse” che se lo erano orgogliosamente ed esclusivamente intestatotacendo degli aiuti non sempre inconsapevolmente avuti dalle controparti nazionali e internazionali. Aiuti che, se ammessi o rivelati, avrebbero sgonfiato l’immagine della “geometrica potenza di fuoco”, reale o metaforico, attribuita ai terroristi già la mattina del 16 marzo 1978, nella via Fani di Roma disseminata di bossoli e di morti, in mezzo ai quali Moro fu prelevato dai sequestratori intimando loro di togliergli “le mani di dosso”, come riferì una signora che lo aveva visto e sentito imprudentemente affacciata a una finestra di casa. Mani -le stesse o di altri aguzzini della stessa associazione terroristica- che 55 giorni dopo si sarebbero passata l’arma per sparargli non al cuore, procurandogli una morte istantanea, ma attorno ad esso per rendergli l’agonia più lunga e dolorosa. Più che una dimostrazione di ferocia, coerente con la “mattanza” di via Fani lamentata da una sciagurata che vi aveva partecipato, una vendetta contro l’ostaggio dal quale si era attesa una maggiore capacità di rompere la Dc, il governo e lo Stato, sino a piegarli ad una trattativa vera, come fra delegazioni di belligeranti, e non subdola e sotterranea come quella che si era svolta, parallelamente forse a quella tentazione avuta dal presidente della Repubblica Giovanni Leone di graziare di sua spontaneità, sfidando il partito trasversale e maggioritario della fermezza, una terrorista compresa nell’elenco dei 13 detenuti da scambiare col presidente democristiano. Una terrorista, Paola Besuschio, scelta forse anche per essere  stata la prima fidanzata di Mario Moretti, il capo dell’operazione del sequestro.

       Di quella tentazione avuta quanto meno per cercare di dividere, o di dividere ancora di più i vertici delle brigate rosse, per quanto non realizzatasi, Leone pagò rapidamente il conto con le dimissioni impostegli dal Pci e dal suo stesso partito quando mancavano soli sei mesi alla scadenza del mandato. Una destituzione simbolica, e anche minacciosa contro chiunque avesse osato ostinarsi nella ricerca della verità continuando a contestare, o contestando ancora di più la linea della fermezza imposta dal Pci per non essere delegittimato come forza di governo dall’”album di famiglia” impietosamente sfogliato da Rossana Rossanda sul manifesto, subìta dal governo monocolore democristiano di Giulio Andreotti appena riformatosi e fiduciato dai comunisti per non cadere, e dalla Dc nella speranza di potervisi poi sottrarre per qualche miracolo, o accidente. Tragicamente mancati.

       Il carattere dissuasivo delle dimissioni imposte a Leone, rassegnatosi alla rinuncia anche sotto la minaccia di essere trascinato nello scandalo della Lookeed, dove il suo nome si era giù affacciato, funzionò a tal punto nella Dc che solo dopo una cinquantina d’anni si stanno raccogliendo voci su un clamoroso libro in uscita sulle paure e sulla rassegnazione, non sul coraggio della direzione democristiana convocata per il giorno in cui i terroristi ne precedettero eventuali cedimenti ammazzando Moro all’alba. Di più sul quel libro e sul suo autore non posso dirvi ma vedrete e sentirete il rumore che farà, magari nel 49.mo anniversario della tragedia.

       Non so se via sia più ironia o sarcasmo nella fiducia risosta da Carmen Lasorella nella intelligenza artificiale per venire a capo dei tanti aspetti misteriosi e ambigui, a dir poco, del sequestro e dell’assassinio di Moro, ucciso in tempo peraltro per non essere eletto al Quirinale, dove un po’ tutti i partiti erano decisi o rassegnati a mandarlo alla scadenza ordinaria del mandato di Leone. Che gli avrebbe ben volentieri passato le consegne liberandosi del peso, o imbarazzo, in cui si era trovato nel 1971 salendo sul colle più alto di Roma al posto dell’amico troppo temuto allora dal suo partito. Dove molti ritenevano di essersene appena liberati dopo quasi cinque anni ininterrotti a Palazzo Chigi, fra il 1963 e il 1968, a Palazzo Chigi: troppi per le abitudini delle correnti. Che potettero contare, nel contrastarlo sulla strada del Quirinale, su alleati come il Partito Repubblicano di Ugo La Malfa, non ancora convinto della “ineluttabilità” -avrebbe detto- di un’intesa fra la Dc e il Pci. Temo, in questo ginepraio, che Carmen pretenda troppo dall’intelligenza artificiale.

Pubblicato sul Dubbio

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