La versione politica del bue che dà del cornuto all’asino….

       Come il bue che dà del cornuto all’asino, Piero Fassino si è permesso quello che la segretaria del suo Pd Elly  Schlein ha voluto risparmiarsi per non distanziarsi troppo da Giuseppe Conte che nel campo largo dell’alternativa le contende la leadership, cioè la candidatura a Palazzo Chigi. In particolare, Fassino ha contestato alla premier Giorgia Meloni quello che Repubblica ha definito “il passo indietro dell’Italia” rispetto all’impegno dei cosiddetti volenterosi d’Europa di continuare, anzi incrementare l’appoggio all’Ucraina nella difesa dall’aggressione russa.

       Il “passo indietro” sarebbe consistito nella decisione di fornire all’Ucraina generatori d’energia piuttosto che armi. Uso il condizionale perché le informazioni o intuizioni di Repubblica, sparate in prima pagina  a caratteri quasi di scatola, si sono rivelate infondate. Nel decreto che si sta preparando tra Palazzo Chigi e i Ministeri degli Esteri e della Difesa per la prosecuzione degli aiuti all’Ucraina ci saranno anche armi e non solo generatori di energia, che sono poi armi anch’esse per i danni che il paese di Zelensky subisce sempre di più dagli attacchi russi alle infrastrutture energetiche, appunto, degli aggrediti.

       Fassino, che pure da ex sottosegretario agli Esteri, oltre che ex titolare di dicasteri come la Giustizia e il Commercio con l’estero, dovrebbe potere accedere a qualche buona fonte, migliore di un giornale pur diffuso e rumoroso come quello fondato a suo tempo da Eugenio Scalfari.  

 “La scelta italiana -ha scritto Fassino- è la conseguenza di un atteggiamento freddo e reticente manifestato dalla destra italiana fin dall’inizio della guerra in Ucraina. Per più ragioni. La prima è non esacerbare le relazioni con Trump, il cui atteggiamento sulla guerra è stato sempre molto ambiguo, non esitando il presidente americano dall’incontro di Anchorage in poi a dare espliciti segnali in favore dio Putin”.

       La seconda ragione della reticenza e altro della Meloni starebbe nella presenza nella maggioranza, secondo Fassino, della Lega e di “settori del suo stesso partito” freddi, se non ostili, agli aiuti all’Ucraina.

       Eppure Fassino ammette nel suo articolo di protesta e denuncia sull’Altra Voce che la stessa “ostilità si ritrova anche nel campo largo” perché “il sostegno del Partito Democratico all’Ucraina è stato costantemente ribadito e confermato” mentre “Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra non fanno mistero della loro contrarietà a un impegno diretto italiano”. Una contrarietà che Conte si è riservato il diritto di confermare e applicare nell’azione di un suo nuovo governo nel caso in cui dovesse vincere le primarie nello schieramento dell’alternativa e poi anche le elezioni politiche dell’anno prossimo.

       E’ proprio la consapevolezza di questa situazione che avrebbe dovuto consigliare a Fassino una certa prudenza, a dir poco, nella polemica contro una Meloni “ambigua”, che tuttavia è sempre riuscita a tenere unita la sua maggioranza nei passaggi parlamentari della politica di sostegno all’Ucraina, mentre le opposizioni si sono sempre divise e pure scontrate. Invece  Fassino ha fatto e scritto contro la Meloni come il bue, ripeto, che dà del cornuto all’asino. Di chi allora dovrebbero fidarsi di più gli elettori favorevoli alla difesa dell’Ucraina? Del centrodestra meloniano o della sua alternativa di ancora incerta leadership, o addirittura di una leadership assegnata all’ex premier Giuseppe Conte? Questo è il problema aggirato da Fassino, e dai suoi compagni di partito, compresa la pur silenziosa -in questa occasione- segretaria Schlein.

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