Il presidente emerito della Corte Costituzionale Gustavo Zagrebelsky, sollecitato da Massimo Gramellini in e con altre parole su la 7, ha commentato come peggio non si poteva “il deserto” nell’aula di Montecitorio lamentato dal ministro Giancarlo Giorgetti che riferiva dei “nuvoloni” in arrivo sull’economia.
L’insigne giurista non ha condiviso la sorpresa del conduttore della trasmissione, che ci è rimasto anche un po’ male, convinto che il suo ospite, per quanto a distanza, si unisse ad Alessandro Campi, professore pure lui, incline al perdono o alla comprensione degli assenti, più che lavativi o disertori. Assenti come in molte delle sedute d’aula destinate poi a riempirsi in prossimità delle votazioni, come in effetti l’aula si è poi riempita con Giorgetti svuotando progressivamente il cosiddetto transatlantico, corridoi affini e buvette. Neppure i banchi dell’ufficio di presidenza, d’altronde erano pieni quella mattina andata storta al ministro Giorgetti, già angustiato dall’ingrato abituale compito di contrastare le richieste di spesa anche del segretario del suo partito Matteo Salvini, ormai il bastian contrario del governo in concorrenza col collega forzista Antonio Tajani.
Per Zagrebelsky, tornando a lui, non c’è differenza fra un’aula parlamentare vuota e una piena di onorevoli distratti dal telefonino e dalle chiacchiere con i vicini. Tutti rassegnati a votare, quando si riesce a votare, seguendo gli ordini di partito o di chissà quale potere forte. Una rappresentazione insomma catastrofica del Parlamento, degna del peggiore emulo o erede del compianto Guglielmo Giannini, fondatore dell’”Uomo qualunque”.
Sono seguiti un po’ a Giannini nella storia della Repubblica l’Umberto Bossi o “senatur” della “Roma ladrona”, fra aule parlamentari e salotti, lo sbrigativo Silvio Berluscconi, che propose di fare votare solo i capigruppo per conto dei millesimi di rappresentanza, e l’incontenibile Beppe Grillo. Che scambiò il Parlamento per una scatola di tonno da aprire e svuotare senza neppure assaggiarne il contenuto per timore di venire contaminato. Impresa, quella di Bossi, gestita dal solerte Giuseppe Conte a Palazzo Chigi, che con la complicità dei suoi alleati di turno, prima la Lega e poi il Pd, realizzò solo in parte, avendo ridotto e non svuotato, appunto, la Camera e il Senato. Le cui aule adesso è più difficile riempire anche per sovrabbondanza di posti a sedere, o seggi.
Eppure proprio in questo Parlamento così mal ridotto agli occhi, alle orecchie e al cuore di un giurista di esperienza e di prestigio come Gustavo Zagrebelsky, il generale vittorioso della campagna referendaria del 2016 contro la riforma costituzionale dell’allora governo di Matteo Renzi, si è assistito nella scorsa settimana allo spettacolo tipico di una democrazia in salute: una parte del Pd, per quanto modesta, in piena autonoma ha applaudito la premier Giorgia Meloni decisa a proseguire negli aiuti militari all’Ucraina sotto aggressione della Russia da più di quattro anni. Applausi mancati alla Camera sotto la sorveglianza della segretaria del Pd Elly Schlein: anche lei, in verità, favorevole alla prosecuzione degli aiuti agli ucraini ma trattenuta nei movimenti e nelle decisioni conseguenti dalla paura di perdere per strada Giuseppe Conte, l’alleato-concorrente del campo largo dell’alternativa al centrodestra.
Con tutti i suoi difetti, i suoi assenti, i presenti distratti e tutto il resto, questo Parlamento non è insomma inutile come lo avverte, o è sfuggito di avvertire al professore delle altre parole. Riflette, nel bene e nel male, il quadro politico del Paese, come gli compete.
Pubblicato sul Dubbio