D’accordo con Carmen Lasorella nella conclusione, sul Dubbio, del suo reportage sulla tragica vicenda, anche per la Repubblica, della vicenda di Aldo Moro. “Un gioco troppo grande per le brigate rosse” che se lo erano orgogliosamente ed esclusivamente intestatotacendo degli aiuti non sempre inconsapevolmente avuti dalle controparti nazionali e internazionali. Aiuti che, se ammessi o rivelati, avrebbero sgonfiato l’immagine della “geometrica potenza di fuoco”, reale o metaforico, attribuita ai terroristi già la mattina del 16 marzo 1978, nella via Fani di Roma disseminata di bossoli e di morti, in mezzo ai quali Moro fu prelevato dai sequestratori intimando loro di togliergli “le mani di dosso”, come riferì una signora che lo aveva visto e sentito imprudentemente affacciata a una finestra di casa. Mani -le stesse o di altri aguzzini della stessa associazione terroristica- che 55 giorni dopo si sarebbero passata l’arma per sparargli non al cuore, procurandogli una morte istantanea, ma attorno ad esso per rendergli l’agonia più lunga e dolorosa. Più che una dimostrazione di ferocia, coerente con la “mattanza” di via Fani lamentata da una sciagurata che vi aveva partecipato, una vendetta contro l’ostaggio dal quale si era attesa una maggiore capacità di rompere la Dc, il governo e lo Stato, sino a piegarli ad una trattativa vera, come fra delegazioni di belligeranti, e non subdola e sotterranea come quella che si era svolta, parallelamente forse a quella tentazione avuta dal presidente della Repubblica Giovanni Leone di graziare di sua spontaneità, sfidando il partito trasversale e maggioritario della fermezza, una terrorista compresa nell’elenco dei 13 detenuti da scambiare col presidente democristiano. Una terrorista, Paola Besuschio, scelta forse anche per essere stata la prima fidanzata di Mario Moretti, il capo dell’operazione del sequestro.
Di quella tentazione avuta quanto meno per cercare di dividere, o di dividere ancora di più i vertici delle brigate rosse, per quanto non realizzatasi, Leone pagò rapidamente il conto con le dimissioni impostegli dal Pci e dal suo stesso partito quando mancavano soli sei mesi alla scadenza del mandato. Una destituzione simbolica, e anche minacciosa contro chiunque avesse osato ostinarsi nella ricerca della verità continuando a contestare, o contestando ancora di più la linea della fermezza imposta dal Pci per non essere delegittimato come forza di governo dall’”album di famiglia” impietosamente sfogliato da Rossana Rossanda sul manifesto, subìta dal governo monocolore democristiano di Giulio Andreotti appena riformatosi e fiduciato dai comunisti per non cadere, e dalla Dc nella speranza di potervisi poi sottrarre per qualche miracolo, o accidente. Tragicamente mancati.
Il carattere dissuasivo delle dimissioni imposte a Leone, rassegnatosi alla rinuncia anche sotto la minaccia di essere trascinato nello scandalo della Lookeed, dove il suo nome si era giù affacciato, funzionò a tal punto nella Dc che solo dopo una cinquantina d’anni si stanno raccogliendo voci su un clamoroso libro in uscita sulle paure e sulla rassegnazione, non sul coraggio della direzione democristiana convocata per il giorno in cui i terroristi ne precedettero eventuali cedimenti ammazzando Moro all’alba. Di più sul quel libro e sul suo autore non posso dirvi ma vedrete e sentirete il rumore che farà, magari nel 49.mo anniversario della tragedia.
Non so se via sia più ironia o sarcasmo nella fiducia risosta da Carmen Lasorella nella intelligenza artificiale per venire a capo dei tanti aspetti misteriosi e ambigui, a dir poco, del sequestro e dell’assassinio di Moro, ucciso in tempo peraltro per non essere eletto al Quirinale, dove un po’ tutti i partiti erano decisi o rassegnati a mandarlo alla scadenza ordinaria del mandato di Leone. Che gli avrebbe ben volentieri passato le consegne liberandosi del peso, o imbarazzo, in cui si era trovato nel 1971 salendo sul colle più alto di Roma al posto dell’amico troppo temuto allora dal suo partito. Dove molti ritenevano di essersene appena liberati dopo quasi cinque anni ininterrotti a Palazzo Chigi, fra il 1963 e il 1968, a Palazzo Chigi: troppi per le abitudini delle correnti. Che potettero contare, nel contrastarlo sulla strada del Quirinale, su alleati come il Partito Repubblicano di Ugo La Malfa, non ancora convinto della “ineluttabilità” -avrebbe detto- di un’intesa fra la Dc e il Pci. Temo, in questo ginepraio, che Carmen pretenda troppo dall’intelligenza artificiale.
Pubblicato sul Dubbio
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