Franco Gabrielli tentato dalla candidatura a Palazzo Chigi per l’alternativa

Intervistato per Il Foglio da Carmelo Caruso anche come possibile partecipe della corsa a Palazzo Chigi nel campo cosiddetto largo dell’alternativa, candidato della formazione “Più uno” allestita con l’ex capo dell’Agenzia delle Entrate Ernesto Maria Ruffini, l’ex capo della Polizia Franco Gabrielli non l’ha esclusa. “Decideremo come soggetto politico e non come singole monadi”, ha detto pur precisando che non sono ancora note neppure le modalità delle primarie reclamate da Giuseppe Conte nei mesi scorsi e accettate dalla segretaria del Pd Elly Schlein prima di annunciare che si proporrà alla guida del governo dell’alternativa al centrodestra “sia con sia senza” gazebo e simili.

In un momento in cui il tema della sicurezza, con le piazze invase e messe a ferro e fuoco anche da ragazzini, una candidatura di Gabrielli per le sue competenze, maturate anche ai vertici dei servizi di sicurezza, avendo diretto il Side, potrebbe servire al cartello dell’alternativa. Più del socio fondatore della nuova formazione che evoca la figura dell’esattore. Ma vedrete che prima o poi, per quanto Tommaso Labate sul Corriere della Sera l’abbia già iscritto d’ufficio alla corsa a Palazzo Chigi, qualcuno si leverà nel campo largo per dissentire.

Gabrielli ha concesso ai radicali, diciamo così, del suo schieramento politico una critica al ministro attuale dell’Interno Matteo Piantedosi per uno “scarso peso politico”, pur dovendo valere al Viminale e nelle piazze più il peso tecnico.  Ma si è dichiarato d’accordo col ministro in carica della Difesa Guido Crosetto, dei fratelli d’Italia, contro la pretesa e il rischio di impiegare come figurini i 500 militari destinati a Milano per aiutare le forze dell’ordine, per quanto il presidente della Repubblica Sergio Mattarella si sia adoperato a ridimensionarne ruolo e competenze nel decreto predisposto dal governo. Ma soprattutto Gabrielli ha opposto ai cuori di mamma, chiamiamoli così, sollevatisi contro il trattamento guadagnatosi dai figli assaltando mezzi della polizia, vetrine e negozi, svuotati poi delle merci firmate, un avvertimento conforme alle funzioni ricoperte.  “La repressione -ha detto- non è una bestemmia”.

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