Anche senza condividerla si potrebbe capire con molto buona volontà la solidarietà politica e professionale ottenuta da Sigfrido Ranucci dopo essere stato rimosso dalla conduzione televisiva di Report alla Rai. Forse sarebbe bastata la sospensione in attesa della conclusione delle indagini che lo coinvolgono, non solo come parte lesa, sulla vicenda dell’attentato fattogli fare dall’amico Walter Lavitola nell’autunno scorso per aumentarne protezione, notorietà e persino la scalata a Palazzo Chigi nel campo largo dell’alternativa al centrodestra. Sospensione sua e anche di Report, che non penso avrebbe procurato chissà quali e quanti danni all’azienda pubblica.
Ma Ranucci ha gravemente, come al solito, abusato della solidarietà ottenuta insultando i due colleghi scelti dalla Rai, per sostituirlo in una condizione doppia, fra i migliori selezionati dalla scuola di giornalismo dell’azienda. Di loro non faccio neppure i nomi, in questo mio modesto spazio professionale, per non partecipare alla gogna procurata dai giudizi di Ranucci e dei colleghi in rivolta nella sua ex redazione, delusi dalla mancanza di una soluzione interna.
Dall’alto del trono o della cattedra su cui si è messo da solo – paragonandosi adesso anche al povero dottorando Giulio Regeni assassinato al Cairo dieci anni fa, solo perché gli era stata offerta, fra l’altro, la corrispondenza dalla capitale egiziana- Ranucci ha detto dei due colleghi prescelti che “mortificano professionalità che hanno fatto la storia” del suo Report, e forse più in generale del giornalismo investigativo della Rai. Due colleghi scelti a dispetto della “meritocrazia”.
I due giornalisti insultati avrebbero il sacrosanto diritto di querelare Ranucci per diffamazione. E meriterebbero una solidarietà maggiore di quella strappata da Ranucci a politici e colleghi nella pur scomposta reazione alle sue difficoltà e disavventure professionali. Viene voglia di staccare la spina da questa vicenda per il rispetto del mestiere.
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