Quattro mesi ancora di attesa per le primarie del campo largo dell’alternativa

In uno scambio di vedute a distanza, risparmiandosi la fatica e soprattutto il rischio di un incontro fisico, gli azionisti di maggioranza del cosiddetto campo largo dell’alternativa al centrodestra, esclusi quindi Matteo Renzi e tutti gli altri cespugli di un centro indefinito, si sono presi altri quattro mesi di tempo per le primarie destinate a indicare il candidato comune a Palazzo Chigi. Quattro mesi, sino a fine febbraio, in attesa di un programma anch’esso comune, di una improbabile tregua nella guerra in Ucraina, che spacca l’area dell’alternativa, e della pronuncia della Corte Costituzionale sulla legge elettorale appena approvata dal Parlamento.

La speranza neppure nascosta degli aspiranti all’alternativa è che i giudici costituzionali boccino l’obbligo di indicare col programma anche il candidato a Palazzo Chigi. In tal caso il campo largo potrebbe anche risparmiarsi il passaggio delle primarie, pur reclamato da Giuseppe Conte dopo la sconfitta del governo nel referendum sulla riforma costituzionale della magistratura e accettata con tanto poca convinzione dalla segretaria del Pd Elly Schlein da averle fatto dire recentemente, nell’impegnativa sede dell’assemblea nazionale del partito, che si proporrà a Palazzo Chigi “con o senza le primarie”. Meglio senza, naturalmente, per evitare di trovarsi sorpassata da Conte, con o senza -questa volta-  il doppio turno.

La brutta sorpresa per Trump del voto del Papa per corrispondenza

Diavolo di un Papa, e di un ossimoro. Leone XIV, all’anagrafe americana Robert Luis Prevost, non ha soltanto partecipato per corrispondenza alle elezioni statunitensi di cosiddetto medio termine, ma ha anche tenuto a farlo sapere. Non ha voluto risparmiarsi come elettore neppure questa occasione, come nelle altre precedenti da cardinale in giù. E ha voluto essere il primo a farlo da Pontefice nella storia della Chiesa.

Nel momento in cui ha fatto annunciare la sua scelta Papa Prevost ha anche accettato di esporsi al sospetto di avere votato praticamente contro l’area del presidente Donald Trump, coerentemente con i tanti segnali di dissenso che egli ha lanciato verso di lui procurandosi dell’”incompetente” nella trattazione dei problemi geopolitici. Incompetente e pure ingrato, essendosi il presidente degli Stati Uniti vantato a suo tempo di averlo praticamente fatto eleggere dallo Spirito Santo attraverso i cardinali del Conclave seguito alla morte di Papa Francesco. Ed eleggerlo addirittura al suo posto, non essendosi risparmiato Trump il gusto di effigiarsi in tenuta da Pontefice.

Non vorrei che, già abituato a contestare la validità di elezioni perdute, e persino a incitare ai disordini di protesta per poi perdonarne i responsabili appena tornato alla Casa Bianca; non vorrei, dicevo, che Trump usasse l’annuncio della partecipazione del Papa per contestare un risultato elettorale sfavorevole in questo turno difficilissimo. In cui il presidente degli Stati Uniti ha messo a dura prova la sua credibilità con una politica estera di destabilizzazione generale, e persino di guerra, come non a caso è ora chiamato il Dipartimento americano una volta della Difesa.

La sola notizia del voto del Papa, presumibilmente contrario all’area del partito repubblicano, potrebbe essere stata già avvertita da Trump come un’azione ostile, voluta per influenzare chi voterà in patria martedì prossimo.

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