Quel Salvini berlingueriano di lotta e di governo

Non vorrei che Matteo Salvini, nato nel 1973, beato lui, con soli 53 anni quindi sulle spalle, per quanto passato da giovanissimo per l’esperienza o i dintorni del Centro Leoncavallo di Milano, non avesse trovato il tempo o l’occasione di informarsi dei tempi in cui Enrico Berlinguer chiamava “di lotta e di governo” il suo Pci. Quello delle Botteghe Oscure, dove adesso stanno ultimando un albergo di lusso con vista anche sul Campidoglio nei piani alti. 

Era di lotta e di governo, quel Pci, come il segretario della Lega confermato dal congresso straordinario improvvisato con gli stessi delegati del precedente, e ordinario, ha voluto definire anche il suo partito.

Da vecchio cronista sono sobbalzato un po’ sulla sedia, ricordandomi di tutte le cose che si scrissero e si dissero – personalmente nel giornale fondato da Indro Montanelli- nella stagione della cosiddetta “solidarietà nazionale” a proposito della pretesa di Berlinguer di stare con un piede nella maggioranza e con l’altro rimanendo all’opposizione. Un Berlinguer colto in flagranza di contraddizione da Giorgio Forattini in quella famosa, storica vignetta su Repubblica dove il segretario del Pci in comoda vestaglia da camera, seduto a fare colazione, era sorpreso, anzi terrorizzato dalle grida che provenivano dalla strada percorsa da un corteo di metalmeccanici in sciopero contro il governo. E in fondo anche contro il Pci che allora sosteneva dall’esterno con l’astensione un monocolore democristiano presieduto da Giulio Andreotti. Che peraltro non era un esponente di sinistra dello scudo crociato. Tutt’altro. Aldo Moro, presidente del partito scudocrociato, lo aveva voluto a Palazzo Chigi proprio per questo, ritenendo di compensare così l’operazione molto a sinistra compiuta portando i comunisti nella maggioranza dopo le elezioni politiche anticipate del 1976, conclusesi – egli disse- con due vincitori: la sua Dc e il Pci berlingueriano. E con il Psi di Francesco De Martino uscito dalle urne con le ossa rotte dopo avere giurato che non sarebbe mai più tornato a governare con i democristiani senza i comunisti.

Salvini anche dopo quel titolo berlingueriano dato al suo partito e al congresso, convocato apposta per farsene confermare alla guida, per quanto gli abbia intimato di non fornire più aiuti all’Ucraina aggredita dalla Russia di Putin, del governo di Giorgia Meloni continua a fare parte come vice presidente del Consiglio e ministro delle Infrastrutture. E con lui Giancarlo Giorgetti ministro dell’Economia.

Nella contestazione degli aiuti all’Ucraina, questa volta -credo- senza più far votare i suoi deputati e senatori a favore dei dispositivi parlamentari come nei mesi e anni scorsi, Salvini si ritrova, si ricongiunge e quant’altro con vecchie sue sfortunate conoscenze come l’ex premier Giuseppe Conte e il generale Roberto Vannacci.

Siamo tuttavia in autunno, non nella stagione del Carnevale, neppure nella prolunga di rito ambrosiano, che è di sola una settimana.

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