La lotteria di Capodanno della magistratura già graziata dal referendum contro la riforma

Questo per i magistrati italiani è proprio un anno d’oro. Prima il salvataggio delle loro brutte abitudini, tra carriera unica e giustizia domestica, con la bocciatura referendaria della riforma costituzionale che voleva separare le carriere dei pubblici ministeri e dei giudici e affidare ad un’alta Corte disciplinare i giudizi su di loro ora affidati al Consiglio Superiore….delle correnti. Adesso una sentenza del Consiglio di Stato che concede alle toghe ciò che la Corte Costituzionale ha negato sinora a tutti gli altri, dipendenti pubblici e privati e pensionati, in materia di adeguamento pieno, o decente, delle retribuzioni all’aumento del costo della vita.

Un anticipo dei frutti di tanta generosità -domestica come la disciplina delle loro vertenze- sarà versato ai magistrati a fine anno con un bonifico di circa centomila euro ciascuno. Un anticipo, ripeto.

Lor signori usciranno da questo 2026 fortunatissimo più ricchi di prima, ma non credo di prestigio. Quello continuerà a scendere.

Il Pd fra il tifo di Paolo Gentiloni e il martello di Silvia Salis

Fresco di stampa con le sue “istruzioni” per far diventare “una potenza” l’Europa da lui servita come commissario a Bruxelles per conto dell’Italia nel precedente esecutivo di Ursula von der Leyen, l’ex premier Paolo Gentiloni ha declinato con cortesia la proposta fatta da Paolo Mieli sul Corriere della Sera non a lui ma alla segretaria del Pd Elly Schlein di lasciargli federare in un’unica formazione fiancheggiatrice del Nazareno i centri, centrini, cespugli e quant’altro del cosiddetto campo largo.

Ospite di Corrado Formigli a Piazza pulita, Gentiloni prima ha sottolineato le difficoltà di un’impresa del genere, tanta è la confusione in quell’area, affollata di aspiranti leader forse più ancora che di voti, e poi ha detto di essere intenzionato a continuare a fare “il tifo” per il Pd. Evidentemente dall’interno, essendovi iscritto, e non uscendone per diventarne esterno.

Non so se Mieli ci sia rimasto male e voglia rispondergli, magari tornando a scriverne sul Corriere. Sospetto che non sia rimasta male la Schlein, già troppo piena di problemi con Giuseppe Conte che le contende la candidatura a Palazzo Chigi per l’alternativa al centrodestra, per trovarsene un altro costituito da un centro federato. Esso potrebbe insediarle  candidatura  a presidente del Consiglio ancora più di Conte, al di là delle stesse intenzioni, almeno iniziali, del federatore Gentiloni, o  altri al suo posto.

E poi ve l’immaginate nell’area o pollaio di centro a sinistra Matteo Renzi, diavolo di un uomo, che accetta di farsi federare disciplinatamente da quel Gentiloni che nel 2017, dopo la bocciatura referendaria della sua riforma costituzionale si rifiutò di assecondare da Palazzo Chigi il tentativo del suo predecessore, rimasto segretario del Pd, di investire in elezioni anticipate la consistente minoranza referendaria? Mattarella al Quirinale era contrario, pur essendo arrivato alla Presidenza della Repubblica spinto da Renzi, e Gentiloni ne condivise il no.

Senza tuttavia lavorare di fantasia sugli umori di Renzi, facile alle impuntature e alle sorprese delle quali Conte si è ammalato senza possibilità di guarirne, non essendo peraltro da meno in materia di sorprese e malumori, basta leggere un’intervista anch’essa fresca di stampa della sindaca di Genova Silvia Salis a 7, il supplemento del Corriere della Sera, per avere conferma del ginepraio del centro a sinistra. “Il centrosinistra non ama la vittoria”, è il titolo pessimistico e sconsolato di copertina.

Il centrosinistra -ha spiegato all’interno la Salis, per alcuni una potenziale versione al femminile del federatore del centro proposto da Mieli per Gentiloni- “nei decenni ha elaborato anticorpi potentissimi contro la vittoria. C’è fastidio verso la figura del leader. E c’è il meccanismo perverso di dover abbattere la peculiarità di ogni partito per tenere insieme tutti. E quasi l’idea che il concetto stesso di vittoria sia qualcosa di destra”. E ancora, parlando del partito che è il principale, più votato, della coalizione dell’alternativa al centrodestra: “Abbiamo frammentato il Pd”, che “se fosse stato più inclusivo e avesse contenuto le tensioni interne, oggi sarebbe un partito che non avrebbe problemi a stare al 30 per cento”, anziché al 20 attorno al quale naviga inseguito dal Movimento 5 Stelle di Conte fra il 12 e il 14 per cento.

Da campionessa vera com’è, con tanto di medaglie e titoli, e foto evocative che la celebrano negli articoli di giornale che si guadagna in politica, Salis ha lanciato il suo martello contro lo schieramento al quale pure appartiene e che l’ha portata alla guida della sua città.

Pubblicato sul Dubbio

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