Le domande sull’Ucraina alle quali Conte non può rispondere

       A sorpresa, dati i precedenti fotograficamente documentati, Giuseppe Conte non ha più sorriso a Donald Trump, che arrivò americanamente a moltiplicargli il nome promuovendolo a Giuseppi.  L’ex premier italiano ha dato dell’”irresponsabile” al presidente americano, come è capitato -credo- a molti altri, per essere tornato ad attaccare il presidente ucraino Zelensky, se mai avesse smesso, auspicando il suo rovesciamento in patria. Che va perseguito con le buone elettorali o forse anche con le cattive, visto che fare le elezioni sotto i bombardamenti russi è e sarà difficile da quelle parti, peraltro abbandonate da molti in fuga dalla guerra.

       “Trump addirittura fa un accordo con Putin -ha detto Conte- bypassando l’Ucraina e l’Unione Europea”. E finendo per “favorire l’aggressore rispetto al paese aggredito” più di quattro anni fa e ancora sotto il ferro e il fuoco ordinati dallo zar di turno al Cremlino.

       Mi chiedo a quale altro esito si arriverebbe assumendo la linea di Conte sull’Ucraina, contraria a ulteriori aiuti militari riusciti sinora ad evitare la capitolazione degli aggrediti. Una linea che Conte non ha accantonato o cambiato neppure di fronte alla riconosciuta “complicazione” della guerra in corso provocata dall’ultimo, o penultimo, intervento del presidente americano. Che è riuscito a ricacciare Zelensky   dalla Casa Bianca, questa volta senza neppure invitarlo e farlo accomodare su una poltrona vicina alla sua, come accadde l’anno scorso in diretta televisiva mondiale. Alla quale non ricordo, francamente, che Conte avesse fatto seguire un suo commento critico, o quanto meno preoccupato. Già allora l’ex premier italiano non condivideva la resistenza di Zelensky all’aggressione russa.

       Cosa dovrà ancora accadere, augurabilmente prima delle primarie nel campo largo dell’alternativa finalizzate alla scelta del leader, perché Conte tragga le conseguenze ragionevoli dal riconoscimento del rischio dell’aggredito di essere schiacciato dall’aggressore? Immagino già la risposta: una trattativa per la pace. Altra domanda: come ottenere da Putin la disponibilità a parteciparvi? Non credo con una telefonata di Conte al Cremlino. O alla Casa Bianca per esortare Trump ad essere meno “irresponsabile”.           

Prove di furbizia nella corsa alla successione a Mattarella

Della segretaria del Pd Elly Schlein, parlandone nell’intervista al Corriere della Sera con la quale ha annunciato la rinuncia a ricandidarsi l’anno prossimo al Parlamento, dopo 44 di appartenenza, Pier Ferdinando Casini ha sottolineato la “testardaggine”, pari a quella della premier Giorgia Meloni. E “la capacità di parlare a un mondo giovanile non omologato alla politica tradizionale”. Riconoscimenti o apprezzamenti non so fino a che punto compatibili però con la motivazione della rinuncia a ricandidarsi. Che non sta tanto nella sua lunga esperienza parlamentare, per niente debilitante per la sua ottima salute,  ma nella opportunità di “cedere spazio -ha detto- a personalità più in sintonia con i partiti e con le coalizioni che si presenteranno agli elettori”. Partiti e coalizioni in cui evidentemente Casini non si sente a suo agio: né pensando al centrodestra, dove lui volle collocarsi seguendo Silvio Berlusconi nel 1994, né pensando al centrosinistra, dove chiese ospitalità al Pd per restare in Parlamento non condividendo l’evoluzione dello schieramento berlusconiano.

       Con garbo, come al solito, ma con tempestività da “Pierfurby”, come lo chiamò a suo tempo Francesco Cossiga con urticante amicizia, Casini ha mostrato di non gradire l’aria elettorale che tira nel Pd. Dove la Schlein, per rincorrere o difendersi da Giuseppe Conte, che le contende la candidatura alla leadership dell’alternativa al centrodestra, ha appena contestato che la battaglia elettorale si giochi “al centro”, come invece Casini da sempre sostiene, sia quando era con Berlusconi e sia quando chiese e ottenne ospitalità al Nazareno.

       Furba pure lei, oltre che testarda, e forse anche rinfrancata dalla disponibilità di una nuova candidatura utile per il suo partito a Bologna, la città di Casini, la Schlein ha ringraziato l’ospite “per la competenza, la capacità di dialogo e il senso dello Stato con cui ha sempre servito le istituzioni”, ha scritto in un comunicato.

       Le condizioni di salute e la perdurante “passione” per la politica ribadita da Casini anche in un messaggio agli elettori affidato al giornale più venduto nella sua città, sconsigliano di considerare un epitaffio quello della Schlein, come qualche sprovveduto temo possa pensare. Le qualità riconosciute, anzi certificate, dalla segretaria del Pd potrebbero obbligarla nella prossima legislatura, quando scadrà il secondo mandato di Sergio Mattarella al Quirinale e bisognerà dargli un successore, ad una candidatura proprio dell’ormai ma tempestivo riservista Casini.  Una candidatura che sarebbe come il cacio sui maccheroni se a quell’appuntamento presidenziale entrambi gli schieramenti in gioco, di centrodestra e di centrodestra, dovessero arrivare senza i numeri per giocare da soli la partita del Quirinale, uno contro l’altro. Altro che i sogni quirinalisti coltivati, o attribuiti o offerti a Conte per distoglierlo dall’ambizione di tornare a Palazzo Chigi.

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