In uno scambio di vedute a distanza, risparmiandosi la fatica e soprattutto il rischio di un incontro fisico, gli azionisti di maggioranza del cosiddetto campo largo dell’alternativa al centrodestra, esclusi quindi Matteo Renzi e tutti gli altri cespugli di un centro indefinito, si sono presi altri quattro mesi di tempo per le primarie destinate a indicare il candidato comune a Palazzo Chigi. Quattro mesi, sino a fine febbraio, in attesa di un programma anch’esso comune, di una improbabile tregua nella guerra in Ucraina, che spacca l’area dell’alternativa, e della pronuncia della Corte Costituzionale sulla legge elettorale appena approvata dal Parlamento.
La speranza neppure nascosta degli aspiranti all’alternativa è che i giudici costituzionali boccino l’obbligo di indicare col programma anche il candidato a Palazzo Chigi. In tal caso il campo largo potrebbe anche risparmiarsi il passaggio delle primarie, pur reclamato da Giuseppe Conte dopo la sconfitta del governo nel referendum sulla riforma costituzionale della magistratura e accettata con tanto poca convinzione dalla segretaria del Pd Elly Schlein da averle fatto dire recentemente, nell’impegnativa sede dell’assemblea nazionale del partito, che si proporrà a Palazzo Chigi “con o senza le primarie”. Meglio senza, naturalmente, per evitare di trovarsi sorpassata da Conte, con o senza -questa volta- il doppio turno.
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