Diavolo di un Papa, e di un ossimoro. Leone XIV, all’anagrafe americana Robert Luis Prevost, non ha soltanto partecipato per corrispondenza alle elezioni statunitensi di cosiddetto medio termine, ma ha anche tenuto a farlo sapere. Non ha voluto risparmiarsi come elettore neppure questa occasione, come nelle altre precedenti da cardinale in giù. E ha voluto essere il primo a farlo da Pontefice nella storia della Chiesa.
Nel momento in cui ha fatto annunciare la sua scelta Papa Prevost ha anche accettato di esporsi al sospetto di avere votato praticamente contro l’area del presidente Donald Trump, coerentemente con i tanti segnali di dissenso che egli ha lanciato verso di lui procurandosi dell’”incompetente” nella trattazione dei problemi geopolitici. Incompetente e pure ingrato, essendosi il presidente degli Stati Uniti vantato a suo tempo di averlo praticamente fatto eleggere dallo Spirito Santo attraverso i cardinali del Conclave seguito alla morte di Papa Francesco. Ed eleggerlo addirittura al suo posto, non essendosi risparmiato Trump il gusto di effigiarsi in tenuta da Pontefice.
Non vorrei che, già abituato a contestare la validità di elezioni perdute, e persino a incitare ai disordini di protesta per poi perdonarne i responsabili appena tornato alla Casa Bianca; non vorrei, dicevo, che Trump usasse l’annuncio della partecipazione del Papa per contestare un risultato elettorale sfavorevole in questo turno difficilissimo. In cui il presidente degli Stati Uniti ha messo a dura prova la sua credibilità con una politica estera di destabilizzazione generale, e persino di guerra, come non a caso è ora chiamato il Dipartimento americano una volta della Difesa.
La sola notizia del voto del Papa, presumibilmente contrario all’area del partito repubblicano, potrebbe essere stata già avvertita da Trump come un’azione ostile, voluta per influenzare chi voterà in patria martedì prossimo.
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