Sono mancate solo le scuse allo scarcerato Youssef Shirer a Milano

Anche senza avventurarsi sino alla “vergogna” avvertita e denunciata dalla premier Giorgia Meloni, solidale con gli inquirenti che avevano chiesto il passaggio dal fermo all’arresto di Yossef Shirer, si può ben avvertire e denunciare lo sconcerto per aspetti quanto meno anomali del provvedimento, di ben 37 pagine, col quale la giudice per le indagini preliminari Tiziano Landoni ne ha disposto a Milano il rilascio.      

Il ricercatore italiano di origine marocchina, pur non partecipando agli scontri con la polizia e alle devastazioni di piazza del 17 ottobre, cui ha intestato un movimento da indirizzare elettronicamente verso altre manifestazioni in più città italiane, era stato considerato pericoloso dalla Procura ambrosiana.

La giudice Landoni, naturalmente difesa dal presidente del tribunale di Milano e dall’associazione nazionale dei magistrati, non si è limitata a contestare i pericoli di fuga, di reiterazione di reati e di inquinamento delle prove, necessari per mettere in galera qualcuno prima ancora di rinviarlo a giudizio e di condannarlo. La giudice ha contestato anche i reati evocati dalla Procura esaminando la corrispondenza o produzione elettronica di Shier: dall’associazione a delinquere al terrorismo. La signora ha insomma assolto il “disobbediente civile” senza un processo, prima ancora di un rinvio a giudizio. Una sostanziale assoluzione che rende pleonastico, a dir poco, l’approfondimento delle indagini messo nel conto del procedimento. 

La faccenda naturalmente non finisce qui sia per le indagini, che appunto procedono, sia per il ricorso preannunciato dalla Procura contro la scarcerazione disposta di un imputato peraltro sottrattosi all’interrogatorio col silenzio pur consentitogli, per carità, dalla legge. E tanto meno finisce naturalmente sul piano politico e mediatico, non potendo la giudice -o non potendo ancora- disporre l’arresto di quanti hanno dissentito, dissentono e dissentiranno dalle sue valutazioni e decisioni.

Sul piano politico le polemiche risentiranno sicuramente del clima elettorale in cui si vive a prescindere dalla data in cui la campagna si concluderà col voto per il rinnovo delle Camere, l’anno prossimo.

Sul piano mediatico segnalo lo spettacolo offerto, anzi replicato, dal salotto televisivo di Lilli Griuber, su la 7 dove non a caso Enrico Mentana ha deciso di non rimanere alla scadenza del suo contratto di direttore del telegiornale. A parlare della scarcerazione di Shier e delle reazioni la conduttrice ha scelto come interlocutori solo due ospiti – Massimo Cacciari e Massimo D’Alema, in ordine rigorosamente alfabetico- perfettamente d’accordo con lei, e con la giudice di Milano, e in disaccordo dalla premier Meloni. E’ l’obbiettività, bellezza, come la stampa della Casablanca del compianto Humprey Bogart.

La candidatura azzeccata di Antonio Di Pietro al Consiglio Superiore della Magistratura

Antonio Di Pietro al Consiglio Superiore della Magistratura, cui si è proposto come indipendente per la quota laica di elezione parlamentare, sarebbe un antidoto ai giochi spartitori delle correnti e a quelli dei palazzi politici per una felice combinazione di fattori.

Tali io considero la indiscussa competenza di “Tonino”, con la carriera giudiziaria che ha alle spalle, l’età, la quasi conseguente assenza di ambizioni di potere in senso lato, la imprevedibilità della quale egli ha saputo e voluto dare più prove. L’ultima, in ordine cronologico, è stata la partecipazione molto attiva alla campagna referendaria, purtroppo fallita, per la separazione delle carriere dei pubblici ministeri e dei giudici e altre misure concepite nella riforma costituzionale promossa dal governo per fare rientrare le toghe nei limiti costituzionali superati di fatto negli anni delle cosiddette Mani pulite. Quando per ammissione di Giorgio Napolitano al Quirinale, in una lettera scritta alla vedova Craxi nel decimo anniversario della morte del marito Bettino in terra tunisina, intervenne un “brusco cambiamento” nei rapporti fra politica e giustizia.

Meno recente ma ugualmente significativa è la critica di Di Pietro agli ex colleghi della Procura di Milano per le indagini sull’edilizia ambrosiana, seguendo o applicando le quali nessun Comune in Italia potrebbe avere una politica urbanistica.

Trovo curioso, viziato non so se più da rancore o da superficialità, il veto che i capigruppo parlamentari di Forza Italia hanno cercato di porre contro un sostegno del centrodestra alla candidatura dell’ex magistrato ed ex politico. Del quale si dimentica peraltro l’offerta del Ministero dell’Interno, non del Turismo o dell’Agricoltura, fatta da Silvio Berlusconi nel 1994 nella formazione del suo primo governo. Un’offerta rifiutata dall’interessato malvolentieri, diffidato dal suo ancora superiore Francesco Saverio Borrelli, capo della Procura milanese.

Certo, poi sopraggiunsero atti e comportamenti di Di Pietro come l’offerta allo stesso Borrelli di interrogare Berlusconi, ormai presidente del Consiglio, per “sfasciarlo” in indagini avviate dalla Procura e tradottesi in un “atto a comparire” notificato all’interessato a mezzo stampa fra le proteste persino dell’allora presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, generalmente solidale con i suoi ex colleghi magistrati. Ma non è più né cronaca né storia, ma preistoria, come quella di Luciano Violante sotto certi aspetti evoluto nella sua esperienza, a livello istituzionale, come Di Pietro a livello giudiziario, politico e culturale. 

Un Consiglio Superiore della Magistratura senza Di Pietro, ma anche senza Violante se avesse voluto proporsi pure lui, specie dopo il già citato referendum vinto dall’ala più radicale delle toghe, sarebbe di una prevedibilità, ripeto, e di una noia sconfortanti. Non dovrebbe augurarselo neppure il presidente di diritto, che è notoriamente il Capo dello Stato.

Pubblicato sul Dubbio

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