Per quanto li abbia usati tre anni fa con successo, mandandovi gente sua a votare Elly Schlein e a farla prevalere, nella corsa alla segreteria del Pd, su Stefano Bonaccini promosso dagli iscritti al partito, i gazebo non bastano più a Giuseppe Conte. L’ex premier pentastellato vuole primarie ancora più aperte, direi digitalizzate, facendo votare da casa, per la scelta -quando sarà il momento- del candidato del cosiddetto campo largo dell’alternativa a Palazzo Chigi nelle elezioni politiche dell’anno prossimo: un obbiettivo dello stesso Conte ma anche di Elly Schlein, testardamente decisa a raggiungerlo.
Alla digitalizzazione delle primarie la Schlein è in cuor suo contraria, ma non se la sente di dirlo chiaro. E lascia furbescamente a dirlo la minoranza riformista del Pd, che potrebbe questa volta risultarle utile, per quanto la stia trattando da parecchio tempo abbastanza male nel partito, sino a darle l’impressione, confessata recentemente da Graziano Delrio in una intervista al Corriere della Sera, di essere considerata come “i pidocchi” avvertiti da Palmiro Togliatti nella “criniera” del Pci.
La minoranza riformista ha tuttavia infarcito la sua contrarietà alle primarie digitalizzate di una minaccia per premunirsi da cedimenti della Schlein. In particolare, essa ha contestato alla segretaria del Pd la pretesa di essere l’unica candidata del partito nella corsa a Palazzo Chigi dentro il campo dell’alternativa. Ve ne sono, fra i riformisti, di aspiranti. Fra i quali chi si è esposto di più è l’europarlamentare ed ex sindaco di Bergamo Giorgio Gori.
Se le primarie dovessero essere come Conte le desidera, cioè anche a distanza, senza file e controlli più stringenti, i riformisti terrebbero duro nella rivendicazione del loro diritto a concorrervi. Ciò equivarrebbe per la Schlein ad una maggiore difficoltà di prevalere su Conte, che nei sondaggi già risulta in vantaggio sulla segretaria del Nazareno.