Per loquacità Matteo Renzi batte sicuramente tutti nel campo cosiddetto largo dell’alternativa al governo di centrodestra di Giorgia Meloni, della quale già scrive ottimisticamente, per lui, al passato. “Quando c’era lei”, è il titolo del libro ch’egli ha appena dato alle stampe pur mettendo nel conto una ritorsione come “quando c’era lui” a Palazzo Chigi. Dove portò sì il Pd, di cui era anche segretario, al 40 per cento di memoria democristiana, ma lasciandolo quasi alla metà dopo quattro anni. La Meloni ha portato il suo partito di destra al 26 per cento vincendo le elezioni del 2022 e lo sta conservando anche subendo all’estrema destra la concorrenza di un generale al riposo solo burocraticamente. Ma spiaggiatosi in Calabria all’esordio elettorale in un turno di voto suppletivo per la Camera, disertato da quasi l’80 per cento dei chiamati alle urne. L’11 per cento in queste condizioni vale come il classico 2 di briscola.
Nella sua campagna per la conquista o il mantenimento di una tenda immaginata anche per lui nel campo largo dall’infaticabile Goffredo Bettini, ma con la leadership “progressista” di Giuseppe Conte, il senatore Renzi ha detto di non gradire l’ex premier pentastellato promettendo tuttavia che lo appoggerà qualora dovesse vincere le primarie reclamate dall’ex premier pentastellato e subìte, più che accettate, dalla segretaria del Pd Elly Schlein.
D’altronde Renzi, come s’è vantato, già sostenne Conte a Palazzo Chigi nel 2019, fornendogli dall’interno del Pd, dove ancora sedeva o circolava con Nicola Zingaretti alla segreteria, la maggioranza alternativa a quella grigioverde del primo governo realizzato dall’avvocato con la Lega di Matteo Salvini. Ma lo sostenne a suo modo, in attesa di farlo cadere spingendo alla fine per una crisi destinata a portare a Palazzo Chigi Mario Draghi. Cosa che Conte non gli ha ancora perdonato. Né, credo, gli perdonerà mai. Cone Enrico Letta, ormai fuori dalla politica italiana, non gli ha mai perdonato quell’esortazione alla “serenità” rivoltagli da Renzi fresco di elezione a segretario del partito ma già deciso – si venne poi a capire e sapere- a sostituirlo personalmente a Palazzo Chigi con l’ambizione, poi fallita, di una riforma costituzionale d’intesa con Silvio Berlusconi. Che si ritirò dall’avventura per ritorsione contro il mancato accordo, l’anno dopo, sulla successione a Giorgio Napolitano al Quirinale. Dove Renzi preferì mandare Sergio Mattarella, prelevandolo dalla riserva della Repubblica, dove si trovava come giudice costituzionale, piuttosto che un Massimo D’Alema o un Giuliano Amato sponsorizzati dal leader del centrodestra.
Corre voce nei corridoi parlamentari che Conte abbia fatto gli scongiuri apprendendo della promessa di Renzi di appoggiarlo se davvero gli riuscisse di guadagnarsi la candidatura del campo largo a Palazzo Chigi. E poi anche, o soprattutto, di vincere le elezioni politiche.
Pubblicato sul Dubbio